Categorie
Calcio Cultura Londra Sport Storia

Stamford Bridge, leoni cerimoniali, pensionati veterani e uno scottish terrier: così è nato il Chelsea, l’unica squadra che …

I veterani che soggiornano al Royal Hospital di Chelsea in occasione delle feste o delle ricorrenze indossano un tricorno nero e una magnifica uniforme scarlatta, sulla quale appuntano le loro meritate decorazioni. Il grande edificio che li ospita nelle intenzioni di Carlo II Stuart, re d’Inghilterra, Scozia, Irlanda e Francia, doveva essere un ospedale, edificato su progetto del grande architetto dell’epoca Christopher Wren; ma i primi ospiti nella grande struttura furono i militari reduci dalla battaglia di Sedgemoor, da allora il Royal Hospital di Chelsea è una casa di riposo per anziani soldati dell’esercito britannico, amati e conosciuti in tutta la Gran Bretagna come i Chelsea Pensioners.

I veterani dell’esercito britannico residenti al Royal Hospital posano orgogliosi con le loro magnifiche divise cerimoniali e le loro decorazioni, a Chelsea sono da sempre parte dell’immaginario collettivo.

Una metropoli senza un vero centro. Estesa e multiforme, all’avanguardia e al tempo stesso tradizionalista, caotica quanto riservata, Londra non può essere una capitale come tante altre. Quella che dovremmo chiamare oggi la Greater London è nata intorno a quel miglio quadrato conosciuto in tutto il mondo come la City (of London) – un tempo sede del potere politico, oggi soprattutto di quello finanziario, dove anche la regina deve chiedere il permesso al padrone di casa, il Lord Mayor – e la sua “sorella” (la City of) Westminster – sede invece del potere religioso, e oggi centro delle istituzioni del regno, associata nell’immaginario alla Casa dei Comuni, dove torreggia il Big Ben e all’omonima abbazia – entrambe inscindibili dal loro fiume, il Tamigi. Un tempo capitale del più grande impero della storia, che dominava un quinto della popolazione mondiale e quasi un quarto dell’intera superficie terrestre, oltre a tutti i mari del pianeta, Londra oggi è un mosaico assortito di quartieri – i borough – dall’identità precisa. Il borough di Chelsea, in particolare, evoca prima di tutto la famosa King’s Road, la mitica strada al centro della moda mondiale negli anni Sessanta, quando impose al mondo la miningonna inventata da Mary Quant, che dalla boutique della stilista arrivò a cambiare i costumi di allora, e così fu anche per un’altra grande donna è stilista, quella Vivienne Westwood che negli anni Settanta contribuì a creare lo stile punk, con intuizioni stravaganti e provocatorie. E tuttavia questo “villaggio” che costeggia il Tamigi, circondato da Belgravia, Brompton, Earl’s Court, Holland Park e South Kensington, è caratterizzato da un’atmosfera letteraria e raccolta, fatta di case basse e giardini curati fra le tipiche vie strette, e non solo di piazze eleganti e dimore affascinanti, dove hanno vissuto fra gli altri Freddy Mercury, Francis Bacon, Thomas Carlyle, Eric Clapton, Ava Gardner, Mick Jagger, Bob Marley, Thomas More, Lauren Olivier, Mary Quant, Mary Shelley, Maggie Smith, Bram Stoker, John R.R. Tolkien e Oscar Wilde per citare solo alcuni dei residenti del passato, e in rigoroso ordine alfabetico.

King’s Road non si chiama così per caso: era il tracciato, privato fino al 1830, che i re percorrevano dalle loro tenute di caccia per raggiungere il centro di Londra; questo prima di trasformarsi, poco più di un secolo dopo la sua apertura, in uno dei centri della moda mondiale.

È sempre stato comprensibilmente molto legato ai Pensioners il Chelsea Football Club, e non casualmente il primo soprannome dei loro giocatori fu proprio The Pensioners e fino agli anni ‘50 lo stemma del sodalizio di Stamford Bridge era rappresentato dal ritratto stilizzato di un Pensioner del Royal Hospital. Tutt’ora comunque gli anziani residenti partecipano spesso alle partite casalinghe del Chelsea e quando la loro squadra, affidata dal neoproprietario russo Roman Abramovič al giovane allenatore portoghese José Mourinho, l’indimenticabile The Special One, riuscì a imporsi e vincere il titolo di campione d’Inghilterra, cinquant’anni dopo la prima volta, aggiudicandosi la Premier League nella stagione 2004/05, i Chelsea Pensioners – in alta uniforme rossa – formarono niente meno che la guardia d’onore, mentre i giocatori presentavano il trofeo in uno Stamford Bridge letteralmente impazzito. E a proposito di colori, il Chelsea ha praticamente vestito sempre di blue: i primi anni dalla fondazione, i giocatori indossavano una maglia di un colore più tenue, il cosiddetto Eton Blue, il preferito di George Henry Cadogan, 5th Earl Cadogan (il quinto conte di Cadogan), considerato il patrono del club che donò le prime divise ispirate a quelle delle squadre sportive del college che aveva frequentato in gioventù e che distinguevano anche la sua scuderia di cavalli da corsa. In seguito le magliette verranno sostituite, nel 1912 il sodalizio adotterà il cosiddetto Blue Royal, colore che non abbandonerà mai più.

La stagione 1911/12 rappresenta il momento dell’evoluzione dei colori del Chelsea, che passarono dall’Eton Blue al Blue Royal: in questa magnifica cartolina sono curiosamente, forse simbolicamente, indossate entrambe le versioni dai Pensioners, come erano conosciuti i giocatori della squadra londinese.

Dalla sua fondazione, avvenuta il 10 marzo del 1905 al pub The Rising Sun di Fulham Road, il Chelsea non ha (quasi) mai modificato i suoi colori sociali, ma ha cambiato più volte il simbolo che l’identifica. Il primo fu il cosiddetto Chelsea Pensioner, in auge per mezzo secolo, pur non apparendo mai sulla maglietta della squadra. In seguito ad un primo tentativo di modernizzazione il Pensioner verrà sostituito dalle iniziali del club, C.F.C., che compariranno ricamate sulle divise da gioco, mentre la stagione successiva, nel 1953, verrà adottato un leone rampante – ispirato allo stemma del borough, che a sua volta traeva origine dall’emblema del conte di Cadogan – che guarda dietro di sé e tiene fra le zampe uno scettro, simboleggiante (la city di) Westminster, e che resterà in uso per circa trent’anni. Dopodiché nel 1986 il leone rampante abbandonerà le maglie dei Blues per essere rimpiazzato da uno ruggente, simbolicamente posto a guardia del club, rappresentato dalle sue iniziali che nella grafica erano sovrastate dal grande felino. Infine, nel contesto delle iniziative per i festeggiamenti del primo centenario di vita del club, l’oligarca russo Roman Abramovič, che nel frattempo l’aveva acquistato, deciso a costruire un’immagine più accattivante della società, investendo risorse ragguardevoli con l’ambizione di trasformare il Chelsea in una squadra vincente, surclassando le rivali cittadine e non solo, scelse di ripristinare il leone cerimoniale tanto caro ai tifosi, adeguato a canoni estetici più moderni. Da allora l’attuale simbolo compare sulla maglia blue resa una delle più ambite d’Inghilterra e d’Europa, perché associata a un sodalizio che negli ultimi venti anni s’è aggiudicato, fra gli altri allori, cinque volte la Premier League e cinque volte la Coppa d’Inghilterra, due volte l’Europa League e la Champions League, il massimo trofeo continentale.

Certo che dal Pensioner del Royal Hospital al leone rampante del visconte Chelsea può sembrare un salto temerario, ma c’è invece un legame che emerge chiaramente, quello con un territorio dove questi “simboli” sono ricorrenti e parte dell’iconografia del borough che si affaccia sul Tamigi.

Pure in un ambiente tanto idilliaco, negli anni ‘70 e ‘80, quando il Chelsea stava attraversando un periodo drammatico sotto il profilo economico, finanziario e sportivo, transitavano lungo il Tamigi anche gli hooligan è quelli affezionati al Chelsea erano particolarmente aggressivi e temuti. Si chiamavano Shed Boys – solo in seguito scelsero il nome di Headhunters – e al sabato, prima e dopo le partite, le loro incursioni facevano paura, diventando tristemente memorabili i loro scontri coi feroci Inter City Firm e i Bushwackers, i loro omologhi del West Ham United FC e del Millwall FC, che terrorizzavano Londra. In quegli anni a dire il vero tutto l’ambiente del calcio inglese era caratterizzato da un contesto deprimente. Gli stadi erano a dire poco fatiscenti e frequentati da un pubblico rappresentato in grande maggioranza dalle classi sociali più emarginate, legate ad altre sottoculture britanniche, come quella hard mod, rude boy e skinhead, che favorirono l’affermazione di numerosi gruppi di hooligan responsabili di un aumento incontrollato degli episodi di violenza, in concomitanza con le partite. Il fenomeno della violenza degli hooligan si fece al mondo intero il pomeriggio del 29 maggio del 1985 a Bruxelles. Il vecchio stadio Heysel, simile a molti impianti d’oltremanica, ospitò infatti quell’anno la finale di Coppa dei Campioni tra gli inglesi del Liverpool e gli italiani della Juventus, e prima della partita fu teatro di uno dei più gravi incidenti della storia calcistica europea. Successe che a causa dell’assalto degli hooligan del Liverpool un folto gruppo di tifosi italiani si ammassò contro un muro di contenimento, e l’obsolescenza della struttura contribuì al disastro che ne seguì: il parapetto cedette provocando la caduta dei tifosi sul selciato sottostante dieci metri, causando la morte di 39 persone e il ferimento grave di oltre 600, nell’evento passato alla storia come “la strage dell’Heysel”.

Il Valley Parade, è uno stadio che si trova a Bradford, nello Yorkshire. Costruito nel 1886 per il rugby prima di diventare la casa della squadra cittadina di calcio, il Bradford City; il luogo è tristemente famoso per l’incendio che scoppiò l’11 maggio 1985 nella tribuna laterale, causando 265 feriti e 56 morti fra gli spettatori.

Una strage, nel vero senso del termine, e nemmeno l’ultima purtroppo, avvenuta però dopo una lunga serie di altri fatti di degrado e violenza praticamente con cadenza settimanale in ogni città d’Inghilterra. Solo pochi giorni prima i fatti dell’Heysel si era verificato il drammatico incendio allo stadio Valley Parade di Bradford – l’11 maggio 1985 – in cui morirono 56 spettatori e 265 rimasero gravemente feriti. Peraltro solo a seguito dell’esclusione per cinque anni da tutte le competizioni europee decisa dalla UEFA nei confronti delle squadre inglesi a seguito dell’Heysel, il governo del primo ministro Margaret Thatcher fu in un certo senso obbligato a prendere provvedimenti, peraltro con poca convinzione. La questione della violenza associata alle manifestazioni calcistiche all’epoca era colpevolmente ignorate, si consideravano altre questioni più urgenti, come la deindustrializzazione e i lunghi scioperi dei sindacati britannici, spesso repressi dalla polizia, o la questione del terrorismo legato all’Irlanda del Nord. Il governo di Sua Maestà quindi agì con superficialità, limitandosi a proibire il consumo di bevande alcoliche negli stadi e rafforzando le barriere e le recinzioni per dividere le tifoserie avversarie, isolandole: a Stamford Bridge addirittura si pensò a un recinto elettrificato per i tifosi ospiti. Pura follia, come il tempo si incaricò di dimostrare. Il 15 aprile del 1989 infatti si verificò infatti una delle più gravi tragedie nella storia del calcio inglese: 96 tifosi del Liverpool morirono schiacciati dalla calca a causa della cattiva gestione dell’ordine pubblico allo stadio Hillsborough di Sheffield – in occasione della semifinale della Coppa d’Inghilterra tra Liverpool e Nottingham Forest – e 766 rimasero feriti, in quella che viene considerata con ragione la più grande tragedia dello sport britannico.

Lo stadio di Hillsborough fu inaugurato nel 1899 quando la squadra dello Sheffield Wednesday vi si trasferì per disputare i suoi incontri casalinghi; il suo nome è tuttavia resterà legato all’incidente conosciuto come Hillsborough disaster accaduto il 15 aprile del 1989 quando perirono 96 persone e 766 rimasero gravemente ferite.

Qualcosa andava cambiato, e in maniera radicale. La nazione era sotto choc e questa volta non si poteva far finta di nulla. Il governo incaricò una commissione presieduta da Peter Taylor, un magistrato autorevole e stimato, di ragionare sulle criticità inerenti l’organizzazione e la sicurezza degli eventi sportivi in Gran Bretagna. Il cosiddetto Rapporto Taylor fu molto severo, individuando nella prassi della maggioranza degli spettatori di assistere in piedi alle partite un fattore di rischio per la sicurezza dell’utenza in generale, anche a causa dell’impreparazione delle forze di polizia a governare situazioni tanto complesse, spesso comunque ingestibili, rivolgendo a tutte le società appartenenti alle divisioni professionistiche delle federazioni calcistiche britanniche una raccomandazione: evitare che la violenza rappresentasse l’unico, triste, spettacolo offerto nel proprio stadio. Il giudice Taylor consigliò alle società di acquisire la proprietà diretta degli impianti, investendo il necessario per adeguarli strutturalmente e dotarli di soli posti a sedere, consigliando la revisione completa delle loro politiche aziendali. Accadde che le singole proprietà dei club si trovassero in effetti d’accordo sulla necessità di rendere gli impianti più sicuri. In conseguenza dei biglietti e degli abbonamenti nominativi, corrispondenti a un determinato posto a sedere, ai controlli all’interno e all’esterno degli impianti, nonché alla scomparsa delle barriere, le presenze negli stadi aumentarono vertiginosamente e altrettanto velocemente diminuirono il teppismo e la violenza fino quasi a scomparire, aprendo la strada allo sfruttamento di nuove opportunità: box privati, club house, musei sportivi e negozi all’interno o nelle strette adiacenze degli impianti stessi. Il Rapporto Taylor è tuttora considerato all’origine del successo contemporaneo del calcio inglese, per aver contrastato e isolato la minoranza violenta e ridimensionato il fenomeno hooligan con grande successo.

Quando gli hooligan dettavano legge era il cuore del tifo più scalmanato e violento, sede degli Shed Boys, mentre oggi pur essendo il luogo più iconico di Stamford Bridge The Shed End, che prese il nome dalla prima copertura della tribuna, che la faceva assomigliare a un magazzino, ospita su impulso dell’allora manager del Chelsea José Mourinho i tifosi della squadra avversaria, prima del 2005 alloggiati nell’East Stand.

A proposito dello stadio. Oggi il Chelsea Football Club è posseduto interamente dal Chelsea FC Public Limited Company, una società controllata dell’imprenditore russo Roman Abramovič. Invece lo stadio di Stamford Bridge è di proprietà del Chelsea Pitch Owners, che detiene pure i diritti di denominazione del Chelsea Football Club, in pratica questa società – indipendente dal Chelsea – è proprietaria del nome. Ma come si è arrivati a tanto? Successe che la costruzione della grande tribuna coperta dell’East Stand, decisa dal presidente Brian Mears, parte di un piano ambizioso teso a raggiungere col tempo la capienza di 60mila spettatori a Stamford Bridge, causò invece gravi problemi finanziari al club, minacciandone addirittura l’esistenza. Il progetto in effetti era stato licenziato con le migliori intenzioni, ma l’esplosione della crisi petrolifera, le incertezze dei costruttori e gli scioperi delle maestranze, fecero lievitare i costi di realizzazione, determinando l’esplosione del debito del club, che nel 1977 per evitare il fallimento non ebbe altra scelta che vendere Stamford Bridge a una società immobiliare, la Marler Estates. In seguito, quando l’istrionico Ken Bates divenne presidente (e proprietario) del Chelsea, subentrando nel 1981 alla famiglia Mears, a seguito delle dimissioni si Brian, che interruppero il sodalizio familiare con il club durato ben 76 anni, lo pagò una sterlina, dovendosi fare carico di tutti i debiti nel frattempo maturati. Tuttavia Bates non si preoccupò di tentare di riacquistare la piena proprietà dello Stamford Bridge, decidendo piuttosto di stipulare un contratto di locazione di 7 anni che avrebbe mantenuto il Chelsea nel suo stadio, in attesa di ristrutturare finanziariamente il club e decidere il futuro.

L’East Stand come la conosciamo è stata aperta nella stagione 1974/75 ed è rimasta a lungo l’unica parte coperta dello stadio; sopravvive oggi nella sua forma a sbalzo a tre livelli, sebbene da allora sia stata rinnovata e modernizzata, e nella configurazione attuale di Stamford Bridge è dedicata, a ridosso delle panchine, ai tifosi di casa, anche in questo caso su impulso del coach José Mourinho.

Ken Bates lanciò comunque una campagna battezzata “Save the Bridge”, allo scopo di raccogliere i quindici milioni di sterline all’epoca necessari per riacquistare la proprietà di Stamford Bridge, mentre sembrava consolidarsi una proposta minacciosa avanzata da diversi creditori di fusione tra Fulham FC e Queens Park Rangers con il Chelsea, e poi il trasferimento del club allo stadio di casa dei Rangers, il Loftus Road, mentre Stanford Bridge sarebbe diventato sede di nuove costruzioni residenziali di grande prestigio. Una speculazione, insomma. Tuttavia il progetto fallì a seguito del crollo del mercato immobiliare nel 1992, che travolse anche la società di real estate che deteneva la proprietà dello stadio e aveva a cuore il progetto, permettendo al presidente Ken Bates di raggiungere un accordo con i suoi creditori, principalmente la Royal Bank of Scotland, per recuperare tutte le proprietà fondiarie collegate al Chelsea. Questo portò alla creazione del Chelsea Pitch Owners PLC, in pratica si riunirono in società i protagonisti della campagna “Save the Bridge”, principalmente semplici supporter, allo scopo di acquistare nel 1997 la piena proprietà dello stadio e del centro di allenamento dei Blues, per garantire che non venissero mai più venduti, nonché i diritti al nome “Chelsea Football Club”, per assicurare che la squadra non possa mai trasferirsi altrove senza il permesso dei suoi tifosi, dal momento che se lo facesse dovrebbe cambiare denominazione sociale: Chelsea infatti può essere il nome della squadra solo se gioca a Stamford Bridge. A quel punto, consolidata la situazione legale, iniziarono finalmente i lavori di rinnovamento di tutto il grande impianto, allo scopo di rendere tutti i suoi posti a sedere, di avvicinarono le tribune al terreno di gioco eliminando la pista e furono edificate le coperture di gradinate e tribune.

Stamford Bridge ha subito molteplici lavori di ristrutturazione, e la sua capienza è cambiata nel corso degli anni. Oggi, con i suoi 41.841 posti a sedere, è il decimo stadio più grande della Premier League, un tempo quando si assisteva alle partite in piedi, arrivò a contenere 82.905 persone. 

Qualcosa di insolito unisce Stamford Bridge al Chelsea, comunque. Per scoprirlo occorre tornare indietro nel tempo. Quando nel 1896 all’interno del perimetro di Londra esistevano già quelle che ancora oggi sono le più conosciute e seguite squadre della capitale: il Fulham FC, la squadra più antica tra tutte le compagini calcistiche londinesi, fondato nel 1879 nell’omonimo quartiere; il Tottenham Hotspur FC con sede sede nell’omonimo sobborgo, appartenente al borough di Haringey, dal 1882; il Queens Park Rangers FC, noto come QPR, fondato nel 1882 nel borough di Hammersmith and Fulham; il West Ham United FC, fondato nel 1895 come Thames Iron Workers FC nel distretto di Newham del quartiere di Stratford; l’Arsenal FC, fondato nel 1886 ad Highbury nel borough di Islington. Ecco, proprio nel 1896, i fratelli Henry Augustus, detto “Gus”, Joseph Theophilus Mears, uomini d’affari follemente innamorati del football, convinti dell’ascesa inarrestabile della popolarità del loro sport preferito, decisero di rilevare il complesso denominato Stamford Bridge Athletics Ground, nel borough di Fulham. Si trattava di un vasto prato aperto sin dal 1877 e attrezzato con una pista di atletica, utilizzato anche per le corse dei cani, che gli inglesi adorano, dotato di gradinate capaci di accogliere molto pubblico. Sarebbe stata probabilmente un’intuizione azzeccata, un ottimo affare, ma i fratelli Mears potranno disporre del complesso solo nel 1904 a causa di un lungo contenzioso insorto col precedente proprietario, e così persero tempo prezioso pur non abbandonarono l’intenzione di trasformarlo l’impianto nello “stadio di calcio più bello d’Inghilterra” per ospitarvi partite di cartello – la finale della FA Cup (la Coppa d’Inghilterra), ad esempio – e convincere il presidente (e proprietario) del Fulham FC, l’importante costruttore Henry Norris, a scegliere proprio il “loro” stadio come sede delle partite interne della sua squadra, che all’epoca non aveva un impianto all’altezza del prestigio nel frattempo acquisito e avrebbe pagato un lauto canone.

Ancora oggi vi sono ipotesi discordanti sul perché i primi proprietari chiamarono l’impianto Stamford Bridge, tuttavia nelle mappa del XVIII secolo è ancora indicato un piccolo fiume, affluente del Tamigi, di nome Stamford Creek, lungo la strada che oggi è stata rimpiazzata da una linea ferroviaria, e il letto del corso d’acqua era allora attraversato da due ponti: il primo su Fulham Road si chiamava Stamford Bridge, appunto.

Norris invece darà un dispiacere ai fratelli Mears. Infatti nel frattempo aveva deciso di realizzare un nuovo impianto per la sua squadra (quello tutt’oggi utilizzato dal Fulham FC): il mitico Craven Cottage. Norris cogliendo un’opportunità – il tempo in quel caso giocò contro i Mears – aveva acquistato per pochi soldi i terreni abbandonati dal 1888 dove un tempo sorgeva il cottage del VI barone di Craven, nel mezzo di un’area ricoperta da boschi, che erano stati parte dei terreni di caccia niente meno che di Anna Bolena, regina consorte d’Inghilterra e Irlanda dal 1533 al 1536, come seconda moglie di Enrico VIII, celebre monarca della dinastia Tudor, fondatore della Chiesa anglicana, nata in seguito alla separazione dalla Chiesa cattolica di Roma, sposato sei volte e detentore di un potere incontrastato. Sfumato il grande affare i fratelli Mears, amareggiati e delusi, dopo aver riflettuto a lungo, decisero di cedere il terreno e l’impianto sportivo alla Great Western Railway Company, proprietaria all’epoca della linea ferroviaria che attraversa la zona e che l’avrebbe utilizzato come deposito di carbone. Pareva tutto deciso. Ed è qui che il mito si confonde alla realtà, ammantando di un’aura magica questa incredibile storia raccontata proprio da uno dei suoi protagonisti, Frederick Parker. Questo personaggio era un ottimo atleta e un dirigente della società che gestiva lo Stamford Bridge Athletics Ground, da sempre convinto delle potenzialità finanziarie dell’impianto sportivo, e per questo divenne amico – e più tardi ascoltato consigliere – di “Gus” Mears. Quando accadde il fatto, i due si stavano recando all’appuntamento presso gli uffici della società ferroviaria per discutere gli ultimi dettagli dell’affare e concluderlo con una stretta di mano, in attesa di formalizzarlo. Erano accompagnati dallo scottish terrier di “Gus”, un cane da guardia e da compagnia che Mears adorava e che il I Earl (conte) di Dumbarton per le caratteristiche della sua razza definì The Diehard, ossia “piccolo ma maledettamente duro a morire”.

Damon Albarn, frontman e leader delle band Blur e Gorillaz, è sempre stato un grande tifoso del Chelsea, che ha sempre attratto molti tifosi e oggi è addirittura uno dei club più seguiti al mondo, soprattutto fra i più giovani, anche grazie a iniziative come quella di Stuart Harold Pot, conosciuto col suo nome di scena Due Di, personaggio dei Gorillaz, in posa coi giocatori in uno spot della Nike per i Blues.

A un certo punto della loro passeggiata, Parker aveva rinunciato al tentativo di convincere Mears a non vendere Stamford Bridge, ma arrivando inosservato da dietro il piccolo cane gli morse la caviglia facendolo sanguinare ed esclamare rivolto a Mears: “Your damned dog has bitten me, look!” [Il tuo maledetto cane mi ha morso, guarda!], mostrandogli la ferita insanguinata. Mears tuttavia, invece di esprimere preoccupazione per la ferità del suo assistente, rimase colpito e osservò laconicamente: “Scotch terrier, always bites before he speaks” [Scotch terrier, mordono sempre prima di parlare], facendo ridere Parks di gusto, e – come illuminato – dandogli una pacca sulla spalla gli disse: “You took that bite damned well, most men would have kicked up hell about it. Look here, I’ll stand on you; never mind the others. Go to the chemists and get that bite seen to and meet me here at nine tomorrow morning and we’ll get busy” [L’hai presa bene, mi hai sorpreso. Altri avrebbero trasceso. Allora sono d’accordo con te, lasciamo perdere la cessione di Stamford Bridge! Ora vai da un farmacista a farti medicare la ferita, e incontriamoci qui domattina alle nove: ci daremo da fare per trovare una soluzione]. Fu così che Gus Mears cambiò idea e decise di seguire il consiglio di Parker di non vendere Stamford Bridge e in seguito di fondare invece una propria squadra di calcio, allo scopo di valorizzare lo stadio mettendolo a reddito. Grazie al mordace intervento dello scottie di Mears quindi il Chelsea Football Club sarà fondato il 10 marzo 1905 in una public house su Fulham Road, quando ci si dovette interrogare prima di tutto sul nome del nuovo sodalizio poiché nel distretto esisteva già una squadra omonima, il Fulham FC, i fondatori dopo lunghe discussioni scelsero il nome del distretto più vicino: quello del borough di Chelsea.

Al secondo piano della public house The Rising Sun venne fondato il Chelsea Football Club il 10 marzo del 1905; una visita ai locali è senz’altro consigliata al numero 477 di Fulham Road, anche se oggi quello che si definisce un gastropub ha un nome decisamente meno poetico: The Butcher’s Hook.

Torniamo quindi al 10 marzo del 1905 quando, dopo l’appuntamento di fronte all’ingresso di Stamford Bridge, i fondatori si trasferirono al piano sopraelevato del pub The Rising Sun di proprietà di Edwin Hurford Janes, che del Chelsea Football & Athletic Club, diventerà pure lui socio. E non saranno in pochi perché trascorso un mese dalla fondazione, all’atto della registrazione del nome presso le istituzioni, il neonato club contava già oltre 2 500 soci, annoverando fra i principali sottoscrittori del cospicuo capitale già raccolto non solo la famiglia Mears, che comunque controllava il sodalizio, ma il business manager Tom Lewin Kinton e il legal advisor John Henry Maltby, entrambi consulenti della compagnia Mears Contracting and Wharfinger, niente meno che Lord Cadogan, il più grande proprietario terriero della zona, patrono e ispiratore dei colori del club, Charles Burgess Fry, una delle personalità più ammirate di tutto l’impero britannico, considerato lo sportsman inglese per eccellenza, Emslie Horniman, deputato liberale, filantropo, erede e proprietario della Horniman’s Tea Company, all’epoca la più grande società di commercializzazione di tè al mondo, molto apprezzato anche da Friederich Nietzsche che nella sua corrispondenza privata spesso menziona Horniman come il suo tea preferito, che scelsero William Claude Kirby, un altro importante imprenditore contemporaneo, nella qualità di primo presidente del club dal 1905 fino alla sua morte, avvenuta nel 1935. Gus Mears morirà pochi anni dopo la fondazione del Chelsea nel 1912, e a quel punto sarà sostituito dal fratello e cofondatore Joseph Mears, anche se nemmeno lui ricoprirà mai l’incarico di presidente, per rimanendone il vero dominus, diversamente da loro il figlio Joe dal 1940 al 1966 e il nipote Brian dal 1969 al 1981 sarebbero stati invece presidenti del Chelsea, prima di ritirarsi e cedere la proprietà al vulcanico Ken Bates che nel bene e nel male il club lo salverà dal fallimento, fino all’arrivo del glaciale Roman Abramovič che lo trasformerà in un top club fra i più importanti e vincenti al mondo.

Roman Abramovič, pare affascinato da Stamford Bridge, decise di acquistare il Chelsea mentre sorvolava Londra in elicottero nell’estate del 2003, spendendo circa 160 milioni di euro, facendo così la fortuna del presidente uscente Ken Bates e soprattutto dei tifosi dei Blues.

Proprio il Chelsea è uno dei soli tre club della Premier League ad aver giocato nello stesso stadio ininterrottamente per tutta la loro storia – gli altri due sono il Liverpool (ad Anfield Road) e lo Sheffield United (al Bramall Lane) – ma è l’unico ad essere stato fondato per riempire quello che diventerà il proprio stadio di casa, valorizzando un impianto già esistente, come emerge anche dal comunicato dell’agenzia di stampa J.E. Dixon & Co., che diede la notizia della fondazione del club in questi termini: “It has been decided to form a professional football club, to be called the Chelsea Football Club, for Stamford-bridge”.

Il Chelsea per Stamford Bridge, appunto.

Le immagini digitali e/o fotografiche utilizzate sono estratte in rete e principalmente dalle pagine https://it.m.wikipedia.org/ dove si legge la dichiarazione che le fotografie sono nel pubblico dominio poiché il loro copyright è scaduto o altrimenti possano essere riprodotte in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, in ragione delle mere finalità illustrative e per fini non commerciali, non costituendo concorrenza all’ipotetica utilizzazione economica dell’opera.

Categorie
Calcio Cultura Paesi Baschi Sport Storia

Cattedrali, gru, indipendentisti, leoni e santi: il Pitxitxi e la magia basca dell’Athletic Club.

I baschi sono il gruppo etnico che abita il Paese basco.

La loro lingua – l’euskara – è misteriosa e “isolata”, nel senso che non è dimostrata la sua parentela con altre lingue del mondo. E così l’origine dei baschi, che – oggetto di numerosi studi dal punto di vista etnico, allo scopo di chiarire la provenienza di questa antica popolazione – non è mai stata tracciata. Popolazione singolare anche dal punto di vista biologico, per la presenza in una forte percentuale (oltre il 35%) del gruppo sanguigno “Rh negativo”. Il Paese basco, chiamato Euskal Herria, non va confuso: è un ambiente culturale, ideale e storico, molto più vasto delle singole entità amministrative popolate dai baschi, che sono la comunità autonoma (l’equivalente spagnolo della nostra “regione”) dei Paesi Baschi, sancita dalla costituzione spagnola nel 1978, Euskal Autonomia Erkidegoa in basco, e composta da tre province: Araba, Bizkaia (che noi conosciamo come Biscaglia) e Gipuzkoa, denominate le tre province “storiche”, coi loro tre capoluoghi Vitoria-Gasteiz, Bilbao e Donostia (più conosciuta come San Sebastián); la Navarra, che amministrativamente costituisce una comunità autonoma separata rispetto ai Paesi Baschi, con capoluogo Pamplona (quella dell’Encierro, la corsa dei tori che si celebra per le strade della città durante le festività di San Fermín); le tre province francesi di Labourd, Soule e Bassa Navarra, con città come Bayonne e Biarritz, che formano la zona denominata Iparralde (i Paesi Baschi del Nord), mentre tutto il territorio spagnolo di Euskal Herria viene chiamato Hegoalde (i Paesi Baschi del Sud).

Una delle attività più famose dei Sanfermines di Pamplona è l’Encierro che consiste in una corsa di circa 800 metri coi tori scatenati fra la folla, che ha come punto di arrivo la plaza de toros cittadina per una festa popolare che in realtà è un pericoloso delirio: ogni giorno tra il 7 e il 14 luglio di ogni anno, alle otto del mattino, come l’ha raccontato Hemingway nel suo capolavoro Fiesta.

Nel XIX secolo le province basche, che spesso erano riuscite a resistere ai dominatori delle terre circostanti e comunque anche quando avevano ceduto mai si erano lasciati assimilare, dovettero rinunciare a una garanzia che la corona spagnola non aveva mai messo in discussione: i fueros, privilegi concessi dai re di Castiglia, in base ai quali i baschi non erano soggetti alla leva militare nell’esercito castigliano e godevano di un particolare regime di tassazione. Il concetto del nazionalismo basco si consolidò nell’ambito del movimento carlista e del Romanticismo europeo, battendosi per il mantenimento del sistema dei fueros e delle tradizionali autonomie territoriali contro la centralizzazione promossa dal governo di Madrid. Sabino Arana, proveniente dal movimento carlista, fondò nel 1895 il Partito Nazionalista Basco, la cui ideologia era fondata sulla purezza della razza basca e la sua presunta superiorità morale sulle altre popolazioni spagnole, sull’integralismo antiliberale e cattolico, opponendosi all’immigrazione, conseguente alla rivoluzione industriale, di altri spagnoli nei floridi Paesi Baschi. Arana nato a Bilbao, nel 1865 da una ricca famiglia basca, pioniere del nazionalismo nel 1893 aveva pronunciato il famoso discorso di Larràzabal, dove infiammava i cuori dei presenti enunciando per la prima volta la necessità di rendere indipendente la Biscaglia, ed è l’autore dell’Ikurrina, la bandiera dietro la quale si riconoscono oggi le sette province tradizionali basche, nonché l’inventore della parola Euzkadi per indicare la regione storica abitata da sempre dal popolo basco.

Su sfondo rosso (della Biscaglia), sul quale si sovrappone una croce verde di sant’Andrea, patrono biscagliano, ed una bianca, simbolo della religione cattolica. Nel 1976, prima di un derby basco tra Athletic Club e Real Sociedad, i due capitani portarono in campo una Ikurrina: fu la prima esposizione pubblica della bandiera basca dopo la morte del dittatore Francisco Franco.

Agli inizi del XX secolo il nazionalismo basco si sviluppò in particolare presso la borghesia a Bilbao, sviluppandosi rapidamente e riuscendo a sopravvivere alla dittatura di Miguel Primo de Rivera, consolidando associazioni culturali e sodalizi sportivi, proprio come l’Athletic Club di Bilbao che dal 1912 deciderà di tesserare solo giocatori baschi. Nella guerra civile, iniziata in Spagna nel 1936, la parte maggioritaria del Partito Nazionalista Basco si schierò con la Repubblica spagnola contro la monarchia e il generale Francisco Franco. Venne creato un autonomo governo basco repubblicano che tuttavia nel 1937 si arrese alle truppe italiane alleate del generale Franco, dopo che l’aviazione tedesca, corsa in aiuto dei franchisti, bombardò crudelmente la città basca di Guernica. Una carneficina che ispirò al famoso pittore Pablo Picasso uno dei suoi quadri più famosi, che rappresentò la denuncia più sconcertante di quella nuova forma di terrore proveniente dal cielo, a condizione che fosse risparmiata l’industria pesante e l’economia dei Paesi Baschi che altrimenti sarebbero stati letteralmente rasi al suolo e i baschi dispersi. Con il regime franchista la lingua basca venne proibita negli atti della pubblica amministrazione e sugli organi di informazione, sebbene fosse tollerata in attività culturali o nelle cerimonie religiose e allo stadio, benché l’Athletic Club venisse rinominato “alla castigliana” Atlético de Bilbao, mentre il governo di Madrid favoriva la massiccia immigrazione di popolazione non basca proveniente da altre parti della Spagna, per favorire l’omologazione coi baschi, che intanto osteggiava in ogni modo.

Guernica è un quadro di Pablo Picasso, ispirato dal bombardamento dell’aviazione nazista che rase al suolo la città basca di Guernica, composto in soli due mesi, come messaggio per la pace, la dignità e la libertà degli uomini e delle donne del mondo intero. Molto si è scritto sul valore suggestivo e allegorico dell’opera e sui suoi significati che l’hanno resa un simbolo universale.

Un gran numero di baschi lasciò la propria terra (oggi sono circa tre milioni gli abitanti di Euskal Herria) per emigrare in altre zone del mondo (dove attualmente si stimano essere una quindicina di milioni i baschi o discendenti baschi) durante differenti epoche storiche, principalmente a causa delle persecuzioni politiche sofferte da questo popolo orgoglioso. Il Sudamerica, per tante ragioni, è stata una delle mete più congeniali ai baschi tesi verso la ricerca di nuove opportunità, di un futuro. A tal riguardo Miguel de Unamuno, grande poeta, filosofo, scrittore, drammaturgo e politico spagnolo di origini basche, disse: “Ci sono almeno due cose che possono senz’altro essere attribuite ai baschi: la Compagnia di Gesù e la Repubblica del Cile.” Quanto alla seconda: sappiamo che moltissimi baschi arrivarono in Cile nel corso del XVIII secolo e che grazie alla loro intraprendenza e all’abnegazione al lavoro, riuscirono a scalare le classi sociali, andando a ricoprire ruoli d’élite. A questi si aggiunsero le migliaia di persone in fuga dalla Guerra civile spagnola, terminata nel 1939 con la vittoria di Francisco Franco, che perseguitò gli avversari sconfitti: le stime attuali indicano i cileni di origine basca addirittura il 30% della popolazione totale. Invece, quanto alla prima: sarà l’ultimo di tredici figli, nato attorno al 1491 da una nobile famiglia basca, Iñigo López de Loyola, a fondare l’ordine della Compagnia di Gesù, che si diffuse rapidamente e in maniera straordinariamente vigorosa ovunque nel mondo. In molti paesi della Terra, dal Brasile al Giappone, questo ordine saprà condizionare la società e la politica, al punto da farsi temere e perseguitare. E così fino ai giorni nostri, quando il 13 marzo 2013 è stato eletto il primo pontefice gesuita della storia, così sono conosciuti i membri della Compagnia, come “gesuiti”, il Papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio).

La pelota basca a mani nude è una prova di astuzia, forza e rapidità a dir poco distruttiva. Lanciare con la sola forza delle braccia e del tronco queste palline dure come pietre e veloci come proiettili impone un sacrificio almeno pari alla soddisfazione, che per un basco è immensa.

Lo sport ha ricoperto (e ricopre) da sempre un ruolo fondamentale nella società basca. Storicamente si ricorda la pelota basca, un gioco nato proprio in queste zone, come dichiara il suo stesso nome, e poi diffusosi in seguito in varie parti del mondo attraverso l’emigrazione di tanti baschi che lo considerano il loro sport nazionale. In particolare la pelota a mano nuda è tenuta in alta considerazione dai puristi, perché malgrado la relativa spettacolarità è considerato il gioco per eccellenza, il più duro. I giocatori si esibiscono in uno sferisterio, e praticamente ogni città e paese basco ha almeno un frontón (in spagnolo): il campo regolamentare. Lungo circa trenta metri e delimitato da un muro frontale e uno laterale dove gli atleti devono far rimbalzare la pelota – una palla di legno ricoperta da strati di corda, filo di caucciù, e avvolta nel cuoio caprino, praticamente un sasso del peso di un etto – usando le mani nude o protette da appositi cerotti per lanciarla energicamente contro il muro, al fine di spiazzare l’avversario. Ai baschi tuttavia viene anche riconosciuto il merito della diffusione in Spagna della pratica del football, arrivato via mare in Andalusia, Catalogna e soprattutto nei Paesi Baschi, appunto, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX: la posizione geografica delle città poste sul golfo di Biscaglia infatti favoriva gli scambi commerciali e culturali con il Regno Unito, e gli inglesi, inventori e maestri del nuovo gioco, erano di casa a Bilbao, città ricca di industrie e e commerci, all’epoca primo centro bancario e secondo porto commerciale del regno, nonché capitale dell’industria metallurgico-meccanica spagnola. Oggi su Campa de los Ingleses, la spianata dove a fine ‘800 i ragazzi del Gimnasio Zamacois venivano a guardare proprio quegli inglesi divertirsi a uno strano gioco con il pallone c’è un museo di arte contemporanea situato in un edificio progettato dall’architetto canadese Frank O. Gehry che ha cambiato il modo in cui Bilbao è percepita nel resto del mondo: il Guggenheim.

Questo straordinario edificio, che si riflette sulle acque del Nerviòn, sembra avere la forma di una nave, rendendo così omaggio a Bilbao, progettato da Frank Gehry ospita esposizioni di opere d’arte appartenenti alla fondazione Guggenheim e si è rivelato come uno dei più spettacolari edifici del decostruttivismo.

Principali società calcistiche basche, quelle ai vertici del campionato nazionale spagnolo di calcio, sono il Deportivo Alavés di Vitoria-Gasteiz, la Sociedad Deportiva di Eibar, la Real Sociedad di San Sebastián, l’Osasuna di Pamplona, e quella che potremmo considerare quasi una nazionale basca: l’Athletic Club di Bilbao, squadra fortemente identitaria, celebre per la sua “filosofia”. Una filosofia che da quasi cento anni fa sì che il club utilizzi un bacino ristrettissimo di giocatori: quelli nati nei Paesi Baschi, nell’accezione di Euskal Herria, o cresciuti fin da giovanissimi nel vivaio di un’altra squadra basca. Questo spiega il motivo del legame strettissimo, indissolubile, dell’Athletic con la sua terra. Per un popolo che fu costretto ad affrontare prove terribili durante la dittatura di Franco, il calcio divenne un fondamentale baluardo culturale: mentre le ikastolak, le tradizionali scuole basche, venivano sbarrate, l’uso dell’euskera proibito per legge e ogni simbolo basco vietato, l’Athletic e la Real Sociedad di Donostia-San Sebastián, unite dalla medesima filosofia, rappresentavano per migliaia di persone l’unico mezzo attraverso il quale difendere la propria identità e manifestare la propria natura. Dopo che la Real Sociedad nel 1989 decise di acquistare l’irlandese John Aldridge, l’Athletic rimase l’unico club a utilizzare esclusivamente giocatori del posto, tradizione che si è perpetuata fino a oggi; una perseveranza coraggiosa, forse perfino folle se esaminata con gli occhi del risultato a ogni costo, capace però di conferire alla squadra un’aura di leggenda che si è fatta sempre più forte, resistendo agli effetti che la cosiddetta “sentenza Bosman” ha provocato nel resto del mondo, preservando il fragile equilibrio sul quale si regge il club zurigorri, dove i bilbaini si sono ancor più intestarditi a voler mostrare al mondo la perfetta sostenibilità del proprio modello.

Oggi il (nuovo) San Mamés è uno degli stadi più grandi di Spagna ed è parte della simbologia stessa dell’Athletic Club, il romanticismo degli appassionati per il vecchio impianto infatti è bilanciato dal fatto che questo nuovo, realizzato sul sito del precedente, ha regalato alla vecchia Katedrala il posto d’onore che le compete nella storia.

L’Athletic Club milita nella massima serie del campionato spagnolo, ed è uno dei soli tre club ad aver partecipato a tutte le edizioni della Primera División (l’equivalente della nostra Serie A) gli altri sono il Real Madrid e il FC Barcelona, e dopo di loro è la terza squadra più titolata di Spagna, potendo annoverare nel suo palmarès 8 campionati di massima divisione, 23 Coppe del Re, 3 Supercoppe di Spagna e una Coppa Eva Duarte, per un totale di 35 trofei ufficiali, tutti a livello nazionale. È inoltre quarta per numero di campionati nazionali vinti, dietro a Real Madrid, FC Barcelona e Atlético de Madrid, e non è stata trasformata per legge in una società sportiva, ma insieme a Real Madrid, FC Barcelona e Osasuna soltanto rimane un associazione totalmente in mano ai soci-tifosi, che la governano eleggendo una junta directiva e un presidente, che esercitano il loro mandato nel rispetto dello statuto del club e di tutte quelle regole non scritte che rendono l’Athletic un sodalizio davvero singolare. Ad esempio, per diversi anni e anche dopo l’affermazione degli sponsor tecnici a Bilbao per diverse stagioni hanno auto prodotto le divise sociali e il materiale d’allenamento, e fino al 2008 la maglietta della squadra non era caratterizzata da alcuna sponsorizzazione commerciale, salvo poi consentire solo quelle basche: la “Petronor”, un’azienda petrolifera, con sede a Muskiz in Biscaglia dove possiede importanti raffinerie, registrando peraltro il fastidio dei soci più “ecologisti”, e la “Kutxabank”, una banca, con sede a Bilbao, erede della florida tradizione delle casse di risparmio basche, che pure ha creato qualche malumore.

L’Athletic vincitore della Coppa del Re nel 1903, contro il CF Madrid (non ancora Real), l’edizione inaugurale del torneo metteva in palio il titolo di campione di Spagna. La formula fu a inviti, organizzando un triangolare fra le rappresentanti delle tre regioni calcisticamente attive del paese, la Castiglia (il Madrid), la Catalogna (l’Espanyol di Barcellona) e i Paesi Baschi (con l’Athletic, appunto).

Athletic Club. Solo questa è la denominazione corretta. Spesso viene aggiunto “de Bilbao” per completezza, ma il nome ufficiale della squadra è composto solo da quelle due parole. In Italia si sente chiamare la squadra Athletic Bilbao, il Bilbao o, ancor peggio, Atletico Bilbao. Può sembrare una questione frivola, tuttavia c’è molto di più. El Bilbao, tanto per iniziare, è il nomignolo con cui gli avversari chiamano dispregiativamente il club, sapendo di far infuriare i bilbaini che invece si definiscono El Athletic. Invece Atlético è la denominazione che fu imposta alla squadra durante il franchismo, fatto che spiega da solo perché non sia accettata. I giocatori dell’Athletic Club sono conosciuti dai loro tifosi come Zurigorriak (in spagnolo, Rojiblancos), dal colore della divisa. Non è sempre stato così, e occorre una premessa. Infatti, se insieme con le materie prime e le merci varie giungevano a Bilbao anche numerosi tecnici e lavoratori inglesi, i giovani figli della borghesia imprenditoriale basca si recavano in Gran Bretagna per studiare nei prestigiosi college inglesi. Il frequente scambio culturale farà sì che si importerà in Biscaglia anche il football, che presto si imporrà per popolarità sulle meno accattivanti discipline atletiche tipicamente basche. E all’Inghilterra si lega anche l’iconica maglia della squadra basca. I colori biancorossi attuali non dipendono infatti, come in molti pensano, dal fatto che sono gli stessi della bandiera della municipalità di Bilbao. Derivano semmai da una questione di ordine più pratico.

Nel 1910 l’Athletic Club, per la prima volta in maglia a strisce biancorossa, vince la sua terza Coppa del Re proprio in casa dei rivali più accesi, allo stadio Ondarreta di San Sebastián contro il Vasconia, dopo aver sconfitto in semifinale il detentore CF Madrid, riportando così a Bilbao il titolo di campione di Spagna.

Come avveniva in tutta Europa, che di football si stava ammalando, le scarpe bullonate, i palloni di cuoio e le uniformi di gara di alta qualità erano acquistate o spedite direttamente dalla Gran Bretagna. La prima divisa dell’Athletic Club era identica a quella del Blackburn Rovers FC, praticamente una camicia a quarti bianco e blu scuro, donata dal socio basco di origine irlandese Juan Moser e associata per sempre al ricordo della prima vittoria della squadra basca nella Coppa del Re del 1903, che all’epoca attribuiva il titolo di squadra campione di Spagna. Gli attuali colori furono invece utilizzati per la prima volta a partire dal 9 gennaio 1910. Il motivo del cambio cromatico? Rocambolesco. Juan Elorduy, uno dei dirigenti del club, era stato incaricato dal presidente, nel suo viaggio in Inghilterra per le vacanze natalizie, di acquistare nuove divise da gioco, in sostituzione di quelle pur già blasonate ma logore. Tuttavia, forse distratto dal clima di festivo della capitale britannica, non riuscì a trovare a Londra un numero sufficiente di divise coi colori dei Rovers e così una volta raggiunta Southampton, città dalla quale avrebbe preso il traghetto per rientrare a Bilbao, per non tornare a mani vuote decise di acquistare le uniche uniformi disponibili: quelle della squadra locale, con le strisce verticali bianche e rosse dei Saints (in inglese, i Santi), le maglie del Southampton FC, precisamente. Tutto sommato i colori erano quelli della bandiera di Bilbao, e la qualità delle maglie era superiore a quella delle precedenti divise, questo deve aver pensato. E poi portarono bene: infatti coi colori zurigorri l’Athletic vinse subito un’altra Coppa del Re, imponendosi nel 1910 a San Sebastián, in casa degli acerrimi rivali della Real Sociedad, allora ancora denominati Vasconia Sporting. Così si scelse definitivamente la nuova divisa bianca e rossa, abbinandola dal 1913 ai calzoncini e calzettoni neri.

Era il 1915 quando l’Athletic Club si rivolse a José Arrúe per fargli ritrarre la squadra che quell’anno vinse la Coppe del Re per la seconda volta consecutiva, contro l’Espanyol de Barcelona sconfitto 5-0. Il dipinto, intitolato Equipo del Athletic Club, raffigura i giocatori in piedi davanti a una delle due porte del vecchio San Mamés come in una foto ufficiale, ci sono anche l’allenatore e il preparatore atletico con un pallone da calcio.

I giocatori dell’Athletic sono conosciuti come i Lehoiak (in spagnolo, Leones) e il grande felino è la mascotte del sodalizio. C’è un motivo sottile, quanto romantico. Infatti lo stadio di San Mamés fu costruito sul terreno accanto alla Santa y Real Casa de Misericordia de Bilbao, un’istituzione di assistenza per i cittadini bisognosi, all’interno della quale è ospitata una cappella dedicata a Mamés, conosciuto in Italia come Mamete di Cesarea, un giovane cristiano che subì il martirio per la fede, divenuto uno dei santi più popolari dell’oriente bizantino. I romani, dopo averlo sottoposto a tremendi supplizi, decisero di gettarlo in pasto ai leoni, i quali, però, ogni volta si facevano mansueti ai suoi piedi, allora venne ucciso dai soldati imperiali. L’Athletic disputa le sue partite interne in questo stadio, familiarmente chiamato la Katedrala (in spagnolo, la Catedral), inaugurato il 21 agosto del 1913 e finanziato esclusivamente dai soci del club, tramite una raccolta popolare di fondi, inizialmente era composto da tre semplici gradinate in terra e una tribuna principale in splendido stile tardo-ottocentesco. Non distante ancora oggi sorge isolata una gigantesca gru, che è l’elemento più emblematico del Museo Marítimo Ría de Bilbao, dove un tempo c’erano i cantieri navali della città.

Il Museo Maritimo Ria di Bilbao occupa una vasta area della riva sinistra dell’estuario del fiume, proponendosi di preservare e diffondere la storia, la cultura e l’identità degli uomini e delle donne che hanno vissuto uno stretto legame con l’antica tradizione marittima della città, dalle sue finestre si osserva la mole della gru Carola e quella del San Mamés, più a sinistra.

Con un’altezza di 60 metri e un peso di 30 tonnellate, Carola è l’ultima gru rimasta a Bilbao, dove un tempo si costruivano e riparavano le navi. Ironicamente l’imponente mole rossa dell’infrastuttura deve il suo nome a una donna, bellissima e delicata, che ogni giorno attraversava l’estuario in barca per andare al lavoro. Sembra che fosse così affascinante da fermare la produzione, poiché gli operai dei cantieri interrompevano qualsiasi lavoro per ammirarla al punto che il direttore dei cantieri, si dice, le offrì addirittura un’auto con l’autista per accompagnarla ogni mattina cambiando tragitto, ma Carola rifiutò e continuò ad attraversare l’estuario come faceva tutti i giorni. Il San Mamés fu il primo stadio spagnolo costruito appositamente per il calcio, con 3.500 persone presenti alla partita inaugurale contro il Racing de Irún, il 21 agosto 1913 giocata soltanto sette mesi dopo la posa della prima pietra. La capienza venne subito aumentata a 9mila posti con l’inizio degli anni ’20, grazie al primo ampliamento e alla costruzione delle gradinate de la General, prima, e de Capuchinos, poi. In quello stadio proprio Rafael Moreno, alias el Pichichi, fu il primo giocatore a segnare un gol e sempre su quel campo, l’8 febbraio 1931, l’Athletic -guidato da mister Pentland – riuscì ad imporsi sul FC Barcelona per 12-1, ancora oggi la vittoria più ampia della Liga spagnola.

L’Athletic Club vincitore della Coppa del Re per il terzo anno consentivo nel 1916, quando in finale a Barcellona sconfisse i blancos del Real Madrid con il risultato perentorio di 4-0.

Rafael Moreno Aranzadi, conosciuto da tutti fin da ragazzo come Pichichi, per la bassa statura, nasce il 23 maggio 1892 a Bilbao da una famiglia di notabili della città biscaglina, suo padre infatti è Joaquin Moreno Goñi, un avvocato dal radioso avvenire politico che sarà anche sindaco di Bilbao, mentre la famiglia della madre, Dalmacia Aranzadi y Unamuno è imparentata con quella di una delle figure più importanti della cultura spagnola del Novecento, il grande Miguel de Unamuno. Durante l’infanzia agiata, il ragazzo passava i pomeriggi con i suoi compagni di fronte all’Università gesuita di Deusto (dal nome dell’omonimo quartiere cittadino), dall’altra parte del Nervión, il fiume che attraversa Bilbao, osservando i marinai inglesi che giocano a calcio nell’immenso spiazzo lì accanto, qualche volta organizzando partite tra studenti, giocate in strada. In questi pomeriggi e in queste sfide pomeridiane nasce il Rafael giocatore, ha classe, i suoi compagni di liceo fanno a gara per averlo in squadra e così fanno pure i colleghi della Facoltà di Diritto a cui il ragazzo si iscrive più per far piacere a papà Joaquin che a lui stesso. Una sorta di compromesso, per continuare a giocare al football nel tempo libero, anche se il Pichichi aveva già in mente cosa fare della sua vita perché in cuor suo aveva già deciso, pur accettando un impiego presso gli uffici comunali prima e poi alle dipendenze di un importante officina siderurgica: la sua vita sarebbe stato il calcio, e l’Athletic.

Rafael nasce a Bilbao nel 1892 da una famiglia di notabili, suo padre Joaquin Moreno Goñi è un avvocato che sarà sindaco della città, mentre la famiglia della madre, Dalmacia Aranzadi y Unamuno è imparentata con quella di una delle figure più importanti della cultura spagnola del Novecento: Miguel de Unamuno. Lui invece sarà per sempre el jugador maravilla de cualquier tiempo.

Dieci anni di Athletic gli regalarono tante soddisfazioni, infatti. Non solo cinque campionati regionali (all’epoca non esisteva la Liga, e non c’era un torneo nazionale a girone unico) vinti nel 1914, 1915, 1916, 1920 e 1921, e quattro coppe del Re (che attribuiva il titolo di campione di Spagna) nel 1914, 1915, 1916 e 1921, segnando in carriera 83 gol in 89 partite, oltre alla breve ma proficua avventura con la nazionale spagnola. Alle Olimpiadi di Anversa il Pichichi aveva giocato tutte e cinque le partite con le “Furie rosse”, segnando un gol, vincendo contro Danimarca, Italia, Olanda e Svezia e perdendo solo contro il Belgio, conseguendo la medaglia d’argento. In quegli anni è indiscutibilmente l’uomo più famoso di Bilbao, i giornali lo osannano, i tifosi lo adorano, qualcuno arriva a definirlo (il giornalista della Gaceta del Norte e futuro selezionatore della nazionale Rafael Mateos) “el jugador maravilla de cualquier tiempo”, e i compagni gli vogliono bene, non solo perché li trascina in campo ma anche perché il ragazzo è allegro, un compagnone, l’anima di mille scherzi e di cene lunghissime dopo le partite. Della seconda vita di Rafael Moreno però non sapremo mai nulla, perché il 1° marzo 1922, a pochi mesi dalla sua ultima partita, arrivò la notizia della sua morte, sembra a causa di un forte attacco di febbre tifoidea per aver ingerito delle ostriche andate a male, secondo la versione più accreditata.

La forte squadra magiara dell’MTK Budapest FC a Bilbao per il periodo natalizio prima di giocare un’amichevole di lusso, si direbbe oggi, contro l’Athletic Club rende omaggio deponendo una composizione floreale al monumento appena sistemato in gradinata e dedicato a Rafael Moreno alias Pichichi, prima di scendere in campo al San Mamés, già conosciuto come la Katedrala.

Ai bilbaini, che lo avevano amato a lungo, non restò che erigergli un busto – dove la grafia del suo apodo è quella basca: Pitxitxi – collocato l’8 dicembre del 1926 all’interno del vecchio stadio, nella tribuna d’onore, e poi nel 2013 spostato nel nuovo San Mamés, dove è ben visibile alla fine del tunnel degli spogliatoi di questo impianto straordinario, celebrato dal premio vinto ai World Design Awards 2020 nella categoria delle strutture sportive e per il tempo libero, un riconoscimento che si aggiunge a quelli di “miglior nuovo stadio” al World Architecture Festival 2015 e al World Football Summit 2017. La tradizione tuttavia non s’è interrotta e, dal primo episodio avvenuto nel 1927 su iniziativa dell’MTK Budapest FC, tutte le squadre che non hanno mai giocato in casa dell’Athletic, si recano ad omaggiare il Pichichi prima di calcare l’erba della “Cattedrale”. Ancor più significativo tributo alla figura del piccolo attaccante basco, che giocava con un fazzoletto bianco annodato sul capo, fu deciso nel 1953 dalla istituzioni sportive nazionali, che autorizzarono il quotidiano sportivo “Marca” a attribuire un premio per il più prolifico cannoniere della Liga e a chiamarlo “Trofeo Pichichi”, attribuito a grandi campioni come Alfredo Di Stefano, Mario Kempes, Enrique Quini, Cristiano Ronaldo, Luis Nazario Ronaldo, Hugo Sanchez e Telmo Zarra, e il cui record appartiene a Lionel Messi, che lo ha vinto per ben otto volte.

La tradizione dell’omaggio al Pichichi si rinnova nel gesto del capitano della squadra belga del RKC Gent che affronta l’Athletic Club nella gara di UEFA Europa League vinta per 5-3 con cinque gol realizzati da Aritz Aduriz, centravanti che ha legato la maggior parte della sua carriera alla squadra basca.

Trujillo è una magnifica città, abitata da circa diecimila anime, situata nella comunità autonoma dell’Estremadura, abbastanza vicina alla frontiera che separa il Portogallo dalla Spagna e distante da Bilbao quasi seicento chilometri. Curiosamente nacquero proprio qui ben tre esploratori delle Americhe: Francisco Pizarro, scopritore e conquistatore (anche se sarebbe più corretto dedinirlo “distruttore”) dell’Impero Incas, Francisco de Orellana, il conquistador che diede il nome al Rio delle Amazzoni e quindi Hernando de Alarcón, che fu il primo europeo a risalire il Colorado, trovandovi la morte. L’importanza culturale, sociale e storica di Trujillo emerge dal suo straordinario centro storico, ricco di monumenti meravigliosi, tra i quali non sfigura il complesso di Santa María la Mayor, una chiesa romanica del XIII secolo. La torre campanaria venne gravemente danneggiata a seguito dei contraccolpi dei terremoti di Lisbona del 1521 e del 1755 e per questo l’amministrazione cittadina decise nel XIX secolo di demolire una parte cospicua della struttura, allo scopo di evitarne il rovinoso crollo. Successivamente la Dirección General de Bellas Artes decise la ricostruzione della torre, ma in assenza dei necessari fondi toccò al comune di Trujillo farsene carico. Una volta completata l’opera di ricostruzione in cima alla torre si scoprì lo stemma dell’Atlético Bilbao, come si chiamava durante il franchismo il club basco.

Era successo che un artigiano del luogo, Antonio Serván, per gli amici el Rana, incaricato dalla municipalità di disegnare e realizzare gli oltre cinquanta capitelli della torre, essendo rimasto a corto di idee per l’ultimo da scolpire decise di utilizzare lo stemma della squadra del cuore, su cui aveva lavorato mesi prima e che dopo averlo scolpito custodiva gelosamente in bottega. Le Bellas Artes quando se ne accorsero non poterono censurare il risultato, in fin dei conti non era stata violata alcuna legge o precetto, mentre la singolare circostanza faceva il giro della Spagna e finiva su tutti i giornali, anche baschi naturalmente. L’intrepido Serván fu così invitato a Bilbao dalla sua squadra del cuore e poté assistere a una partita alla Catedral e conoscere José Ángel Iribar, leggendario capitano e portiere dell’Athletic e della nazionale spagnola, campione d’Europa nel 1964. El Rana lo racconta così quel momento: “Yo estaba allí, en el San Mamés, rodeado de miles de personas. Y luego vi a Iribar. ¡Le abracé! He conocido a Iribar. Ya me puedo morir en paz”. La traduzione in italiano mi sembra superflua, sono i sentimenti del tifoso, in tutte le lingue del mondo.

Iribar è stato il prototipo dell’estremo difensore: sicuro, sobrio, tecnicamente quasi perfetto. Non fece mai mistero di sostenere l’indipendenza basca. 

Si può sottoscrivere, insomma: l’Athletic è l’unica squadra alla quale i tifosi non chiedono di vincere, ma di resistere.

Le immagini digitali e/o fotografiche utilizzate sono estratte in rete e principalmente dalle pagine https://it.m.wikipedia.org/ dove si legge la dichiarazione che le fotografie sono nel pubblico dominio poiché il loro copyright è scaduto o altrimenti possano essere riprodotte in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, in ragione delle mere finalità illustrative e per fini non commerciali, non costituendo concorrenza all’ipotetica utilizzazione economica dell’opera.

Categorie
Calcio Cinema Cultura Roma Sport Storia

La giovane Roma al Testaccio non perdeva (quasi) mai, la Serie A fascista che nasce a Viareggio e il primo film italiano sul calcio: 5 a 0!

Se la città di Roma e la squadra della Roma non sono la stessa cosa intanto hanno lo stesso nome e gli stessi colori: l’identificazione quindi è fortemente legittima, quasi scientifica. Lo scrittore Sandro Bonvissuto questo concetto lo sviluppa in un libro che ogni tifoso, di qualsiasi squadra, dovrebbe leggere: La gioia fa parecchio rumore, scritto per Einaudi. Questo bel romanzo de noantri canta di un amore assoluto per la squadra del cuore e mi ha ricordato di quando avevo scoperto quello che rimane(va) del glorioso Campo Testaccio, anzi cosa non ne rimane(va): il leggendario stadio della Roma, infatti, quello “dove nessuna squadra ce passerà”, era ridotto a un cratere, come se non fosse mai esistito. Il quartiere del Testaccio, invece, seppure in continua evoluzione, è riuscito a conservare intatto il suo spirito genuino e popolare che lo rende il quadrilatero della romanità per eccellenza, oggi all’avanguardia nella produzione culturale capitolina, ma al tempo stesso capace di evocare romantiche memorie sportive: quelle della giovane Roma testaccina, squadra amatissima e gagliarda, tutta “petti d’acciaio, astuzia e core”.

La formazione della Roma per il primo incontro con la Juventus, disputato il 13 novembre 1927 nella capitale e terminato in pareggio; da sinistra, in piedi: il presidente Foschi, l’allenatore Garbutt, Ziroli, Fasanelli, Bussich, Cappa, Chini Luduena, il massaggiatore Cerretti e il suo secondo Moggiani; al centro: Ferraris IV, Degni, Rovida, Bianchi; a terra: Mattei, Rapetti e Corbyons.

A poca distanza dall’imponente Porta di San Paolo, uno dei varchi meridionali della cinta muraria aureliana, si scorge il Sepulcrum Cestii un monumento funerario singolare quanto incongruo, si tratta di una tomba a forma di piramide egizia, costruita tra il 18 e il 12 a.C. e dedicata a Caio Cestio Epulone, un ricco magistrato romano. La piramide, completamente rivestita di lastre di marmo di Carrara, dà il nome alla fermata della metropolitana che si trova al lato di piazzale Ostiense, ed oramai è inglobata nel perimetro delle mura, accanto al suggestivo Cimitero Acattolico. Il camposanto, nascosto da maestosi alberi secolari, è il luogo dove riposano per sempre i non cattolici, soprattutto britannici, come Keats e Shelley, e tedeschi, come il figlio di Goethe, e pure tanti illustri italiani: tra gli altri Gadda, Lussu, Gramsci e Camilleri, il creatore di Montalbano, che qui trascorreva molto tempo a meditare passeggiando in solitudine fra le tombe, in prossimità della piastrella che ricorda il luogo di sepoltura del gatto Romeo, già ospite della vicina colonia, un felino molto amichevole e benvoluto dai visitatori, che in vita era diventato una vera e propria mascotte.

Al confine fra il rione Testaccio e l’Ostiense si trovano la porta di San Paolo e la Piramide Cestia, proprio accanto a quest’ultima, dietro alle mura aureliane ha sede il Cimitero acattolico, fra questo e le pendici del Monte dei Cocci un tempo stava il leggendario Campo Testaccio.

Verso il fiume Tevere, lasciata la quiete del camposanto, si attraversa dapprima piazza Testaccio, il cuore commerciale del rione, e quindi piazza Santa Maria Liberatrice, al centro della sua verace socialità, che ospita l’unica parrocchia del quartiere, Santa Maria Liberatrice appunto, il Teatro Vittoria e un vasto giardino, dove una significativa porzione è stata ri-battezzata, a furor di popolo, piazza Francesco Totti, con tanto di segnaletica. Proseguendo la passeggiata, si raggiunge l’Emporium, dove si trovava niente meno che il grande porto fluviale dell’antica Roma: ne restano alcuni tratti molto ben conservati, incassati nel muraglione del Lungotevere Testaccio, una banchina lunga addirittura mezzo chilometro con gradinate e varchi da cui si accede(va) a due file di magazzini che si affaccia(va)no su un corridoio criptoportico. Le dimensioni dell’infrastruttura non devono sorprendere, perché qui arrivavano le merci provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo destinate a Roma, che una volta sbarcate al porto di Ostia proseguivano il loro viaggio a bordo di zattere trainate lungo la terra ferma da grandi buoi che risalivano il Tevere fino all’Urbe, che nel II secolo d.C. con oltre un milione e mezzo di abitanti era la più grande città della storia dell’umanità.

È l’iniziativa di alcuni romanisti che hanno ribattezzato piazza Santa Maria Liberatrice, uno dei luoghi simbolo del rione Testaccio, cuore del tifo giallorosso. Nei giardinetti, sulla targa originaria è stato apposto un adesivo con la la scritta “Piazza Francesco Totti, VIII re di Roma”, che si trova pure su Google Maps.

Poco distante dall’attuale indirizzo del Roma Club Testaccio, il primo circolo dei tifosi giallorossi, fondato nel quartiere addirittura nel 1969, dopo una sosta al nuovo mercato rionale, polo gastronomico dal design minimale e contemporaneo, ci si tuffa nella storia della Roma, intesa come squadra, non solo in quella di Roma. E allora, se il tema della passeggiata diventa la squadra giallorossa, c’è un posto imperdibile da visitare, un’atmosfera da respirare: bisogna salire al Monte Testaccio, approfittando delle visite guidate i cui partecipanti si raccolgono ai piedi di quello che viene chiamato familiarmente il Monte dei Cocci. Naturalmente non è un monte, ché a Roma ci sono solo colli, bensì una vecchia discarica a cielo aperto. Già, proprio così: un enorme accumulo di materiale di scarto. Questa collina artificiale, alta poco più di 50 metri con una circonferenza di circa un chilometro, è difatti una grande area archeologica di immenso valore, formata interamente da cocci, che in latino si chiamano testae, da cui evidentemente il toponimo Testaccio. Ma da dove arrivano tutti questi cocci? Questi cocci sono nient’altro che i frammenti di oltre cinquanta milioni di anfore. Tante sono quelle utilizzate nell’arco di qualche secolo per trasportare l’olio d’oliva dalle provincie africane e iberiche fino a Roma.

Per secoli il Monte Testaccio fu ignorato dall’iconografia urbana probabilmente poiché il suo scopo originario di discarica non lo rendeva meritevole di particolare menzione, oggi è l’ottavo colle (seppur artificiale) di Roma, ed è intimamente legato alla storia della squadra giallorossa.

Queste grandi anfore a causa della rapida alterazione dei residui d’olio un tempo contenuto all’interno, non erano più riutilizzabili e quindi andavano smaltite, come si direbbe oggi. Una volta svuotate venivano quindi frantumate a poca distanza dall’Emporium e i resti, dopo essere stati trattati con calce al fine di impedire lo sviluppo dei batteri portati dalla decomposizione del contenuto, erano accumulati gli uni sugli altri, favorendone la coesione e così raggiungendo, a partire dal X secolo, l’attuale conformazione: una collina, diventata la sede ideale dei festeggiamenti carnascialeschi, ispirati alle antiche festività romane dei Saturnali, che prevedevano addirittura la celebrazione di cruente corride concluse con la mattanza di maiali e tori, fra l’ebbrezza generale. In seguito emerse una funzione religiosa del Monte dei Cocci, che consisteva nella rappresentazione della Via Crucis fino sulla sommità del colle, come testimonia la croce in ferro che dal 1914 si trova lì. Tutta l’area che chiamiamo Testaccio ancora nel medioevo era una vasta zona soggetta alle alluvioni del Tevere, comunque malsana a causa della malaria e, pur dentro le mura, popolata da contadini, emarginati dalla città e poveri.

Uno dei tanti locali costruiti in aderenza al Monte Testaccio, in questa sala in particolare si possono osservare i cocci, dietro le lastre di vetro, che una volta consolidati hanno formato l’intera – enorme – massa della collina artificiale.

Nonostante il degrado che caratterizzava l’area, il territorio pianeggiante e la presenza di collegamenti fluviali e terrestri furono alla base della decisione, assunta nelle pieghe del primo piano regolatore di Roma, di prevedere le operazioni di bonifica necessarie a destinare il territorio all’insediamento di una serie di attività industriali, quali ad esempio il grande mattatoio cittadino, i mercati generali agroalimentare e ittico e il parco ferroviario. Il rione nacque quindi come propaggine residenziale destinata agli operai addetti alle attività che si andavano via via insediando lungo l’asse dell’Ostiense: in un contesto di urbanizzazione programmata, che a Roma non aveva precedenti. Lo spazio tra il Monte dei Cocci e le mura aureliane venne lasciato ad uso pubblico, consacrandolo a destinazione tradizionale delle gite domenicali e delle “ottobrate” dei romani dove il vino scorreva a volontà, e proprio la particolare conformazione della collina che permette la circolazione dell’aria al proprio interno, favoriva la conservazione dei vini, offrendo un incentivo ai residenti più intraprendenti che avviarono l’attività di numerose fraschette, le tipiche aree di ristoro e svago dei romani, e che forse sono le remote antenate dei tanti locali che ancora oggi si trovano ai piedi dell’ottavo colle e che richiamano i festeggiamenti di un tempo.

È il 3 novembre del 1929 quando il Campo Testaccio viene inaugurato alla presenza delle autorità civili, religiose e militari, prima della partita Roma-Brescia, che terminerà col successo della squadra giallorossa.

Peraltro, la crescita tumultuosa del quartiere determinò un abusivismo edilizio caotico che deturpò gran parte di quella zona un tempo destinata a prati, al punto che alla fine degli anni Venti dello scorso secolo si rese necessario un intervento di recupero. Così, all’interno di quel perimetro ai piedi del Monte dei Cocci grazie alle risorse di Renato Sacerdoti, un facoltoso imprenditore che decise di investirvi, fu realizzato il Campo Testaccio, progettato sul modello degli stadi all’inglese, in particolare quello dei campioni d’Inghilterra dell’epoca, l’Everton Football Club, il mitico Goodison Park. Una volta realizzato, ben sette ingressi si affacciavano su via Nicola Zabaglia alla base della tribuna principale lunga 112 metri e coperta nella parte centrale da una tettoia di 64 metri sorretta da 6 pilastri. Era il luogo destinato alle autorità, ai soci vitalizi e alla stampa, potendo contenere in tutto 5000 persone disposte su 21 gradoni, mentre al di sotto di essa si trovavano vari locali di servizio e gli spogliatoi da cui i giocatori accedevano al campo attraverso un passaggio sotterraneo. La tribuna opposta, denominata dei “distinti”, era lunga 120 metri, aveva 31 gradoni e poteva contenere fino a 8000 spettatori ed era dotata ai fini della sicurezza del pubblico di un impianto che, sotto il peso della folla, indicava il raggiungimento della massima capienza. Dietro le porte del campo si alzavano le gradinate definite “popolari” che erano sopraelevate di 4 metri dal suolo e lunghe 60 metri per 10 di altezza e 15 gradoni che potevano contenere circa 2000 persone ciascuna.

Le tribune in legno – con balaustre liberty dipinte in giallo e rosso – erano uno dei tratti distintivi del Campo Testaccio. La tribuna era coperta nella tratta centrale destinata ad ospitare le autorità, dove un paio di volte si fece vedere a scopo propagandistico anche Benito Mussolini.

Fra le tribune e la rete che delimitava l’area di gioco si ricavarono poi due “parterre” leggermente inclinati lunghi ciascuno 120 metri e larghi 7 ove potevano trovare sistemazione in piedi, e quindi a un prezzo più contenuto, altri 6000 spettatori. L’impianto comprendeva anche l’abitazione del custode e dell’allenatore della squadra, un edificio sul cui muro esterno era dipinto un grande stemma della Roma, verniciato di giallo oro e rosso pompeiano. Il terreno di gioco era ricoperto da un soffice tappeto erboso dotato per l’epoca di un innovativo sistema di drenaggio, costituito da un reticolo di canaletti sotterranei che permettevano l’irrigazione e il deflusso dell’acqua piovana, mentre sotto il prato era stato collocato uno strato di carbonella, che insieme alla struttura a schiena d’asino, consentiva che non si formassero delle pozzanghere. L’ingente investimento per la costruzione della casa della Roma era stato sopportato da un personaggio centrale nella storia del sodalizio capitolino, il cosiddetto banchiere di Testaccio, Renato Sacerdoti, che ne diventerà il secondo presidente, dopo il fondatore. I prezzi erano abbastanza elevati per l’epoca, e tuttavia lo stadio che poteva contenere fino a 23 000 spettatori era spesso esaurito, mentre chi era senza biglietto saliva al Monte dei Cocci da dove si vedeva meno della metà del campo a causa della tettoia della tribuna, ma spesso si riunivano sino a 5000 persone. Tanto per dare un’idea della passione che suscitava la giovane Roma basti pensare che se il mezzo più usato all’epoca per raggiungere lo stadio era il tram, su 26 linee in funzione allora nella Capitale d’Italia ben 11 consentivano di arrivare al Campo Testaccio.

I tifosi della Roma rimasti senza biglietto salivano sul Monte Testaccio per assistere alla partita, anche se più che vederla la potevano sentire e a loro volta non facevano mancare il loro rumoroso appoggio alla squadra giallorossa.

L’entusiasmo popolare e la passione travolgente per la neonata squadra capitolina hanno una spiegazione, che ci porta a ricordare e spiegare la nascita della Serie A. Infatti, erano più o meno trent’anni che in Italia si organizzavano tornei di calcio: quello che è considerato il primo vero campionato risale al 1898, venne disputato in un’unica giornata tra quattro squadre e vinto dal Genoa. Negli anni successivi i campionati inclusero più squadre, si articolarono meglio, nacquero categorie diverse, gironi regionali e successive finali sino all’ultima partita della stagione che assegnava il titolo di campione d’Italia. Il tutto sotto la lente della Federazione Italia Giuoco Calcio, la FIGC, che tuttavia non riusciva a trovare l’accordo delle società iscritte a realizzare un assetto più razionale. Il problema era inoltre che le squadre del Nord Ovest erano nettamente più forti di quelle del Nord Est, del Centro e del Sud, ed ogni edizione era in qualche modo diversa nella sua formula dalle precedenti, dal momento che allo scopo di assegnare il titolo nazionale la FIGC cercava di coinvolgere tutto il paese, organizzando degli spareggi tra le squadre vincitrici dei diversi campionati, che peraltro vedevano prevalere sempre le grandi squadre lombarde, piemontesi o liguri, che avrebbero desiderato limitare il torneo a un girone che coinvolgesse esclusivamente il Nord Italia, scatenando l’opposizione di quelle squadre più piccole che si opposero e nel 1921 si arrivò addirittura a una scissione e si disputarono due campionati diversi, uno vinto dalla Novese (quello ufficiale, con le squadre minori) e uno dalla Pro Vercelli. I due campionati furono ricomposti l’anno successivo e si adottò una soluzione di compromesso che prevedeva una Lega Nord e una Lega Sud, con una finale tra le vincitrici, ma il divario tecnico tra le due leghe era incolmabile, e a vincere era puntualmente la squadra del Nord: Internazionale, Milan, Juventus, Pro Vercelli e Genoa non avevano rivali, tanto che la prima squadra di un’altra regione a vincere il campionato sarebbe stata il Bologna solo nel 1925, mentre il primo sodalizio non del Nord sarà la Roma, addirittura nel 1942.

Un telegramma di felicitazioni spedito da un tesserato giallorosso che festeggia il successo del primo campionato vinto dalla Roma, mai lo scudetto se lo era aggiudicato una squadra del Centro Sud e la questione nordista emerge con chiarezza dal testo del messaggio.

Nel frattempo il fascismo aveva preso il potere, tratteggiando l’idea di un campionato unico, più adatto ai sentimenti autarchici e nazionalisti propagandati dal regime. I progetti per l’unificazione delle diverse competizioni regionali erano però complicati dal fatto che, oltre alla prima divisione, l’impianto del campionato di calcio doveva prevedere strutture simili anche per le divisioni minori, a cui partecipavano squadre piccole per cui era logisticamente difficile, o impossibile, prendere parte a campionati di maggiori dimensioni e ambizioni. Tuttavia una scintilla venne in soccorso del regime e fornì il pretesto necessario a legittimare un intervento radicale. Infatti una grave crisi di sistema aveva colpito il mondo del calcio e quasi travolto la FIGC nel 1926, quando giunse al termine un campionato (per la cronaca, vinto dal Torino e poi revocato per una presunta frode che avrebbe determinato un dirigente granata a comprare un derby poi vinto dal Toro 2 a 1 contro la Juventus) rovinato dalle cosiddette “liste di ricusazione”, ovvero sia elenchi stilati dai club che ponevano all’indice arbitri a loro non graditi. Proprio lo sciopero arbitrale che ne seguì portò di fatto il regime, tramite il presidente del CONI dell’epoca Lando Ferretti, ad organizzare una speciale commissione cui venne dato l’incarico di riorganizzare il calcio italiano, nel frattempo ammorbato da sospetti e violenze, che culminarono nella finalissima fra Genoa e Bologna dell’anno precedente, detta “delle pistole”, e vinta alla quarta ripetizione della sfida dai felsinei, in un clima inaudito. Riunitisi in Versilia, in una sala del municipio di Viareggio, e alla presenza dell’on. Leandro
Ferretti presidente del CONI, la speciale commissione composta da Paolo Graziani, Italo Foschi e Giovanni Mauro, presidente dell’Associazione Italiana Arbitri, redasse un documento che venne pubblicato ed approvato dal CONI il 2 agosto del 1926: la cosiddetta “Carta di Viareggio”, che rivoluzionò in maniera sostanziale il calcio italiano, fino ad allora formalmente sport dilettantesco. Con quel documento, per iniziare, si riorganizzò la classe arbitrale, si approvò il professionismo e si cercò di disciplinare il calciomercato.

In una sala del municipio di Viareggio nell’estate del 1926 i tre esperti nominati dalla presidenza del Coni per riorganizzare la FIGC, dopo una stagione di scandali e veleni senza precedenti: Foschi, Graziani e Mauro cambiarono per sempre il volto del calcio italiano, rivoluzionandolo.

Venne inoltre ristrutturata la FIGC il cui presidente era Leandro Arpinati, vicesegretario del Partito Nazionale Fascista, e si stabilì di procedere all’organizzazione di un vero e proprio campionato nazionale. Attraverso la “Carta di Viareggio” si dispose fu la chiusura delle frontiere, ispirata dalle idee nazionalistiche propugnate dal fascismo questa decisione colpì duramente i club, che all’epoca contavano più di ottanta calciatori provenienti dall’estero, per lo più da quella Scuola Danubiana che vedeva in austriaci ed ungheresi gli esponenti più illustri, e non piacque ai proprietari più facoltosi di quelle squadre già allora disposte ad effettuare investimenti importanti pur di sopravanzare i propri rivali. Ecco quindi che proprio in risposta all’autarchizzazione del calcio italiano vennero “inventati” gli oriundi. A convincere  Benito Mussolini a riconoscere la possibilità di tesserare calciatori figli della “grande Italia al di là degli Oceani” fu Edoardo Agnelli, che di fatto chiese la “grazia” per i figli dei tanti emigrati all’estero nel corso dei decenni precedenti. Così subito dopo che si era arrivati ad annullare il contingente straniero in terra d’Italia, come previsto dalla “Carta di Viareggio”, ecco riaprirsi uno spiraglio nelle frontiere del calcio italiano: nel 1929 furono subito undici gli “stranieri” – ma d’origine nostrana – cui fu permesso di venire a giocare nel Belpaese. Fatta la legge trovato l’inganno, nella migliore tradizione italica.

La Nazionale italiana guidata da Vittorio Pozzo era fortissima e con gli “oriundi” praticamente imbattibile: Campione del Mondo nel 1934 in casa e nel 1938 in Francia, vincitrice dell’Olimpiade nel 1936 in Germania e della Coppa Internazionale (il primo trofeo continentale per nazionali) nel 1930 e nel 1935, dominando letteralmente gli anni Trenta.

La ristrutturazione su scala nazionale dei campionati non poteva avvenire in molte realtà locali sulla base delle società esistenti, e non sarà priva di conseguenze, specialmente nelle città del Sud dove vi era una pletora di società di modeste dimensioni e seppure molto amate insignificanti dal punto di vista tecnico. In particolare i maggiori nuclei urbani del Centro-Sud, non esprimevano una singola società che potesse neanche lontanamente competere con i grandi club del Nord. In Toscana ad esempio il calcio si era sviluppato soprattutto lungo la costa a Livorno e Pisa, mentre il capoluogo era sportivamente in ombra, e così pure grandi città come Napoli, Taranto e Bari. Anche nella Roma tanto cara al regime dall’inizio del secolo si era formata una gran quantità di squadre, ma le uniche in grado di imporsi erano la Lazio, l’Alba e la Fortitudo, capaci di vincere in varie occasioni il campionato meridionale ma troppo lontanate dalle squadre del Nord per poterle anche solo impensierire. Quindi per favorire la nascita del campionato nazionale organizzato sulla base di un girone unico, appunto detto all’italiana, dove ogni squadra avrebbe incontrato tutte le altre in casa propria e al loro domicilio allo scopo di determinare la più forte di tutte, si diede avvio a una consistente serie di fusioni fra società della stessa città e nacquero in quegli anni la Fiorentina, il Napoli, la Dominante, che poi si chiamerà Liguria a Genova, il Bari e il Taranto in Puglia, la Fiumana nella città di Fiume, l’Ambrosiana dalla fusione fra l’Internazionale e l’Unione Sportiva a Milano e la Roma.

Italo Foschi fu il principale artefice della fondazione della Roma nel 1927, sodalizio del quale sarà il primo presidente, nato il 7 marzo 1884 a Corropoli, in provincia di Teramo, fu federale fascista dell’Urbe dal 1923, e si occupò poi di riorganizzare le attività sportive in Italia, essendo uno degli estensori della Carta di Viareggio.

Il neonato sodalizio capitolino era il risultato della fusione concordata dai dirigenti delle tre società calcistiche che raggiunsero l’intesa: il comm. Italo Foschi, presidente della Fortitudo Pro Roma e promotore della fusione, l’on. Ulisse Igliori, protagonista dell’impresa di Fiume e della Marcia su Roma, squadrista, poi imprenditore e costruttore, presidente dell’Alba Audace, e l’avv. Vittorio Scialoja, raffinato giurista, già ministro della Giustizia e degli Esteri, presidente dell’ Accademia dei Lincei, del Consiglio Nazionale Forense e del Foot Ball Club Roman, che a loro volta avevano aggregato una dozzina di società sportive sorte dal 1900 in avanti e quindi portatrici di un pubblico appassionato e sincero. I colori scelti per caratterizzare la nuova Associazione Sportiva, che nasceva nell’estate del 1927 col nome di Roma, furono il giallo oro e il rosso pompeiano del gonfalone cittadino e il simbolo adottato non poteva che essere la lupa capitolina mentre allatta Romolo, il fondatore di Roma, e suo fratello Remo. Il primo presidente del nuovo sodalizio sarà proprio Foschi che dopo aver pilotato politicamente l’intera operazione, destinato dal regime ad altri incarichi civili lontano da Roma, lascerà lo scranno presidenziale a Renato Sacerdoti, industriale del settore alimentare, un contrabbandiere per i suoi detrattori, certamente un uomo ambizioso e, come il suo predecessore, visceralmente innamorato della Roma, e impegnato nell’impresa di allestire una squadra in grado di competere con gli squadroni del Nord del paese, per questo affidata all’allenatore inglese William Garbutt, il mister per antonomasia, uno dei più prestigiosi e competenti tecnici dell’epoca, che aveva vinto tutto, battendo ogni record, alla guida dell’invincibile Genoa della prima metà degli anni Venti, e che condurrà la neonata Roma alla vittoria della prestigiosa Coppa CONI nel 1928.

La squadra giallorossa festeggia la vittoria della Coppa CONI presentandola durante la partita di campionato Roma-Triestina, riconoscibili Giovanni Degni con la fascia in testa, Attilio Ferraris al fianco del federale Turati, “Sciabbolone” Volk, il neo presidente Renato Sacerdoti e, mano sulla coppa, lo storico massaggiatore Angelino Cerretti, in forza alla Roma per oltre quarant’anni.

acquistando Rodolfo Volk, ottimo centravanti istriano dalla Fiumana, Guido Masetti, eccellente portiere fra i migliori d’Italia dal Verona, e uno dei giocatori più forti dell’epoca, forse il migliore centrocampista del momento, Fulvio Bernardini dall’Inter, che insieme ad Attilio Ferraris IV, primo nazionale e capitano giallorosso, costituirà una coppia affiatata quanto carismatica, il presidente Sacerdoti permetterà alla Roma di contendere la vittoria finale nel campionato 1930/31 alla fortissima Juventus di Edoardo Agnelli, che avrebbe dominato la Serie A per le successive cinque stagioni: il quinquennio d’oro bianconero appunto. Tuttavia il presidente giallorosso non si era perso d’animo e incoraggiando i suoi collaboratori il 1º maggio del 1933 disse loro “Ora possiamo puntare al titolo!”, infatti dopo essere sbarcati al porto di Genova provenienti dal Sudamerica, quella stessa sera arrivarono alla stazione Termini, accolti dai tifosi romanisti in delirio Enrique Guaita e Alejandro Scopelli dall’Estudiantes de la Plata e Andrés Stagnaro dal Racing Club de Avellaneda, acclamati come fra i migliori oriundi in circolazione. Dopo qualche amichevole per integrarsi in un organico già rodato soprattutto Enrique Guaita esploderà letteralmente, conquistando tutti: il 24 settembre 1933 la Roma all’esordio in campionato vincerà a Firenze per 3-1 e l’argentino, oltre a realizzare una doppietta, manderà in visibilio il pubblico con giocate da fuoriclasse.

Il 1º novembre del 1933 al Campo Testaccio una Roma incontenibile – con il Dottore Fulvio Bernardini sugli scudi – travolge la Lazio 5-0 e ribadisce la supremazia cittadina sull’odiata rivale biancoceleste, quel giorno letteralmente cancellata dal campo.

Guaita inizia a segnare a raffica e diventa lo “spavento delle difese” mentre la Roma terminerà quel campionato solo al quinto posto, dopo il secondo e il terzo degli anni precedenti. Intanto il commissario tecnico della Nazionale, Vittorio Pozzo, arruola proprio l’oriundo Guaita fra gli azzurri, nonostante le 14 presenze già collezionate con la selezione argentina, e la scelta si rivelerà quanto mai azzeccata: il contributo di Guaita, ribattezzato Enrico, risulterà infatti determinante al successo azzurro nei Mondiali di casa del 1934, realizzando il gol decisivo in semifinale contro l’Austria – il fortissimo Wunderteam che aveva superato l’Italia vincendo nel 1932 la Coppa Internazionale – nonché il decisivo assist per Angelo Schiavio, che confezionerà poi la rete della vittoria nella finale con la Cecoslovacchia. L’argentino è ormai un idolo indiscusso del popolo romanista, terminale offensivo implacabile di una squadra che voleva diventare protagonista del calcio italiano. Nel campionato successivo al Mondiale che porterà la Roma al quarto posto, Guaita sarà capocannoniere del torneo con 28 reti in 29 partite (un record ancora imbattuto nei tornei a 16 squadre), e protagonista di imprese memorabili come i tre gol al Torino con cui la Roma espugnerà il Filadelfia o quello a Milano che stenderà l’Inter in casa, o ancora quelli rifilati al Livorno che verrà polverizzato e che gli varranno il soprannome di “Corsaro Nero”, a motivo della maglia utilizzata dalla Roma in diverse occasioni, completamente nera e agitata dalle movenze grintose e veloci dell’argentino.

Ai Mondiali l’Italia si ritrova in semifinale l’avversario più temibile, l’Austria di Hugo Meizl e Mathias Sindelar, il Wunderteam. Ecco il gol che vale la finale: il portiere austriaco Platzer ha respinto corto un tiro di Schiavio, Meazza è finito in fondo alla rete, ma Guaita anticipando Platzer si avventa sulla palla e segna.

I tifosi giallorossi erano estasiati dai colpi dell’attaccante ed eccitati dalla possibilità di competere con le rivali per la vittoria dello scudetto, e il presidente Sacerdoti ci credeva davvero al punto di rafforzare ulteriormente la squadra. All’esito della campagna acquisti estiva arriveranno in giallorosso Eraldo Monzeglio dal Bologna e Luigi Allemandi dall’Ambrosiana-Inter, i due terzini della Nazionale. La Roma è ormai pronta, e in molti la candidano come grande favorita del campionato che sta per incominciare, ma a due giorni dall’esordio nel torneo succede l’imprevedibile: i tre argentini della Roma fuggono dall’Italia. Era successo che all’esito della visita di leva – obbligatoria avendo acquisito anche la cittadinanza italiana – i tre erano stati dichiarati abili e arruolati nel corpo dei Bersaglieri. Si trattava di una prassi in realtà ma da quel momento Guaita, che aveva appena ricevuto un considerevole aumento di ingaggio, Scopelli e Stagnaro iniziarono a temere seriamente di dover partire per l’Africa nel contingente italiano diretto in Etiopia ed Eritrea e non credettero alle rassicurazioni della Roma, preferendo la fuga anche a costo di risultare come disertori e non potendo così più tornare non Italia. I calciatori romanisti, si presentarono all’ambasciata dell’Argentina e partirono in automobile per la Liguria e in treno arrivarono in Francia a Marsiglia, imbarcandosi da lì per il Sudamerica su un bastimento merci.

I giocatori della Roma durante l’allenamento, Guaita è l’unico in perfetta tenuta da gioco, con indosso la divisa sociale, forse per festeggiare il nuovo contratto appena stipulato, quando bastavano “mille lire al mese” lui dal sodalizio giallorosso ne riceveva diecimila, al mese.

Con la fuga degli argentini, la Roma venne a trovarsi in una situazione di gravissima difficoltà, stante la mancanza della prima punta e del centrocampista offensivo più forte forse del calcio italiano. Ad aggravare la situazione anche la pratica impossibilità di intervenire con qualche acquisto mirato, visto che la campagna acquisti era ormai conclusa: la soluzione andava trovata all’interno dell’organico. Luigi Barbesino non si lasciò travolgere né scoraggiare: in un primo momento l’allenatore giallorosso cercò di ovviare alla bisogna, inserendo un terzino al centro dell’attacco, per poi provare altre soluzioni anche se con scarsi risultati. Per tutto il girone di andata e nella fase iniziale del girone di ritorno la Roma fu condizionata dalla scarsa vena offensiva della squadra che tuttavia si concentrò sulla solidità della difesa dove giganteggiarono Masetti, Monzeglio e Allemandi e De Micheli. A quel punto, l’allenatore giallorosso decise di buttare nella mischia il giovanissimo Dante Di Benedetti, un attaccante del tutto privo di esperienza che tuttavia ripagò la fiducia del mister nel migliore dei modi, mettendo a segno 7 reti nelle 13 partite disputate e conferendo al reparto offensivo l’efficacia necessaria. Col suo innesto la Roma risolse d’incanto i propri problemi offensivi, e spinta dal suo pubblico, nel fortino di Campo Testaccio, inanellò una serie di risultati che la portarono a scalare imperiosamente la classifica, tanto da insidiare il primo posto del Bologna che, infine, riuscì ad avere la meglio per un solo punto vincendo lo scudetto che anche in questo caso la Roma aveva sfiorando, perdendolo beffardamente.

La Roma superstite alla fuga degli argentini riuscirà a completare una stagione iniziata nel peggiore dei modi sfiorando lo scudetto, vinto con un solo punto di vantaggio sui giallorossi dal fortissimo Bologna, “lo squadrone che tremare il mondo fa”.

Il Campo Testaccio era il tempio del tifo romanista, dove la passione vivace del popolo giallorosso esplodeva insieme al carattere vigoroso della squadra, tanto che quella leggendaria Roma testaccina è legata in modo indissolubile allo stadio dove si esibiva e imponeva alle avversarie “la legge del Testaccio”, se è vero che dalla partita inaugurale del 3 novembre 1929, vinta 2-1 contro il Brescia, all’ultima gara disputata nel quartiere il 2 giugno 1940, vinta 3-1 contro il Novara, la Roma lì disputerà in poco più di dieci anni 214 partite, fra campionato e coppa nazionale, concludendone la metà senza subire gol dagli avversari, perdendone 30, pareggiandone 34 e vincendo in ben 150 occasioni. In effetti, quando la squadra capitolina usciva dalla botola del sottopassaggio per entrare in campo, le tribune di legno vibravano di un entusiasmo talmente intenso che si diffondeva ai giocatori portandoli ad uno stato di ebrezza agonistica che rimase proverbiale, perché i calciatori sentivano una responsabilità in più: quella dell’appartenenza. Negli spogliatoi Attilio Ferraris IV, il mitico capitano, nonché primo giocatore della Roma a vestire la maglia azzurra della Nazionale italiana, lo ricordava a tutti, quando, mani sul pallone e sguardo fisso negli occhi dei compagni, recitava la formula consolidata del giuramento con la squadra, prima di guidarla in campo: «Chi s’estranea dalla lotta è un gran fijo de ‘na mignotta».

Quando i giocatori della Roma entravano in campo emergendo dalla botola l’entusiasmo esplodeva letteralmente e Campo Testaccio fremeva.

E ci sono gesta di quel tempo che assurgono a leggenda. La sfida Roma contro Juventus del 15 marzo del 1931 è uno di questi casi. Il 15 marzo è un giorno speciale per la storia di Roma antica: sono infatti le Idi di marzo, quando nel 44 a.C., Caio Giulio Cesare viene pugnalato a morte da un manipolo di senatori congiurati scatenando la guerra civile. Invece, tornando al calcio, a solo quattro anni dalla fusione che aveva portato alla nascita del sodalizio giallorosso, per la prima volta, la Roma poteva covare ambizioni tricolori, in quel 1931 le squadre più forti erano i campioni in carica dell’Ambrosiana-Inter dove giocava Giuseppe Meazza, il più forte giocatore italiano dell’epoca, capocannoniere implacabile e Balilla per antonomasia, il Bologna che aveva già conquistato due campionati negli anni precedenti e stava consolidando quel gruppo che sarebbe diventato lo squadrone che tremare il mondo fa, il Genoa e il Torino che stavano esaurendo il loro ciclo di successi degli anni venti – due campionati i rossoblu e uno i granata del trio delle meraviglie – ma erano ancora molto competitive e naturalmente la Juventus che sotto l’egida di Edoardo Agnelli aveva allestito una compagine straordinaria che saprà vincere i successivi cinque campionati inaugurando proprio quell’anno un lungo periodo di supremazia assoluta della squadra bianconera, ossatura della Nazionale italiana vincitrice due volte della Coppa del Mondo nel 1934 e nel 1938 e dell’Olimpiade nel 1936, sotto la guida di Vittorio Pozzo.

È il 15 marzo 1931 al Campo Testaccio juventini e romanisti fraternizzano prima dell’inizio della gara, che la Roma per la prima volta riuscirà a vincere contro la Juventus, travolgendo letteralmente la squadra bianconera.

C’è grande attesa nella Capitale per un evento mai vissuto prima, lo si attende “cor core acceso”. Non solo è una sfida d’alta classifica, la Juventus infatti si presenta nella Capitale all’incontro valevole per la ventiduesima giornata con 5 punti di vantaggio sulle inseguitrici Roma e Bologna, è qualcosa di più: la Roma infatti non era mai riuscita a vincere contro la Juventus, è una possibilità di riscatto contro la supremazia del Nord nei confronti del resto del paese, è la sfida fra l’energia popolana della giovane squadra romanista composta quasi esclusivamente da romani e l’aristocratica rivale per eccellenza, la squadra più facoltosa e ambiziosa, espressione dell’antica capitale sabauda, contro la nuova capitale d’Italia. Per l’occasione l’allenatore dei giallorossi, l’inglese Burgess, cultore di un calcio dinamico e pragmatico, studiò una mossa per arginare l’ala sinistra bianconera Mumo Orsi, il più temibile degli avversari, spostando nella posizione di mediano laterale destro il capitano giallorosso Tilio Ferraris IV che in linea con il suo carattere spavaldo si impegnò solennemente coi tifosi: “Domani Orsi nun deve beccà palla.” E i tifosi puntuali accorsero riempiendo come sempre al Campo Testaccio, 25 000 presenza si dice, e un paio di migliaia di appassionati sul Monte dei Cocci crearono una cornice di pubblico mai vista prima, in un’atmosfera d’attesa quasi morbosa: sventolavano fazzoletti, spiccavano ovunque macchie sgargianti di giallorosso, e scintille di elettricità si sprigionavano da ogni parte, mentre la folla continuava ad affluire compatta al Testaccio. La Juventus schierava Combi, Rosetta, Caligaris, Barale, Varglien, Vollono, Munerati, Cesarini, Vecchina, Ferrari, Orsi e la Roma rispondeva con Masetti, De Micheli, Bodini, Ferraris, Bernardini, D’Aquino, Costantino, Fasanelli, Volk, Lombardo e Chini.

Gianpiero Combi in uscita acrobatica anticipa il romanista Rodolfo Volk, lo Sciabbolone che tuttavia riuscirà a a scardinare quella che è ritenuta tuttora dalla stampa specializzata la miglior linea difensiva di tutti i tempi espressa nel calcio italiano nonché una delle migliori nella storia della disciplina, formata oltre al portiere bianconero, da Virginio Rosetta e Umberto Caligaris.

Ed ecco che la partita è da poco iniziata, ma sospinta da un tifo immenso la Roma passa subito in vantaggio, già al 6’ infatti quando Ferraris IV allunga al fiumano Volk, segue il passaggio di quest’ultimo a Lombardo che lascia partire una sassata e palla in rete! La Juventus tenta una reazione ma il punteggio rimane invariato sull’1-0 sino alla fine del primo tempo. Alla ripresa delle ostilità è ancora la Roma ad andare in rete al 50’: Costantino salta Caligaris e centra rapidissimo a Volk, il primo grande attaccante della storia della Roma, ribattezzato Sciabbolone per i suoi tiri potentissimi, che nella circostanza infila l’angolo alto con un colpo “de testa da fa ‘ncantà”, e così il risultato diventa 2-0, mentre Testaccio esplode in una gioia mai vista prima, del resto con la Juventus i giallorossi non avevano vinto mai, bensì perso in quattro occasioni e pareggiato una volta. I bianconeri non ci stanno e la partita, giocata senza risparmio di colpi duri, s’incattivisce ulteriormente. Cesarini si scontra con Fasanelli e il capitano Ferraris IV si butta nella mischia per difendere il compagno ma viene sgambettato e finisce a terra, cercando poi un contatto non proprio amichevole con Cesarini e così l’arbitro per non sbagliare li espelle entrambi. Al 62’ Caligaris intercetta con le mani un pallone destinato in rete, è rigore e si incarica della battuta Fulvio Bernardini che senza esitazioni tira e fa 3-0. A questo punto il capitano Ferraris IV, che non era rientrato negli spogliatoi ma era rimasto semi-nascosto accomodandosi sulle scale dentro la “buca” dell’ingresso al campo, perché voleva incoraggiare i compagni, facendo capolino, si liberò di coloro che cercavano di trattenerlo per entrare in campo a baciare “Furvio nostro” Bernardini, due icone del calcio giallorosso. La Roma è in trance agonistica mentre la Juventus è alle corde, con un guizzo al 79’ Fasanelli sfrutta un errato retropassaggio della difesa bianconera e insacca agevolmente per il 4-0 mentre all’87’ arriva il definitivo 5-0, in seguito ad un’azione travolgente del duo De Micheli e Costantino, con cross a Bernardini che insacca perentorio: “Cari professori appatentati sete belli e liquidati perché Roma ce sa fa”.

Gli spogliatoi sotterranei in origine erano rivestiti in legno e dotati di ogni comfort: docce, gabinetti e riscaldamento. Da quei locali partiva un tunnel, sorta di sottopassaggio coperto, che faceva sbucare i calciatori direttamente sul bordo del campo di gioco attraverso una scalinata e una botola protetta da un coperchio di assi di legno.

Quel successo avvicinò i giallorossi a soli tre punti dalla Juventus capolista, che quel campionato lo vincerà comunque, in ragione di qualche passaggio a vuoto degli inseguitori dovuto anche ai provvedimenti disciplinari che indebolirono la Roma, squalificandone diversi giocatori, dopo un infuocato derby di maggio pareggiato 2-2 contro la Lazio e terminato in rissa a causa degli schiaffi che volarono fra il difensore romanista De Micheli e niente meno che il presidente della società biancoceleste, il generale Vaccaro. Tuttavia quella goleada inflitta alla Juventus a corredo della prima vittoria contro i bianconeri, ispirò il regista romano Mario Bonnard, tanto è vero che l’anno successivo nel 1932 uscirà nelle sale cinematografiche “Cinque a zero” la prima pellicola cinematografica italiana a parlare di calcio. Il cinema e il calcio intrattengono rapporti a far data da un film inglese del 1911, “Harry the Footballer”, un cortometraggio muto diretto da Lewin Fitzhamon. Quella fu la prima opera di finzione che si conosca mai realizzata sul calcio e fu di fatto la prima rappresentazione cinematografica di questo sport. Tutt’altro che memorabile, verosimilmente. Una stella del calcio è rapita dalla squadra avversaria, finché viene liberato dalla sua ragazza, appena in tempo per giocare una partita e segnare il gol della vittoria. Distribuito dalla Hepworth, il film uscì nelle sale britanniche nell’aprile del 1911, e sappiamo che venne distrutto nel 1924 dallo stesso produttore, Cecil M. Hepworth, che trovandosi in gravi difficoltà finanziarie giunse a tanto per poter recuperare il nitrato d’argento della pellicola. “Cinque a zero” invece è una commedia di circa 70 minuti che racconta del presidente di una squadra di calcio, interpretato da Angelo Musco, all’epoca attore di gran successo, preoccupato perché il capitano della sua squadra è distratto, nella pellicola l’attore Osvaldo Valenti, uno dei protagonisti della cinematografia italiana del ventennio fascista, perché innamorato di una cantante del varietà, interpretata da Milly, pseudonimo di Carolina Mignone, all’epoca conosciuta soubrette d’avanspettacolo. Naturalmente tutto si riconcilierà in un classico lieto fine, addirittura con la conversione della moglie del presidente che si appassionerà al calcio, mentre la squadra del marito trionferà con un largo 5-0, per l’appunto.

Un articolo dell’epoca con la locandina del film.

Il film fu girato negli stabilimenti della Caesar Film di Roma ed memorabile anche perché alle riprese parteciparono Attilio Ferraris IV, Fulvio Bernardini, Arturo Chini, Bruno Dugoni, Fernando Eusebio, Casare Augusto Fasanelli, Guido Masetti, Attilio Mattei e Rodolfo Volk, impersonando se stessi. Purtroppo questo documento è introvabile dal momento che sono andate distrutte le poche copie conservate, ed è quindi praticamente invisibile. Bonnard, però, non fu l’unico a essere folgorato da quella squadra, capace di tante imprese. Infatti il paroliere Antonio Castellucci le dedicò una canzone, anzi, la “Canzona”, con la “a”, riadattando il tango “Guitarrita” prendendone le note e plasmandole con i nomi dei calciatori romanisti scesi in campo quel 15 marzo. Nasce così all’epoca “La Canzona di Testaccio” che non è frutto di quella creatività collettiva che risiede nelle curve e che tanti capolavori ha regalato alla cultura sportiva italiana, ma che grazie ad una felice intuizione ed alla determinazione di Sandro Ciotti. che consente alle giovani generazioni di conoscere i miti di una Roma bellissima, spesso presa a modello di tenacia e gagliardia, inno arrivato sino a noi.

“La Roma racconta”, pubblicato fra la fine del 1979 e l’inizio del 1980 dalla De Sisti Editore, raccoglie 520 fotografie e 2 Lp – 33 giri, contenenti 109 testimonianze sonore, assemblate con interviste espressamente realizzate da Sandro Ciotti o con fonti d’archivio.

Infatti l’attuale traccia musicale facilmente rintracciabile su internet non è quella originale ma una versione registrata da Vittorio Lombardi per il popolare radiocronista e giornalista sportivo che l’aveva sentita canticchiare da Aldo Donati, centrocampista di quella Roma testaccina, mentre raccoglieva la sua testimonianza per il documentario sonoro e fotografico del 1980 intitolato “La Roma racconta”. All’interno Sandro Ciotti voleva inserire una rivisitazione della “Canzona di Testaccio” ma si rese conto che non ne esisteva nessuna registrazione. Si rivolse quindi al romano Vittorio Lombardi, un musicista che si era affermato negli anni Sessanta, e che diede la sua disponibilità. La fretta era tanta che Ciotti non volle prenotare uno studio di registrazione, ma raggiunse Lombardi al “Capriccio” una traversa di Via Veneto la sera stessa per incidere il brano direttamente al registratore, ed è proprio il caratteristico fruscio a dare al brano quell’effetto che lo fa sembrare originale. Grazie alla felice intuizione di Ciotti, quel riadattamento di Castellucci è diventato una delle più esaltanti colonne sonore della curva romanista.

Nel 1981, prima di un Roma-Juventus, viene esposto dalla Sud uno striscione a tutta curva: “Roma, Testaccio ti guarda”. E non dovrebbero occorrere altre motivazioni, per gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Le immagini digitali e/o fotografiche utilizzate sono estratte in rete e principalmente dalle pagine https://it.m.wikipedia.org/ dove si legge la dichiarazione che le fotografie sono nel pubblico dominio poiché il loro copyright è scaduto o altrimenti possano essere riprodotte in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, in ragione delle mere finalità illustrative e per fini non commerciali, non costituendo concorrenza all’ipotetica utilizzazione economica dell’opera.

Categorie
Calcio Sport Storia

Bruno Neri, mediano e partigiano. Ovvero prendere una decisione e mantenere la posizione, in campo e nella vita.

Esiste solo una foto, piegata dal tempo, che ritrae un gesto clamoroso: una squadra di calcio schierata a centrocampo, rivolta verso la tribuna di uno stadio in costruzione dove i calciatori salutano le autorità e il pubblico col braccio destro teso, uno solo fra loro ha le braccia verso il basso. È un mediano, si chiama Bruno Neri.

Il calciatore della Fiorentina, Bruno Neri, il 13 settembre 1931 non saluta romanamente le autorità e il pubblico accorso all’inaugurazione del nuovo stadio cittadino.

Si tratta della partita inaugurale del nuovo stadio di Firenze, che ora conosciamo come Artemio Franchi, ma che allora era intitolato a Giovanni Berta – squadrista fiorentino ucciso per rappresaglia dai social-comunisti e gettato nell’Arno – quando il 13 settembre 1931 i forti austriaci dello Sportklub Admira di Vienna, che saranno proprio quell’anno campioni nazionali, affrontano la giovane ma ambiziosa Fiorentina che, di fronte a 12 000 spettatori in estasi, gli si imporrà vincendo 1-0, con un gol di Pedro Petrone, due volte campione olimpico a Parigi 1924 e Amsterdam 1928, e campione del mondo nel 1930 con la nazionale uruguaiana, il primo giocatore straniero a vestire la maglia viola nonché il primo straniero a vincere in seguito la classifica dei marcatori della Serie A a girone unico. In quella circostanza, l’impianto sportivo non era ancora stato edificato completamente, ma gli entusiasti cronisti dell’epoca ricordano che il pallone dell’incontro venne lanciato addirittura da un aeroplano, pilotato dal grande aviatore fiorentino Vasco Magrini, che sorvolò lo stadio prima dell’inizio della partita, addirittura ricordata da una splendida medaglia commemorativa realizzata da Mario Moschi, grande scultore e medaglista, che raffigura da una parte un calciatore e, sull’altra faccia, la città stilizzata di Firenze e il nuovo impianto sportivo.

Estratto della planimetria generale del quartiere Campo di Marte, di cui lo stadio costituisce l’elemento caratterizzante a forma di grande D in omaggio a Mussolini, il duce del fascismo.

Tanta enfasi non era ingiustificata, comunque. Infatti la nuova struttura progettata da Pier Luigi Nervi, il grande ingegnere che divenne il simbolo di un continuum tra il grande passato artistico dell’Italia e il presente, era ricca di elementi innovativi e addirittura avveniristici, per l’epoca: la grande pensilina a copertura della tribuna centrale priva di sostegni intermedi, ben tre scale elicoidali di accesso alle tribune opposte e la slanciata torre di Maratona, mentre il drenaggio del terreno di gioco era considerato tra i migliori d’Europa e nell’insieme all’altezza dello stadio Littoriale di Bologna, inaugurato nel 1927 da Leandro Arpinati – all’epoca deus ex machina del calcio italiano – e Benito Mussolini a cavallo, niente meno che il duce in persona. L’originalità, il carattere innovativo e la pregevolezza dell’opera fiorentina di Nervi, nel suo coniugare la raffinatezza estetica e il rigore strutturale con le eleganti e ardite strutture in cemento armato, furono comunque apprezzate dagli addetti ai lavori di tutto il mondo che lo definirono un capolavoro dell’architettura italiana evidenziandone anche l’assoluta eccezionalità nel panorama della produzione architettonica fiorentina dell’epoca. Uno dei maggiori allenatori degli venti e trenta, il grande Hugo Meisl, creatore e tecnico del Wunderteam austriaco, descrisse il nuovo impianto fiorentino come «il migliore stadio del mondo sia dal punto di vista strettamente estetico che da quello della funzionalità delle sue attrezzature sportive e della comodità per il pubblico: un’opera all’altezza di Firenze».

Molte delle soluzioni progettate da Pier Luigi Nervi caratterizzano uno stadio che è un autentico capolavoro di ingegneria, imitato ovunque a cominciare dall’iconico tempio del Boca Juniors – la Bombonera a Buenos Aires – che vi si ispira.

Il disobbediente Bruno Neri, nato a Faenza nel 1910, da ragazzo frequenta a Imola l’istituto agrario, e cerca di conciliare lo studio con gli allenamenti, perché già all’età di 16 anni disputa uno strepitoso campionato di rincalzo, la cosiddetta Divisione Nord, giocando titolare proprio nel Faenza dove si disimpegna nel ruolo di mediano. Le sue qualità non passano inosservate agli osservatori di un club neonato quanto già importante – la Fiorentina – che nell’estate del 1929 lo acquisterà per una somma all’epoca niente affatto trascurabile: ben 10 mila lire. Alla presidenza del club viola c’era il marchese Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano fascista della prima ora, partecipò alla Marcia su Roma, squadrista e futurista, diventò imprenditore petrolifero, e fu mecenate nella musica, fondatore del Maggio Fiorentino, e nello sport, fondatore del sodalizio gigliato che voleva rendere immediatamente competitivo per partecipare al campionato di serie A, appena inaugurato. Quell’anno la Fiorentina raggiungerà un onorevole quarto posto in Serie B e il mediano faentino disputerà un campionato d’eccezione, meritandosi le lodi della stampa sportiva. Bruno Neri è un calciatore particolare, attento alla cultura e lettore accanito, frequenta musei e pinacoteche, è di casa al Bar delle Giubbe Rosse di Firenze, il suo linguaggio forbito gli consente di avere conversazioni e coltivare amicizie con giornalisti e scrittori. È un ragazzo silenzioso, attento a quello che dice, soprattutto è uno che in campo lavora sodo, non sbaglia un passaggio e dirige con maestria la linea del centrocampo viola, tanto che l’anno successivo al suo esordio, la Fiorentina vincerà il campionato di serie B con tre giornate di anticipo e il merito principale di quell’annata calcistica strepitosa, a giudizio unanime della stampa sportiva, sarà proprio di Bruno Neri.

Fondato nel 1897 dai fratelli Reininghaus, luogo di incontro per letterati e artisti italiani e stranieri, i camerieri indossavano giubbe rosse alla viennese e i fiorentini, trovando difficoltà nel pronunciare il nome straniero del caffè, preferivano dire: “andiamo da quelli delle giubbe rosse“.

A 22 anni per il calciatore di Faenza arriva la convocazione nella nazionale B, allenata da Vittorio Pozzo, l’esordio è Italia-Austria che si disputa il 5 maggio 1932, in seguito sarà inevitabile la convocazione nella squadra nazionale maggiore, quella che aveva vinto il campionato del mondo del ’34. È il 25 ottobre del 1936 e a Milano si gioca Italia- Svizzera, finita con un netto 4 a 2 per l’Italia, ed ecco quanto riferisce del mediano di Faenza la Gazzetta dello Sport: «Neri imposta magnificamente l’azione che sviluppa Meazza, Ferrari, Piola». Del resto la stagione 1934/45 aveva visto i giocatori gigliati, tra i protagonisti della Seria A: grazie a una buona difesa e a una notevole partenza in campionato, la Fiorentina si laureò addirittura campione d’inverno il 3 febbraio 1935. La squadra viola non riuscì a ripetersi nel girone di ritorno, complici alcune sconfitte sul finale di stagione e finì terza in classifica dietro ai bianconeri della Juventus e ai nerazzurri dell’Ambrosiana-Inter, conquistando comunque il diritto di partecipare per la prima volta alle competizioni europee, prendendo parte alla Coppa dell’Europa Centrale, dove la Fiorentina esordirà il 16 giugno 1935 a Budapest, sconfiggendo i fortissimi ungheresi dell’Újpest Football Club per 2-0, mentre verrà eliminata ai quarti dallo Sparta Praga, che in seguito vincerà il prestigioso trofeo mitteleuropeo di quell’edizione.

L’iconica maglia della Fiorentina si ispira a quella dell’Újpest Football Club da cui il marchese Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano decise di mutuare il colore viola, in luogo di quelle bianche e rosse, i colori di Firenze.

L’anno successivo Bruno Neri passa alla Lucchese che nel frattempo aveva conquistato la Serie A a girone unico per la prima volta. La squadra era composta da giocatori molto forti per la categoria di provenienza, tra cui il portiere Aldo Olivieri e Vinicio Viani, che realizzò addirittura 35 reti in 34 partite. Le “pantere” erano guidata dall’allenatore ungherese Ernő Egri Erbstein, e in quella stagione di esordio nella massima serie, anche grazie all’esperienza e al contributo di Bruno Neri, la squadra rossonera raggiunse un notevole risultato per una matricola: addirittura il 7º posto assoluto. La stagione successiva, Erbstein raggiungerà la sponda granata di Torino dove Ferruccio Novo gli chiederà di allestire quella squadra formidabile che poi avrebbe dominato la Serie A negli anni a venire: il Grande Torino. In principio tuttavia si trattava di gettare le basi, e il grande tecnico aveva bisogno di un mediano affidabile, e così invitò Bruno Neri a raggiungerlo nel capoluogo piemontese dove il faentino vivrà, frequentando artisti e intellettuali che lo videro come lo ricorda il grande storico ed economista Antonello Gerbi, già a capo dell’Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana: «Neri frequentava giovani giornalisti e scrittori, alcuni di loro lo avevano scelto come modello di personaggio, come esempio di atleta con una sensibilità aperta e cordiale, dotato di fermezza di carattere e schiettezza nei rapporti, coraggio e fiducia nel prossimo». A Torino il faentino fu tra i più presenti, giocò e molto fino al 1940, quando a seguito di una serie di incidenti dovette ritirarsi all’età di 30 anni: disputò la sua ultima partita a Milano contro l’Ambrosiana-Inter, finita 5 a 1 per la squadra nerazzurra.

Bruno Neri lasciata Firenze si troverà bene a Lucca, e con la maglia rossonera della Lucchese centrerà un risultato storico, quando le “pantere” guidate dall’allenatore ungherese Ernő Egri Erbstein si classificheranno al settimo posto in Serie A.

Ritornato a Faenza con un consistente gruzzolo di 600 mila lire, Bruno Neri intensifica i rapporti con il cugino Virgilio, notaio con studio a Milano, dove compra una grande officina meccanica e mette a lavorare alcuni suoi amici. Gli eventi politici tuttavia precipitano e sempre attraverso il cugino, Bruno Neri decide di entrare nella Resistenza. Sono passati molti anni oramai da quel gesto del 13 settembre 1931, che precedeva cronologicamente la fama sportiva che Bruno Neri avrebbe conseguito in seguito e proprio per questo si tratta di un gesto coraggioso, quanto pericoloso. All’epoca erano passati cinque anni dall’omicidio di Giacomo Matteotti, solo tre da quando i partiti di opposizione erano stati sciolti, il diritto di sciopero abolito, la libertà di stampa ridimensionata e Antonio Gramsci incarcerato. Erano passati solo due anni dalle elezioni del 1929 quando la quasi totalità dei circa nove milioni di italiani che andarono a votare dissero va bene, si proceda, ci fidiamo del Fascismo, è tutto a posto, mentre Bruno Neri, apartitico, forse simpatizzante azionista, nutriva la convinzione di stare dalla parte giusta, quella opposta. Decide per questo che è il momento di mettere in gioco quel moto di spirito che lo percorreva, certo in un campo diverso rispetto a quello con linee, pali e traverse, fatto di sentieri di montagna, boschi e nascondigli in casolari isolati. Inquadrato nel battaglione Ravenna, “Berni” questo il nome di battaglia, partecipa all’operazione «Zella», in pratica provvede di persona al trasporto in bicicletta di una radio che farà da centro di informazione per i gruppi partigiani della sua zona. Nel 1944 torna perfino a giocare a calcio nel campionato Alta Italia con la maglia del Faenza, chiudendo così il cerchio e indossando per l’ultima la maglia della sua città natale con la quale aveva debuttato ad appena 16 anni.

Il ricordo apposto sulla casa natale a Faenza, dove Bruno Neri nacque il 12 ottobre 1910 e dove tornò una volta ritiratosi dal calcio, per abbracciare la causa della Resistenza.

È il 10 luglio del ’44. Con la bella stagione la montagna è meno dura e le operazioni partigiane si intensificano. Durante una di queste Bruno Neri, o “Berni”, è con l’amico Vittorio Bellenghi, anche lui di Faenza, e insieme devono controllare la strada di Marradi, vicino Firenze, per recarsi a Gamogna dove sul monte Lavane c’è da recuperare un aviolancio delle truppe alleate. I due percorrono la strada e, dopo una svolta, si trovano di fronte a quindici soldati nazisti con divise, fucili ed elmetti, non magliette e pantaloncini. È l’ultima partita. I tedeschi sono più svelti, in un attimo arretrano, si riparano dietro un parapetto ed iniziano a sparare all’impazzata sui due partigiani che inizialmente rispondono al fuoco, poi si rendono conto di essere in strada e senza ripari e battono in ritirata: troppo tardi perché vengono raggiunti da una scarica di pallottole che non lascia scampo a nessuno dei due. A Bruno Neri è oggi intitolato lo stadio cittadino di Faenza.

L’impianto faentino è situato in Piazzale Pancrazi e presenta una tribuna centrale coperta, due tribune laterali di metallo, una curva e la tribuna scoperta opposta a quella centrale, in questo stadio intitolato a Bruno Neri gioca il Faenza Calcio.

Lo dicevamo all’inizio: questa storia ci insegna qualcosa pur essendo così lontana nel tempo e nel contesto. Prendere una posizione. In campo e fuori, nelle piccole e nelle grandi battaglie.

Le immagini digitali e/o fotografiche utilizzate sono estratte in rete e principalmente dalle pagine https://it.m.wikipedia.org/ dove si legge la dichiarazione che le fotografie sono nel pubblico dominio poiché il loro copyright è scaduto o altrimenti possano essere riprodotte in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, in ragione delle mere finalità illustrative e per fini non commerciali, non costituendo concorrenza all’ipotetica utilizzazione economica dell’opera.

Categorie
Calcio Sport Storia

Rigore è quando arbitro fischia, da Belfast a Savona fino al cucchiaio del Marakana. Qualcuno tuttavia l’ha dovuto inventare, prima.

La proposta cosiddetta irlandese a suo tempo aveva suscitato derisione e successivamente, una volta formalizzata all’International Football Association Board nel 1890, un moto di profonda indignazione da parte dei conservatori vittoriani. Tuttavia, dopo un anno di accese discussioni, l’idea di William McCrum prevaleva su ogni argomento a contrario e il calcio di rigore così diventava legge.

Il busto dedicato a William McCrum, pessimo calciatore e ancora peggiore uomo d’affari, l’inventore del penalty era nato a Milford il 20 febbraio del 1865.

William era il figlio del milionario (in sterline dell’epoca) Robert Garmany McCrum, un ricchissimo industriale tessile del diciannovesimo secolo, fondatore della McCrum, Watson & Mercer, che da Belfast controllava il mercato del lino nell’Impero britannico e attraverso gli uffici di Londra faceva affari in ogni angolo del pianeta. Fra le altre cose, la grande azienda manifatturiera fondata da McCrum aveva costruito e inaugurato nel 1808 un villaggio modello – denominato Milford – che si trovava a circa settanta chilometri da Belfast, nella contea di Armagh, una città capoluogo di grande importanza per il cristianesimo irlandese. La tradizione infatti attribuisce la fondazione e la creazione di quel vescovado addirittura a San Patrizio, niente meno che il patrono d’Irlanda, e proprio ad Armagh si trovavano le dimore dell’arcivescovo della Chiesa cattolica e di quello della Chiesa anglicana, entrambi primati d’Irlanda.

Nella contea di Armagh, in questo pubblico giardino di Milford, al centro del quale si trova il busto in onore di McCrum, un tempo la squadra locale giocava al football.

Il giovane William dopo aver completato gli studi a Dublino, presso il prestigioso Trinity College, e frequentato gli uffici londinesi di McCrum, Watson & Mercer, deluse le aspettative del padre che si rese conto di non potergli affidare gli affari di famiglia e quindi lo lasciò libero di viaggiare per l’Europa. Spesso anzi fu costretto a intervenire per pagare gli ingenti debiti di gioco accumulati dal figlio, che nel frattempo era diventato un assiduo frequentatore del Casino e del Grand Théâtre di Monte Carlo e un ammiratore de Les Ballets nell’effervescente Principato di Monaco. Quando non si trovava in Costa Azzurra a divertirsi, il giovane McCrum esercitava come giudice di pace ad Arlagh, giocava a scacchi e si occupava di rappresentare alcuni circoli sportivi, come il Milford and Armagh Cricket Club e l’Armagh Rugby Football Club, giocando anche al football – come portiere – per il Milford Everton Football Club. Con questo sodalizio William parteciperà alla prima stagione del campionato di Belfast e dintorni (oggi riconosciuto come la prima edizione del campionato nazionale nordirlandese di calcio) nel 1890/91, quando il Milton Everton si classificherà all’ultimo posto in classifica perdendo tutte le quattordici partite del torneo e retrocedendo, dopo aver segnato solo 10 gol e soprattutto subito la bellezza di 62 reti.

La classifica finale del primo campionato nordirlandese, all’epoca in realtà si trattava del torneo – comunque ufficiale – fra le squadra del capoluogo Belfast e dintorni.

Probabilmente stando in porta durante le partite William aveva riflettuto circa l’opportunità di contenere o almeno limitare la violenza rivolta dai difensori agli avversari che si approssimavano alla porta. A tal fine ritenne opportuno – in un football che, all’epoca, conosceva solo la punizione indiretta – studiare una sanzione efficace e pensò si dovesse attribuire un tiro libero, calciato direttamente in porta da una distanza di circa 12 yard di fronte al portiere, ogni volta che il difensore esagerava e la vigoria trascendeva in una scorrettezza. Questa regola, nelle intenzioni del suo ideatore, sarebbe servita allo scopo di castigare severamente la squadra del giocatore colpevole di impedire con ogni mezzo alla squadra all’attacco di segnare un gol, inducendo così i difensori ad una maggiore cautela, contrastando gli avversari con la tecnica piuttosto che atterrarli con la violenza. La massima punizione sarà stata sperimentata sul campo da gioco del Milford Everton, fra le case dell’omonimo sobborgo, e proprio lì in quello che oggi è un parco urbano, è stato collocato il busto dedicato all’ideatore del rigore dove si legge, precisamente, William McCrum Inventor of the Penalty Kick, a perenne ricordo di un uomo che – da un borgo di poche centinaia di abitanti – ha contribuito all’evoluzione del gioco che sarebbe diventato il più diffuso e praticato al mondo.

Il villaggio di Milford, poche centinaia di anime, si trova a pochi chilometri dal confine che separa l’Irlanda del Nord, l’Ulster appartenente al Regno Unito, dalla Repubblica di Irlanda – l’Eire – e tuttavia al centro del mondo di ogni appassionato di football.

Grazie al suo prestigio familiare William McCrum ottenne facilmente l’impegno della Irish Football Association che attraverso il suo delegato si fece promotrice dell’istanza di adottare il penalty fra le “regole del gioco”, rivolta all’International Football Association Board, durante il general meeting annuale del 1890. Questo ente era stato creato a Manchester il 6 dicembre 1882 dalle federazioni del football inglese, irlandese, scozzese e gallese, perché dopo le Sheffield Rules, il primo sistema di regole del calcio moderno, molti altri club e federazioni calcistiche stilavano le proprie e queste si aggiungevano le une alle altre senza cancellarsi a vicenda: ciascuna federazione poteva infatti liberamente decidere quale sistema di regole adottare. Un vero casino, insomma. L’IFAB – questo l’acronimo con cui è conosciuto nel mondo – ancora oggi si riunisce annualmente in una sede itinerante e ancora oggi, composto dalle quattro federazioni fondatrici, cui si è aggiunta la FIFA che vi ha aderito, è deputato a custodire le Laws of the Game, modificarle ed eventualmente deliberarne di nuove a livello internazionale e nazionale, vincolando alla loro osservanza tutte le federazioni, organizzazioni e associazioni calcistiche, e attraverso pubblicazioni periodiche superare ogni incertezza e portare le “regole del gioco” a conoscenza di tutti gli interessati.

L’IFAB non ha più sede a Londra ma a Zurigo, e tuttavia ogni anno continua a riunirsi in una diversa località dove organizza il suo general meeting, all’inedito del quale pubblica, aggiornandole quando occorre, le Laws of the Game.

E così avvenne al termine di un lungo dibattito il 2 giugno 1891 all’Annual General Meeting tenutosi presso l’Alexandra Hotel di Glasgow, quando la mozione dell’irlandese divenne la regola numero 14 superando le rimostranze in particolare degli inglesi, che giudicavano la deroga alla punizione indiretta e l’introduzione del penalty un implicito riconoscimento che i giocatori si comportavano o potevano deliberatamente agire in modo antisportivo al solo fine di danneggiare il loro avversario, anziché accettarne la superiorità, violando così l’ideale vittoriano dello sportivo dilettante e gentiluomo. In particolare protestò in modo clamoroso il Corinthian Football Club, celebre sodalizio dell’epoca, impegnato nella diffusione del calcio e degli ideali più alti di competizione e partecipazione, dichiarando che i propri giocatori avrebbero calciato volutamente a lato ogni penalty eventualmente concesso a loro favore e che il proprio portiere non proverà mai a intercettare nessun rigore fischiato contro. Secondo i corinthians infatti – dei gentlemen prestati al pallone – dovrebbe essere assodato che chi scende in campo lo fa per misurarsi lealmente con gli avversari e non per infrangere intenzionalmente le regole. In seguito comunque all’introduzione del rigore arrivarono dall’IFAB altre importanti innovazioni, per quanto riguarda la struttura stessa del gioco: le misure del terreno di gioco, la linea di metà campo (esisteva soltanto il cerchio centrale per la distanza sul calcio d’inizio), l’area di rigore con annessa l’area di porta (per posizionare il pallone in caso di calcio di rinvio), la nascita dei calci di punizione diretti (dai quali era possibile segnare direttamente una rete) e così via, mentre a Springfield negli Stati Uniti James A. Naismith scriveva le prime 13 regole fondamentali del gioco della pallacanestro, organizzando la prima partita sperimentale del nuovo sport, nel college dove insegnava educazione fisica, il 21 dicembre proprio di quel 1891.

Il FC Corinthian si proponeva di mantenere come valori chiave della sua attività la correttezza e la sportività e rimase in quell’epoca pionieristica la squadra più forte del suo tempo annoverando fra le sue file la maggioranza dei nazionali inglesi.

Da lì, alla roulette russa della “sessione” dei calci di rigore bisognava però attendere ancora mezzo secolo. Oggi infatti, in caso di parità dopo i tempi supplementari, quando in palio c’è una finale, oppure ci troviamo in fase di eliminazione diretta, si arriva ai tiri dal dischetto: cinque penalty per squadra (almeno nella prima serie) affidati ciascuno ad un rigorista diverso, che determinano la vittoria o la sconfitta in quel breve spazio di 11 metri dal dischetto alla linea di porta. Lo diamo per scontato, ma non è stato così da sempre, tuttavia. Nell’estate del 1962, in prossimità del Trofeo Ramón de Carranza, prestigioso appuntamento agostano che si ripete dal 1955 nella città andalusa di Cadice, dove si affronta(va)no allo scopo di preparare l’imminente stagione agonistica club molto quotati, il giornalista spagnolo Rafael Ballester, scrisse un articolo sul Diario de Cádiz, un autorevole giornale andaluso, gettando il sasso nello stagno. Egli deplorava la scelta di decidere le partite terminate in parità tramite il lancio di una moneta, definendola una pratica sommamente ingiusta, e inducendo gli organizzatori a chiedergli allora d’inventarsi una soluzione alternativa, visto che rigiocare le partite sarebbe stato improponibile. Fu così che Ballester suggerì la “lotteria” dei calci di rigore, e riscrisse il regolamento del torneo gaditano.

Il FC Barcellona vincitore del Carranza che l’annata precedente – dopo aver eliminato l’imbattibile Real Madrid dalla competizione europea – aveva perso a Berna la finale della Coppa dei Campioni contro i portoghesi del Benfica.

Così quando la domenica del 2 settembre 1962 il Barcellona e il Real Saragozza pareggiarono in finale, tutto era già predisposto: una delle due squadre avrebbe tirato cinque calci di rigore di fila e, a seguire, la stessa cosa avrebbe fatto l’altra. La  prima serie finì in pareggio, allora László Kubala, ex grande giocatore e allenatore degli azulgrana, propose si tirasse una seconda serie, ma l’allenatore del Real Saragozza, anch’egli un grande ex calciatore, César Rodríguez Álvarez, pretese che nella seconda serie i tiratori non cambiassero. Alla fine il Barcellona prevalse, e senza commettere errori, mentre l’attaccante del Saragozza, il brasiliano Adrualdo Barroso da Silva, conosciuto come Duca, sbagliò l’ultimo tiro. Il Barça quindi – nello stesso giorno in cui l’Unione Sovietica decideva di armare Cuba per difenderla dagli Stati Uniti – si portava a casa il magnifico trofeo d’argento assegnato ai campioni di quel torneo al quale avevano partecipato, non solo gli sconfitti in finale del Saragozza, che due anni dopo vinceranno la Copa del Generalísimo (attuale Coppa del Re, equivalente alla coppa nazionale) e la Coppa delle Fiere (poi ridenominata Coppa UEFA, l’attuale Europa League), ma niente meno che l’Inter di Milano, guidata dal mago Helenio Herrera, capace di vincere lo scudetto nella stagione a venire e così inaugurare il ciclo della Grande Inter e il San Lorenzo de Almagro, una delle più forti squadre argentine, guidata dal grande José Sanfilippo, all’epoca uno dei più prolifici attaccanti di tutto il Sudamerica.

Stampa aragonese si dà conto della sconfitta della squadra di casa, il Real Saragozza, nella finale decisa ai rigori del prestigioso trofeo estivo Carranza.

Il tema è insidioso, trattandosi di attribuire un primato. Francamente non intendo assumere tanta responsabilità ma forse si può riconoscere al Carranza la palma di primo trofeo – fra i professionisti – assegnato per effetto del successo di una squadra sull’altra nella “lotteria” dei rigori. Infatti, se è vero che al mitico stadio Municipal de Riazor, il 26 maggio del 1955, il Deportivo de la Coruña e il club brasiliano del Vasco da Gama, in tournée in Europa, si contesero un trofeo in onore dello sportivo galiziano Julián Cuenca Sánchez, stabilendo che in caso di parità avrebbero deciso la sfida a la tanda de penaltis – per citare l’espressione spagnola apparsa sulla stampa dell’epoca – ciò semplicemente non accadde, perché i funamboli carioca vinsero per 6-1 ma al termine dei novanta minuti regolamentari, aggiudicandosi così il trofeo senza ricorrere ai rigori, benché previsti dal regolamento dell’incontro. Vale la pena altresì di riportare testimoniare un aneddoto ascoltato tanto tempo fa, romantico quanto suggestivo, proveniente dalla Liguria terra così ricca di tradizione sportiva. Mi riferisco al ricordo del cosiddetto Torneo dei Bar, disputato a Savona sul vecchio campo della Valletta a partire dall’estate del 1962, una appuntamento estivo amatoriale che rappresentava il “clou” della stagione calcistica a Savona, quando un folto pubblico di spettatori, assiepati nella tribunetta dell’impianto sportivo oppure sparpagliati attorno alla rete di recinzione del campo, si riuniva per assistere alla finalissima tra la squadra dei “Bagni Nilo” opposta a quella del “Bar Sport” di Legino. La sfida, allo spirare dei regolamentari novanta minuti, terminerà sul 2-2. Supplementari senza esito e poi calci di rigore, in luogo del classico sorteggio con la monetina: l’ultimo tiro tocca a un certo Merengone del “Bar Nilo”, ma il portiere avversario, un tale Camici, gli blocca il pallone destinato all’angolino, consegnando l’ambita coppa ai bianchi di Legino, un quartiere situato nella periferia ovest di Savona e che si estende in parte in pianura e in parte in collina, sul confine naturale con il comune di Quiliano, e contestualmente stabilendo un primato. Forse. La finale Bar Sport Legino-Bagni Nilo si giocò, infatti, il 29 luglio 1962 in anticipo di più di un mese di quel Barcellona–Real Saragozza che è considerata la partita capostipite della “lotteria dei rigori”.

La squadra del Bar Sport di Legino che si aggiudicherà in quel di Savona il cosiddetto Torneo dei Bar nel 1962 prevalendo ai calci di rigore sulla formazione avversaria dei Bagni Nilo.

Come che sia, l’invenzione dei tiri di rigore espletati dopo i tempi supplementari nei casi di parità è attribuita a un tedesco. Anche se a mio parere sarebbe più appropriato ragionare in termini di “brevetto” invece che di “invenzione”. Celia a parte, Karl Wald è stato un arbitro, nato a Francoforte sul Meno, che aveva ottenuto la licenza nel 1936, quando era appena ventenne, per arbitrare fino al limite di età previsto allora in Germania, 47 anni, ritirandosi quindi nel 1964. Wald non perse mai la passione, neppure durante la Seconda Guerra Mondiale, quando verrà catturato dagli inglesi, all’epoca della liberazione dai tedeschi della Francia occupata, e finirà in un campo di prigionia in Belgio. Un giorno mentre assiste nel centro di detenzione ad una partita di calcio tra ufficiali britannici, si rivolge al direttore di gara, un sergente inglese, e gli chiede se può fischiare lui fino al termine della partita per assicurare ai giocatori un arbitraggio impeccabile, cosa che non smetterà più di fare, anche nel Dopoguerra, quando si farà apprezzare fra i fischietti più stimati della Oberliga Süd, uno dei cinque tornei regionali in cui era diviso il massimo campionato tedesco ai tempi dell’occupazione alleata della Germania. Non riuscirà a debuttare nella nuova Bundesliga, per il limite di età nel frattempo raggiunto, che gli consentirà solo di fare il guardalinee per una partita: l’Eintracht di Francoforte, la squadra della sua città natale, contro il Bayern di Monaco di Baviera, regione dove nel frattempo si era trasferito.

Karl Wald l’arbitro tedesco che “brevetterà” la serie dei calci di rigore convincendo la DFB, la federazione calcistica della Germania,

Nella storia però l’ex direttore di gara entrerà per una “proposta”, formulata il 30 maggio 1970, come delegato del suo distretto, al raduno regionale degli arbitri a Monaco di Baviera. Ha un’idea, animata da una profonda convinzione: sostituire il lancio della monetina, come metodo per decidere chi fosse il vincitore di una partita al termine dei tempi supplementari, con i calci di rigore. La ragione Karl Wald la ripeterà per anni. La monetina secondo lui “è un inganno sportivo, una cosa totalmente stupida”. C’è però un problema. Hans Huber, a quei tempi padre padrone dell’associazione calcio bavarese e vice presidente della DFB, acronimo di Deutscher Fußball-Bund, la Federazione calcistica tedesca, è un oppositore netto dell’innovazione di Wald che tuttavia non si lascia intimidire, e davanti a tutti i delegati insiste così: “… l’ho ascoltata disciplinatamente per alcune ore, ora le chiedo di ascoltare anche me e le mie ragioni, per cinque minuti”. Piovono gli applausi. Huber non può opporsi in un contesto istituzionale come quello e lo lascia parlare, dopodiché decreta 20 minuti di pausa, che diventano trenta, all’esito dei quali l’alto dirigente federale prende la parola: “Signor Wald, la commissione ha deciso di introdurre i calci di rigore a partire dalla nuova stagione. Lei è d’accordo?” E così dalla stagione 1970/1971 i calci di rigore saranno utilizzati nelle competizioni regionali bavaresi e successivamente in Bundesliga e dalla DFB, quindi dall’UEFA e dalla FIFA. Negli anni seguenti proprio la FIFA, per decisione di Sepp Blattter, riconoscerà a Karl Wald il ruolo di “inventore dei calci di rigore” e tre anni dopo la morte dell’ex arbitro, nel 2011, a 94 anni, la città di Penzberg gli dedicherà una via, quella che porta da Nonnenwaldstraße allo Stadion dove Karl Wald era stato tante volte protagonista.

La città di Penzberg dove Karl Wald si era trasferito dopo la Guerra dopo la sua morte gli ha dedicato una strada, e non una qualunque ma quella che conduce allo Stadion dove gioca il 1.FC Penzberg.

20 giugno 1976. Mentre nello spazio la sonda americana Viking I entrava in orbita attorno a Marte, allo stadio Marakana di Belgrado si svolge la finale del Campionato europeo per squadre nazionali: dopo 120 minuti pieni di emozioni la sorpresa Cecoslovacchia e la favorita Germania Ovest, campione del mondo e d’Europa in carica, sono ancora sul risultato di 2-2 e per decidere chi si porterà a casa il trofeo dedicato al primo presidente dell’UEFA, il francese Henri Delaunay, bisogna ricorrere ai calci di rigore. È la prima volta che accade in una grande manifestazione, e l’emozione è palpabile. I primi tiri dal dischetto vanno a segno tutti, fino al turno di Uli Hoeneß. Il campione tedesco del Bayern Monaco, dopo aver preso una gran rincorsa, colpendo troppo sotto il pallone lo proietta molto al di sopra della porta difesa da Ivo Viktor. Così in alto che più di vent’anni dopo der Kaiser Franz Beckembauer avrebbe commentato sarcastico: “Il pallone di Hoeneß?, lo stanno cercando ancora adesso per le vie di Belgrado”. A quel punto è arrivato il momento del cecoslovacco Antonin Panenka.

Sepp Maier è in ginocchio e la Germania Ovest è clamorosamente sconfitta dal colpo sotto di Antonin Panenka, che in tutto il mondo diventerà il nome di quello che noi in Italia chiamiamo cucchiaio.

Come il suo predecessore Hoeneß, anche Panenka aveva preso una rincorsa lunga e potente, ma giunto al dischetto si era fermato di colpo mentre il portiere della nazionale tedesca si stava tuffando da un lato e per l’effetto aveva già perso l’equilibrio. Allora Panenka aveva colpito la palla sotto, prendendo la mira per scodellarla in rete con un tiro centrale a foglia morta che beffa il grande portiere tedesco del Bayern Monaco. Il “cucchiaio” è coraggio e incoscienza. Sberleffo irriverente. Colpo (solo in apparenza) semplice e malizioso. Che esalta, quando va a buon fine. Ma che porta con sé il forte rischio della figuraccia. Francesco Totti – che lo ha fatto scoprire a tutta Italia, battezzando la prodezza che solo noi chiamiamo così nel mondo, con il suo irriverente “Mo je faccio er cucchiaio” rivolto a Gigi Di Biagio indicando Van der Saar durante la semifinale del Campionato europeo fra l’Italia e l’Olanda nel 2000 – di tutto questo aveva coscienza. Eppure ci ha provato. E ci è riuscito. Sepp Maier invece ignorava che Panenka era abituato a questo tipo di exploit per averlo già testato innumerevoli volte in allenamento, e che da un paio d’anni aveva cominciato a tirarli in questo modo anche con la sua squadra, il Bohemians, nelle partite del campionato cecoslovacco. Il club era il più antico fondato a Praga ma era oscurato dalle vittorie in patria delle altre squadre della capitale: lo Sparta, lo Slavia e il Dukla. Certo oggi sembra impossibile, ma anche se Monaco di Baviera e Praga non distavano tra loro che poche centinaia di chilometri, la cortina di ferro ci rendeva pressoché impermeabili a tutte le informazioni, comprese quelle sportive. Così, questa maniera del tutto singolare di battere un calcio di rigore, preferita da questo ancora semisconosciuto giocatore, era rimasta ignota al grande pubblico, e anche all’incolpevole Sepp Maier. Fino a quel momento.

Le immagini digitali e/o fotografiche utilizzate sono estratte in rete e principalmente dalle pagine https://it.m.wikipedia.org/ dove si legge la dichiarazione che le fotografie sono nel pubblico dominio poiché il loro copyright è scaduto o altrimenti possano essere riprodotte in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, in ragione delle mere finalità illustrative e per fini non commerciali, non costituendo concorrenza all’ipotetica utilizzazione economica dell’opera.

Categorie
Calcio Cultura Sport Storia

Il Giorno della Memoria. Quando Árpád Weisz diventa improvvisamente solo un ebreo.

Nell’Italia del 1938 Árpád Weisz diventa improvvisamente solo un ebreo, appunto.
Nell’allucinata realtà delle leggi razziali non contano doti e talenti, né conta essersi conquistate con il proprio lavoro stima e popolarità, vincendo da allenatore uno scudetto con l’Ambrosiana-Inter, ad appena trentaquattro anni, e altri due con il Bologna, lo squadrone che tremare il mondo fa, così era nominata la squadra felsinea dominatrice a Parigi delle squadre danubiane e dei maestri inglesi, sconfitti nel 1937 in finale al Torneo Internazionale dell’Expo Universale.

Weisz in camicia e cravatta, il primo a sinistra nelle fotografia, alla premiazione del FBC Bologna con il trofeo dell’Expo di Parigi dopo aver sconfitto 4-1 il Chelsea di Londra.

In anni in cui gli allenatori dirigono gli allenamenti in giacca e cravatta al centro del campo, Weisz è il primo a guidare personalmente i giocatori in pantaloncini e maglietta e a provare in allenamento i movimenti della squadra, applicando quelli che molto tempo dopo verranno chiamati schemi. È il primo, anche, a introdurre carichi di lavoro appositamente elaborati e a studiare la composizione delle diete. La cura con cui svolge il suo lavoro lo porta a non trascurare nessun dettaglio, fino a visionare personalmente gli allenamenti e le partite dei ragazzi del settore giovanile. In questo modo Weisz scopre un ragazzino di sedici anni, che fa debuttare in prima squadra l’anno successivo e che nella stagione dello scudetto nerazzurro vincerà, a neanche vent’anni, la classifica dei cannonieri: Giuseppe Meazza. Non contano più le esistenze individuali: si diventa un numero senza importanza, perché altri hanno deciso così sulla base di incredibili presupposti. E tutti, ma proprio tutti, si adeguano nell’indifferenza generale e senza avvertire il benché minimo disagio.
Questo deve ricordarci il Giorno della Memoria, quando nel 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nell’offensiva in direzione della Germania, liberarono il complesso dei campi di concentramento di Auschwitz, il più grande ed efficiente centro di sterminio della Germania nazista.

L’agghiacciante iscrizione «Arbeit Macht Frei» («Il lavoro rende liberi») all’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz.

La vittoria di tre campionati, nel 1929/30 con l’Ambrosiana-Inter e nel 1935/36 e 1936/37 con il Bologna, vale di per se stessa un posto nella storia del calcio italiano, posto che invece Weisz non ha mai occupato, pur essendone stato profondo innovatore sul piano tattico: esponente di quella scuola che allora veniva chiamata danubiana che sostituiva con passaggi precisi e rasoterra gli avventurosi rilanci che caratterizzavano il gioco di allora, introduce nel campionato italiano il famoso sistema, detto comunemente WM, dalla disposizione dei giocatori in campo. Nasce il quadrilatero di centrocampo, avanzando i due mediani e arretrando le due mezzeali, il peso del gioco viene redistribuito in modo equo tra tutti e dieci i giocatori, che hanno compiti sia offensivi che difensivi, e si vedono i primi terzini che attaccano. Inventato dal leggendario allenatore dell’Arsenal Herbert Chapman – il cui busto in bronzo si trova ancora oggi all’ingresso del nuovo Emirates Stadium, trasferito dal vecchio stadio di Highbury – è il modulo di gioco che farà grande il Torino, grazie a un altro ebreo ungherese, Ernest Egri Erbstein. Solo in parte l’annientamento nei lager nazisti è un’esperienza unica: la politica dello sterminio nel Novecento non è né cominciata né terminata con Auschwitz: il genocidio degli armeni, le vittime dei gulag, la pulizia di classe dei Khmer rossi in Cambogia e – negli anni Novanta – le pulizie etniche in Jugoslavia e in Ruanda oltre ai gas di Saddam Hussein contro i curdi, definiti un popolo che non esiste.

Weisz accosciato, il primo a sinistra, alla guida dell’Ambrosiana-Inter, la squadra da lui plasmata in grado di vincere il primo campionato nazionale a girone unico, la Serie A, nel 1929/30.

Per non dimenticare mai che all’improvviso diventi solo un ebreo, e scompari nell’indifferenza generale. È successo così ad Árpád Weisz, e nessuno fiatò, nemmeno a Bologna, la città di trecentomila abitanti che le imprese della squadra di Weisz avevano reso celebre in tutta Europa. Non fiatò Renato Dall’Ara, il presidente del sodalizio rossoblu, industriale reggiano ben introdotto nel regime, cui ancor oggi è dedicato lo stadio di Bologna, dove pure dal 2009 è stata posta una targa che ricorda Weisz e la sua famiglia. Non fiatarono i dirigenti, non fiatarono i suoi giocatori, non fiatarono i tifosi, che lo avevano idolatrato. Non fiatarono i suoi colleghi allenatori, non fiatarono i giornalisti che ne avevano magnificato le gesta. E non fiatarono nemmeno i genitori dei compagni di scuola di suo figlio Roberto, quando improvvisamente non si presentò più a scuola, né fiatarono i suoi vicini di casa. È successo così, a milioni di esseri umani, solo qualche decina di anni fa, e ancora succede ogni giorno, perché il dramma di Auschwitz non è una questione europea, non è nemmeno esclusivamente il simbolo dello sterminio degli ebrei, o esclusivamente degli omosessuali, o dei rom, dei disabili, dei dissidenti politici, ma un ricordo collettivo che trascende ogni appartenenza a minoranze, a stati o a comunità.

La targa finalmente apposta a ricordo di Weisz e della sua famiglia nello stadio dove ha sempre giocato il FBC Bologna, la squadra della città dove il grande tecnico ungherese era davvero felice, prima di venire inghiottito dall’odio.

Quella del 27 gennaio è la memoria utile a essere coscienti di quale orrore porta l’odio, di quali danni fa la segregazione, di quali atrocità implica la colpevolizzazione della divisività, l’estremismo ideologico, la guerra.

Post Scriptum. È doveroso segnalare un libro che commuove e indigna, e che va letto tutto d’un fiato. Weisz non lo conosceva bene nemmeno Enzo Biagi, bolognese e tifoso del Bologna. A Matteo Marani ci sono voluti tre anni di scrupolosa ricerca, perché gli pareva di inseguire un fantasma. E ora, giunto alla terza edizione (a cura di: Diarkos), questo prezioso libro Dallo scudetto ad Auschwitz, che ha contribuito in maniera determinante alla riscoperta della figura Árpád Weisz di dopo decenni di oblìo, si è arricchito di un apparato fotografico all’altezza.

Le immagini digitali e/o fotografiche utilizzate nel blog invece sono estratte in rete e principalmente dalle pagine https://it.m.wikipedia.org/ dove si legge la dichiarazione che le fotografie sono nel pubblico dominio poiché il loro copyright è scaduto o altrimenti possano essere riprodotte in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, in ragione delle mere finalità illustrative e per fini non commerciali, non costituendo concorrenza all’ipotetica utilizzazione economica dell’opera che rappresentano.

Categorie
Calcio Sport Storia

La storia dei colori di una maglia unica: quella della Sampdoria. Macaia e batcheetcha nella Manchester d’Italia, dal Campasso fino a Wembley.

«A Genova non si può giocare bene al calcio perché c’è la macaia» sosteneva Gianni Brera. Il Gran Lombardo di riva e di golena, di boschi e di sabbioni, come gli piaceva dire, sapeva scrivere in maniera pregiata e rapida. Era un intellettuale prestato al calcio, dicono i suoi estimatori, grazie alla sua inventiva e padronanza della lingua italiana ha lasciato una profonda impronta sul giornalismo nostrano, coniando numerosi neologismi introdotti e accolti nell’uso del linguaggio, non solo calcistico: centrocampista, contropiede, cursore, disimpegno, goleador, libero (nel senso del difensore senza compiti di marcatura), melina, pretattica, e molto altro. Per questo viene ancora giustamente venerato, ma qualche cazzata la scriveva pure lui. Nessuno è perfetto del resto. Nella città di Genova infatti a calcio si è sempre giocato tanto e bene, a volte straordinariamente bene, e sono due i club cittadini che hanno contribuito a scrivere la storia di questo sport, club tuttora ai vertici della tradizione sportiva nazionale: i rossoblu del Genoa e i “cugini” blucerchiati della Sampdoria. Il Genoa, fondato nel 1893 dai cittadini inglesi residenti in città, è addirittura il club più antico d’Italia fra quelli ancora esistenti, e la prima dinastia fra quelle avvicendatesi nel nostro calcio. Il Grifone, è questo il rampante simbolo del sodalizio genoano, fu il vincitore del primo campionato italiano nel 1898, aggiudicandosi complessivamente nove massimi campionati nazionali tra il 1898 e il 1924 e una Coppa Italia nel 1937. La macaia c’era già, naturalmente.

Facciate colorate, poggioli e aria di mare. Tutto molto ligure, compresa la maglia della squadra del cuore: in questo caso quella blucerchiata della Sampdoria. Casacca unica al mondo, coi suoi quattro colori.

Questa particolare condizione meteorologica si verifica proprio nel Golfo di Genova, accade quando spira da sud-est il vento caldo di scirocco, allora il cielo è coperto e il tasso di umidità soffocante. Lo stato d’animo melanconico che provoca è celebre grazie alla citazione nella canzone Genova per noi del cantautore Paolo Conte, nell’onirico verso «macaia, scimmia di luce e di follia, foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia». E chissà se era una giornata macaiosa quel 12 agosto 1946, quando nasceva a Genova il più giovane fra i grandi club d’Italia: la Sampdoria. Questo sodalizio, durante la presidenza di Paolo Mantovani, sarà capace di aggiudicarsi uno scudetto nel 1990/91, 4 volte la Coppa Italia, una Supercoppa italiana e una Coppa delle Coppe, oltre a disputare la finale della Coppa dei Campioni d’Europa nel tempio londinese di Wembley nella stagione 1991/92, perdendo con un gol di scarto e solo allo spirare dei tempi supplementari, contro i blaugrana del FC Barcelona, per un soffio. Di macaia, forse. Provocando quel giorno la poco sportiva ma comprensibile soddisfazione dei supporter genoani, dal 1937 a digiuno di trofei nazionali e costretti a subire gli sfottò dei sampdoriani, che li prendono in giro dalla metà degli anni Ottanta ricordando che il Genoa vinceva solo ai tempi dei lampioni a gas, del cilindro da frac e dei café-chantant. Oltraggio per gli orgogliosi tifosi rossoblu, che rispondono con distacco definendo la Sampdoria un club parvenu, vincente solo in virtù dei denari di una proprietà florida, comunque non all’altezza della tradizione del Grifone, irraggiungibile per i blucerchiati. Del resto non è il rapporto con chi abbiamo vicino che cambia il nostro umore?, soprattutto in uno spazio angusto. Ecco perché un derby a Genova conta di più. Anzi, a Genova conta solo il derby, spettacolo impareggiabile di colori e suoni, celebrato dalle tifoserie che si sfidano dalle opposte gradinate, la mitica Gradinata Nord per il Genoa e la magnifica Gradinata Sud per la Sampdoria, che accendono quella sfida con il loro contributo inimitabile.

Il primo derby fra il Genoa e la Sampdoria, alla presenza in tribuna del presidente della Repubblica, del sindaco e dell’arcivescovo, tutti ne converranno: i rossoblu da quel giorno avranno una rivale alla loro altezza.

Fra quelle metropolitane di Torino (1907), Milano (1909) e Roma (1929) quella di Genova è di gran lunga la stracittadina più giovane, ma non meno carica di tensione da quando (1946) la fusione fra la Sampierdarenese e l’Andrea Doria, conferendo una parte dei rispettivi nomi e i colori sociali di entrambe, opporrà al Genoa una degna rivale per la supremazia cittadina: l’Unione Calcio Sampdoria. Il 3 novembre 1946 si giocherà così il primo derby della Lanterna, al quale assisterà anche il Presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, che sarà testimone dalla tribuna dello Stadio Luigi Ferraris gremito, insieme a Sindaco e Arcivescovo, del perentorio successo dei blucerchiati vincitori per 3-0 bissato anche nella stracittadina del girone di ritorno, vinta 3-2: per la prima volta il Genoa perdeva la supremazia cittadina. In precedenza altri club del Genovesato (il capoluogo prima del 1926 andava dalla Lanterna all’insenatura di Vernazzola mentre all’interno non oltre il camposanto di Staglieno), espressioni sportive dell’orgogliosa autonomia dei comuni limitrofi a Genova, si erano sfidati disputandosi il privilegio di affrontare l’allora impareggiabile Grifone rossoblu, che negli anni Venti si imponeva sulla scena nazionale piegando le altre grandi squadre dell’epoca, l’Ambrosiana-Inter, la Juventus, il Milan, la Pro Vercelli e il Torino. Il Genoa (che aveva sfiorato il titolo anche nelle edizioni precedenti, avendone già 7 in bacheca) sarà campione d’Italia imbattuto nel 1922/23 e quasi imbattuto nel 1923/24, cedendo poi il titolo del 1924/25 solo al Bologna che tremare il mondo fa ( e solo alla quinta partita di spareggio, in un clima ostile e fra le pistolettate intimidatorie dei fascisti felsinei).

Il Genoa stellare degli Anni Venti, guidato da mister Garbutt in panchina e condotto in campo da Renzo De Vecchi, detto il Figlio di Dio, capitano rossoblu e della Nazionale.

Il Genoa non raggiungerà più il decimo titolo e la tanto agognata stella, arrivando dietro di un soffio al Toro del trio delle meraviglie, composto da Adolfo Baloncieri, Julio Libonatti e Gino Rossetti, all’Ambrosiana-Inter del Balilla Giuseppe Meazza, e alla Juventus di Edoardo Agnelli che sarebbe poi diventata quella fortissima del quinquennio d’oro, ossatura della Nazionale azzurra di Vittorio Pozzo, campione del Mondo nel 1934 e nel 1938 e campione olimpico nel 1936. I rossoblu degli anni Venti erano in effetti una squadra fortissima: sotto la guida autorevole e sicura di mister William Garbutt, il primo allenatore professionista del nostro calcio, schieravano giocatori di livello superiore come il portiere Giovanni De Prà, all’epoca il migliore dell’Europa continentale, l’infaticabile e insuperabile difensore Ottavio Barbieri, l’incontenibile centravanti Felice Levratto soprannominato lo Sfondareti per la sua potenza e il grande Renzo De Vecchi, terzino ineguagliabile, capitano del Genoa e della Nazionale chiamato il Figlio di Dio, che è tutto dire. Il confronto con quella squadra era improponibile ma doveva essere uno stimolo a migliorarsi: la “cittadina” Andrea Doria di Franz Francesco Calì e la “proletaria” Sampierdarenese di testa di bronzo Ercole Carzino, entrambi pure giocatori della Nazionale italiana. La Società Ginnastica Andrea Doria è un sodalizio sportivo nato in una sala della Scuola Svizzera di Genova e intitolato al principe, condottiero e ammiraglio ligure, fondato il 5 settembre 1895 da alcuni atleti fuoriusciti dalla più antica Società Ginnastica Ligure Cristoforo Colombo.

La formazione dell’Andrea Doria, con la caratteristica maglia a quarti biancoblu, borghese e cittadina, fiera rivale di un Genoa spesso campione d’Italia.

Era dedicato alle sole competizioni ginniche, ma ben presto gli atleti doriani iniziarono a cimentarsi in altri sport improvvisando qualche partita di calcio. Impossibile resistere: organizzeranno la Sezione Calcio nel 1900, adottando una maglia a quarti bianco e blu, esordendo (e perdendo) in campionato il 9 marzo 1902 contro il Genoa, che quell’anno vincerà il suo quarto campionato nazionale. In quegli anni pionieristici il più importante calciatore doriano sarà il carismatico svizzero-siciliano Francesco Calì, consacrato il 15 maggio 1910 niente meno che primo capitano della Nazionale italiana. Sotto la sua supervisione, l’Andrea Doria, sbaragliando squadre come Hellas Verona, Milan, Pro Vercelli e Udinese riuscirà ad aggiudicarsi per ben 4 volte (nel 1902, 1910, 1912 e nel 1913) i campionati nazionali organizzati dalla Federazione Ginnastica Nazionale Italiana (FGNI), che si giocavano in contemporanea ai tornei organizzati da quella che diventerà poi la Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) dove era il Genoa invece a fare la parte del leone. L’Andrea Doria vincerà anche la prestigiosa Palla Henri Dapples, un trofeo calcistico per squadre di club conquistato l’11 dicembre 1904 vincendo contro il Genoa, campione d’Italia in carica. Oltre a Franz Calì, tra i giocatori più famosi che vestirono la maglia doriana si ricordano Aristodemo Santamaria e Enrico Sardi che successivamente avrebbero indossato la casacca del Genoa, prima scontando un anno di squalifica per l’accusa di professionismo, all’epoca vietato. Era successo che il presidente del Genoa, lo scozzese Geo Davidson, gli aveva proposto di giocare per i rossoblu promettendogli un compenso di 3 000 lire. I due atleti, denunciati dal cassiere della banca (che era socio dell’Andrea Doria) dove si trovavano per incassare l’assegno, saranno condannati a due anni, ridotti in seguito a uno, e al pagamento di 1 000 lire di multa, mentre il Genoa all’assemblea generale della Federazione tenutasi a Vercelli rischiò la radiazione ma alla fine se la cavò con un’ammonizione.

La Cajenna era l’infuocato terreno di casa dell’Andrea Doria che lì otterrà importanti quanto prestigiosi successi nazionali, come i quattro campionati italiani della FGNI.

Cajenna, era soprannominato il campo dove l’Andrea Doria giocava fin dal 1902. Si trovava a Marassi, proprio nello spazio che oggi separa il campo sportivo dalle carceri genovesi dove si trova la Gradinata Nord, sede del tifo genoano più acceso. Data le ridotte dimensioni dell’isolato, ai margini di quello che era un galoppatoio, la Cajenna non aveva tribune e gli spettatori per assistere alla partita si allineavano tutti ai margini del terreno di gioco, incitando la loro squadra trattenuti da una semplice corda per non entrare in campo. Per gli atleti avversari era un supplizio e per questo il pensiero correva al capoluogo della Guyana francese, la città di Cajenna appunto, sede del famigerato bagno penale che ospitò, fra gli altri, anche il capitano Alfred Dreyfus, il militare francese ebreo ingiustamente accusato di alto tradimento. Lo stadio del Genoa invece nasce nel 1910, quando il presidente del Grifone accetta la proposta del marchese Musso Piantelli di costruire un campo da calcio all’interno del galoppatoio situato nel terreno di sua proprietà nel complesso della Villa Centurione Musso Piantelli, residenza cinquecentesca tuttora esistente a ridosso dell’ingresso carrabile per i pullman delle squadre allo stadio Luigi Ferraris. Il 22 gennaio 1911 in occasione della partita tra il Genoa e l’Inter campione d’Italia lo stadio sarà ufficialmente inaugurato con il nome di Campo di Via del Piano, adiacente alla più antica Cajenna. I due campi da gioco erano separati semplicemente da uno steccato e il Genoa riceveva dai “cugini” doriani 1.000 lire di indennizzo più 200 lire annuali per la manutenzione di quello che alla fine era praticamente un unico prato.

Marassi, all’epoca usato esclusivamente dal Genoa, era considerato il miglior terreno di gioco inserito in uno stadio all’avanguardia, intitolato poi a Luigi Ferraris.

Nel 1926 la politica sportiva si allineava alle intenzioni del regime fascista e per volontà dei gerarchi genovesi la Cajenna era dichiarata inagibile, al fine di penalizzare l’Andrea Doria privandola del “suo” campo di gioco e quindi dell’unica fonte di ricavi, per avere respinto a suo tempo una proposta di fusione nel Genoa e suggerendo così in futuro attenzione ai desiderata delle autorità sportive, che miravano a ridurre a due le squadre nella grandi città. Il Genoa colse l’occasione e con il favore delle autorità fasciste propose un indennizzo alla rivale biancoblu nel frattempo finanziariamente in affanno, versandole la somma di 20.000 ed entrando in possesso del terreno. Sul prato che ero stato la Cajenna il Genoa decise di costruire una nuova tribuna situata a nord del campo. Nel giorno di Capodanno del 1933, quando ebbe luogo la cerimonia di intitolazione dello stadio a Luigi Ferraris, giocatore rossoblu caduto nella Grande Guerra, venne sotterrata la sua medaglia d’argento al valore militare in prossimità della porta di gioco situata sotto la Gradinata Nord di uno degli stadi più moderni e funzionali d’Italia, esattamente nel luogo dove una volta giocavano i rivali doriani. Nell’estate del 1927, all’interno del perimetro delle disposizioni federali in tema di calcio (coerenti con il progetto amministrativo fascista della Grande Genova, che nel 1926 sciolse nel capoluogo, tra gli altri, i comuni di Bolzaneto, Cornigliano Ligure, Nervi, Pegli, Sampierdarena, Sestri Ponente, Rivarolo Ligure e Voltri) le squadre dell’Andrea Doria e della Sampierdarenese confluirono in un nuovo progetto: La Dominante, formazione che nella visione dei gerarchi fascisti (richiamando l’appellativo dell’antica repubblica marinara che dominava il Mediterraneo) si poneva come emanazione della nuova Grande Genova, scendendo in campo in maglia nera, colore caro ai fascisti, con bordature verdi mostrando sul petto il grifone rampante abbinato al fascio littorio.

Lo stadio del Littorio di Cornigliano, realizzato per La Dominante vedrà poi le imprese sportive della Sampierdarenese, ma non potrà accogliere la Sampdoria perché danneggiato durante la seconda guerra mondiale, e successivamente convertito in una rimessa per gli autobus.

Risultati sportivi deludenti e scarsa partecipazione indussero le autorità sportive a suggerire la fusione della Corniglianese, nella Dominante rinominandola Foot Ball Club Liguria, senza tuttavia ottenere migliore fortuna decidendo così di abbandonare quel progetto sportivo, con il conseguente ritorno nel 1931 dell’Andrea Doria e della Sampierdarenese, coi rispettivi colori sociali. La squadra di Sampierdarena nel 1937 dovrà poi assumere la denominazione di Associazione Calcio Liguria, allo scopo di permettere il sostegno dell’industria locale a un progetto ambizioso cui in effetti seguirono risultati sportivi significativi fino al raggiungimento della 6ª posizione in serie A, fra l’entusiasmo crescente e un vasto seguito popolare, anche grazie al nuovo campo sportivo a Cornigliano. Andrea Doria e Liguria continuarono separatamente le loro attività fino al fatidico 12 agosto 1946 quando l’operaia Sampierdarenese, riavuto il vecchio nome, e la borghese Andrea Doria sancirono volontariamente la loro definitiva fusione, che questa volta andrà a buon fine, scegliendo Piero Sanguineti primo presidente e tessera numero 1 del nuovo club, che vedrà la luce nello studio del notaio Bruzzone in Galleria Mazzini, l’elegante camminamento nel centro di Genova, in prossimità dell’austera piazza De Ferrari. Mentre la città – ancora devastata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale – era impegnata a ricostruire e risollevarsi. Iniziava così l’avventura sportiva della Sampdoria nonché della sua originale maglia blucerchiata.

L’AC Liguria, coi colori della Sampierdarenese, otterrà nella seconda meta degli anni Trenta discreti risultati sportivi, vincendo il campionato nazionale di Serie B per la seconda volta e arrivando a classificarsi 6ª in Serie A.

Genova durante il conflitto mondiale, per l’importanza strategica del suo porto e delle sue industrie civili e militari, fu chiamata a sopportare numerosi bombardamenti aerei e navali, che le devasteranno. Furono colpiti dagli anglo-americani gli scali ferroviari e gli stabilimenti industriali, nonché tutto il bacino portuale da levante a ponente, che erano obiettivi strategici. Ulteriori danni alle strutture portuali furono arrecati negli ultimi giorni della guerra dalle truppe tedesche in ritirata, che minarono e fecero saltare tratti della grande diga foranea, misero fuori uso i bacini di carenaggio e gli impianti meccanici, disseminarono di mine lo specchio d’acqua portuale e affondarono decine di imbarcazioni di ogni tipo e dimensione. Le bombe alleate non risparmieranno nemmeno il centro abitato, e in particolare la citta antica, provocando migliaia di morti e oltre centomila sfollati fra i genovesi. Le vittime tra la popolazione civile tutto sommato furono contenute, ma solo grazie all’utilizzo delle numerose gallerie-rifugio presenti in città, mentre gravissimi furono i danni materiali alle case di abitazione e al patrimonio artistico cittadino: chiese, conventi, palazzi storici, teatri e ville risultarono colpiti, riportando danni strutturali gravissimi, in alcuni casi fino alla completa distruzione. Le zone cittadine di Piccapietra e del Castello, densamente popolate e fulcro della vita sociale, erano ridotte praticamente a crateri, quasi completamente rase al suolo. Tuttavia immediatamente dopo la Liberazione Genova si riprese con rapidità prodigiosa e già nel 1946, appena rimesso in efficienza il porto, si pensava di dar corso ai lavori di ampliamento verso ovest, dove sorgeranno dinnanzi a Cornigliano e a Sestri Ponente, un grande impianto siderurgico costruito strappando al mare 1 000 000 di m2, il nuovo aeroporto internazionale e il bacino petrolchimico.

Piazza De Ferrari duramente colpita era la cartolina di una città devastata dai bombardamenti, che tuttavia già nel 1946 saprà riprendersi rapidamente, sull’onda del desiderio, grazie alla ritrovata libertà, di tornare alla vita.

Mentre le industrie cittadine erano in ripresa Giuseppe Siri – in quel fatidico 1946 – diventava a soli 40 anni l’arcivescovo di Genova. Il suo carattere deciso, poco incline ai compromessi, e la tenace difesa delle proprie convinzioni divisero spesso l’opinione pubblica, suscitando grandi consensi e forti opposizioni. Ovunque tuttavia era riconosciuta e rispettata la statura intellettuale di questo longevo cardinale che governerà l’arcidiocesi ligure per 41 anni, sarà presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e parteciperà in quattro occasioni al conclave per l’elezione del papa. A Genova, città cui fu profondamente legato, il cardinale Siri fondò e sostenne numerose organizzazioni assistenziali, pastorali e culturali e fu particolarmente vicino al mondo del lavoro fondando l’Opera dei Cappellani del Lavoro, per portare assistenza pastorale all’interno delle fabbriche. Genova infatti era sempre di più le sue fabbriche, anche per l’avvio di un processo di immigrazione che ne avrebbe mutato profondamente il volto, tramite uno spettacolare incremento della popolazione residente che nel secondo dopoguerra arriverà a sfiorare i 900 000 abitanti. Tuttavia, alla fine e come conseguenza della seconda guerra mondiale l’Italia era letteralmente spezzata in due. Infatti, i combattimenti lungo la cosiddetta Linea Gotica dell’inverno del 1945 avevano gravemente compromesso, spesso distruggendole del tutto, le linee di comunicazione rendendo così molto difficoltosi gli spostamenti fra il nord e il resto della Penisola. In queste condizioni, la FIGC decise di far ripartire il campionato di calcio con una formula che ricordava quella dei campionati precedenti il 1926, nessun girone unico all’italiana quindi.

L’Andrea Doria in una delle sue ultime apparizioni, durante il faticoso Campionato dell’Alta Italia 1945/46 concluso conquistando una più che dignitosa 9ª piazza finale.

In pratica la stagione 1945/46 funzionò così: nel Settentrione i club che avrebbero avuto titolo sportivo per iscriversi alla Serie A (della stagione soppressa a causa del conflitto mondiale del 1943/44) si sarebbero affrontati in un girone di andata e ritorno nel campionato dell’Alta Italia, mentre nel Meridione, non essendoci un numero sufficiente di club di vertice si organizzò il campionato del Centro-Sud, ammettendo sia le squadre di Serie A che quelle di Serie B, con il medesimo criterio del titolo sportivo pre-bellico. Al termine dei due campionati le prime quattro classificate di entrambi i raggruppamenti si sarebbero affrontate in un girone unico nazionale con partite di andata e ritorno che avrebbero determinato la vincitrice del campionato e assegnato lo scudetto, che andrà al Grande Torino, al suo terzo titolo, il secondo consecutivo se non si considera il periodo di pausa dovuto al secondo conflitto mondiale. Una citazione a parte meritano però Andrea Doria e Sampierdarenese, che tornavano entrambe a disputare separatamente la massima competizione nazionale. Nel girone dell’Alta Italia, dove si sfidarono tutte le squadre di serie A del Nord, vinto anche quello dal Toro davanti alla Juventus, la Sampierdarenese arrivò 14ª, e quindi ultima (anche se fra le migliori), mentre l’Andrea Doria, che aveva costruito una squadra ambiziosa, si classificò addirittura in 9ª posizione. Tutto ciò era stato possibile perché nel frattempo era successo che lo stesso 25 aprile del 1945, il giorno della Liberazione, in seno alla FIGC si era costituita una commissione straordinaria per l’Alta Italia presieduta su indicazione del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) da Giovanni Mauro, allo scopo di prendere atto delle ingiustizie sportive che il regime aveva generato nel ventennio e rendere ad ogni società la giusta categoria di merito persa, ristabilendo tutti i diritti sportivi violati.

La Sampierdarenese era la massima espressione sportiva di una comunità vivace e sempre più florida e godeva di vasto seguito popolare a partire dal mitico Bar Roma di piazza Vittorio Veneto: covo di soci e tifosi nonché a tratti sede sociale.

Ed è proprio al commissario straordinario Mauro che dobbiamo il ritorno alle denominazioni di Genoa, Inter e Milan in luogo di Genova 1893, Ambrosiana-Inter e Milano, nonché la soluzione del nodo genovese. Mauro infatti era persuaso a considerare una prevaricazione la nascita del club La Dominante, poi Foot Ball Club Liguria, risultato della fusione imposta alla più quotata e borghese Andrea Doria dalle autorità fasciste a vantaggio della Sampierdarenese, ipoteticamente favorita in quanto espressione della località (di Sampierdarena) dove si era formato il Secondo Fascio più antico d’Italia, dopo quello di Milano fondato da Benito Mussolini. Per l’effetto, come misura antifascista, accolto il reclamo degli ex dirigenti dell’Andrea Doria, il sodalizio biancoblu fu ammesso a partecipare – con il titolo sportivo del 1927 – al Campionato dell’Alta Italia nel 1945/46 dove così bene poi figurerà. La stessa autorizzazione fu concessa dal commissario straordinario Mauro, alla Sampierdarenese, che conserverà il titolo sportivo dell’Associazione Calcio Liguria, a quel punto sciolta. Concluso quindi l’estenuante campionato del 1945/46 la FIGC ritenne possibile tornare nell’edizione 1946/47 alla formula del girone unico di Serie A, ma dovette affrontare non poche discussioni sul titolo a parteciparvi da parte di diversi club che chiedevano il riconoscimento di aspettative basate sui risultati conseguiti nei cosiddetti campionati di guerra, come ad esempio la cosiddetta Coppa Federale vinta dalla squadra dei Vigili del Fuoco de La Spezia (che sconfissero niente meno che il Grande Torino e il forte Venezia), senza ottenere alcun riconoscimento posteriore né la tanto agognata Serie A.

Il cardinale Giuseppe Siri all’inaugurazione nel 1956 del campo sportivo intitolato a Pio XII che poi diventerà il centro di allenamento del Genoa, di cui si diceva il prelato fosse simpatizzante per aver giocato nei boys dei rossoblu.

Tramontata l’ipotesi di adottare un formato a 22 squadre, presa in considerazione dalla FIGC allo scopo di accontentare il maggior numero di piazze, si giunse alla decisione di permettere l’iscrizione alla nuova Serie A post-bellica della stagione 1946/47 “solo” a 20 club, ripescando il Bari e la Sampierdarenese, che aveva ereditato il titolo sportivo dell’Associazione Calcio Liguria, mentre l’Andrea Doria avrebbe dovuto ricominciare nella migliore delle ipotesi dalla Serie B, nonostante i brillanti risultati della stagione precedente. A Sampierdarena tuttavia c’era poco da festeggiare, infatti il sodalizio di casa si trascinava da tempo e senza soluzione di continuità in uno stato di profonda crisi finanziaria, e pur potendo contare su un pubblico affezionato e un sostegno diffuso a corredo del titolo sportivo che le garantiva la partecipazione alla Serie A del 1946/47, non sembrava in condizione di iscriversi al campionato entro il termine previsto, non avendo in cassa il necessario quattrino. Si trovava nella situazione opposta l’Andrea Doria, la dirigenza del club doriano infatti era tradizionalmente accorta e attenta nella gestione, sostenuto da alcune famiglie della ricchissima borghesia cittadina, come i Rissotto, il club si era radicato nell’elegante quartiere cittadino di Carignano, e aveva condotto un mercato estivo importante, col risultato di rafforzare una rosa già competitiva, che infatti nell’ultimo Campionato dell’Alta Italia era arrivata alle spalle delle grandi squadre metropolitane. Tuttavia ripartire dalla Serie B non avrebbe permesso ai biancoblu, un sodalizio prestigioso ma con un seguito popolare molto ridotto e senza uno stadio “di casa”, di far quadrare i conti, imponendo lo smantellamento della squadra. Era il tempo di assumere decisioni impegnative e d’individuare soluzioni creative.

I soci ex doriani ed ex sampierdarenesi del neonato club genovese posano in galleria Mazzini per festeggiare la nascita dell’Unione Calcio Sampdoria che lì avrà la prima sede, salvo spostarsi poi nella più prestigiosa via XX settembre.

Fu così che i soci dell’Andrea Doria e la Sampierdarenese iniziarono a parlarsi e i dirigenti si misero al lavoro per trovare una soluzione, tratteggiando un accordo in grado di soddisfare le comuni aspettative superando ogni dualismo in vista dell’imminente campionato di calcio di Serie A. La fama che gli abitanti di Genova si guadagnarono fin dal Medioevo, è testimoniata da un antico proverbio latino: Genuensis, ergo mercator, un detto che sintetizza alla perfezione quel mercanteggiare così famoso nel mondo, sul quale i genovesi basarono il proprio impero coloniale. In nome del rischio del fallimento in un caso e dell’anonimato nell’altro i due club – fino al giorno prima acerrimi rivali – trovarono un’intesa soddisfacente: l’unione avrebbe fatto la forza. Adesso però occorreva mettere i patti nero su bianco e prendere alcune decisioni dirimenti: a cominciare dal nome del nuovo sodalizio, da comunicare alla FIGC iscrivendolo per tempo al campionato. I doriani in virtù del conferimento dei capitali necessari a investire e alla dote di ottimi giocatori come Giuseppe Baldini e Adriano Bassetto – che formeranno il leggendario attacco atomico, in grado di proiettarli in Nazionale – pretendevano di anteporre Doria nel nome del neonato club, ma “Doria-Samp” non piacque ai sampierdarenesi che, pur avendo perso il sorteggio dedicato, si indispettirono e decisero di non transigere. Alla fine, forti della proprietà del titolo sportivo, i ponentini vollero anteporre la sigla Samp, che nelle loro intenzioni legava idealmente il club alla loro delegazione, che era stato comune autonomo e dal 1865 elevato a città del Regno. Sampierdarena, anticamente un minuscolo borgo di pescatori e agricoltori, derivava infatti il suo nome dalla piccola chiesa di San Pietro dell’Arena, che lambiva il mare circondata da poche povere case, era diventata imposta uno dei luoghi di villeggiatura più celebri d’Europa, trasformandosi nella cosiddetta Manchester d’Italia per la straordinaria concentrazione e il successo industriale della sua economia. I sampierdarenesi desideravano fortemente rivendicare il loro prestigio anche attraverso la Sampdoria, così la pensavano dalle parti del Bar Roma di Piazza Vittorio Veneto.

Il Bar Roma in piazza Vittorio Veneto, storico epicentro del tifo blucerchiato dal 1946, lì già si riunivano soci e supporter della Sampierdarenese e venne decisa la fusione con l’Andrea Doria.

Secondo la tradizione, l’equipaggio della nave che per ordine del re longobardo Liutprando nel 725 trasportava i resti mortali di Sant’Agostino dalla Sardegna per trasferirli a Pavia, toccata terra sulla spiaggia sampierdarenese, decise di ricoverare le reliquie del santo in una cella nella chiesetta del borgo, in attesa di riprendere il viaggio a piedi verso la capitale longobarda. Con la costruzione ordinata nel XII secolo dalla potente famiglia genovese dei D’Oria della nuova chiesa di Santa Maria della Cella, l’antica chiesetta sarà soffocata dallo sviluppo delle costruzioni del complesso monastico sortole via via attorno (e rivedrà la luce solo a causa delle bombe cadute nel 1944 che diraderanno diverse costruzioni). Proprio a partire dalla fine del XII secolo, alla tradizionale attività della pesca si affiancò la cantieristica navale che raggiunse un alto livello di specializzazione nella costruzione di galee per la repubblica genovese poi impiegate nelle crociate dell’epoca, offrendo un primo grande impulso allo sviluppo dell’economia di quel borgo che godeva di una posizione incantevole. Non a caso dal Cinquecento alla fine del Settecento l’area di Sampierdarena divenne una prestigiosa residenza suburbana per le ricche famiglie patrizie genovesi, e uno fra i luoghi di villeggiatura più conosciuti d’Europa. All’epoca sul principale asse viario del borgo, sorsero sontuosi palazzi che suscitarono l’ammirazione di illustri viaggiatori, in particolare la Villa Imperiale Scassi, detta “la Bellezza” per il fasto della sua struttura architettonica e dei suoi interni e per lo scenografico parco che risaliva fin quasi al culmine del colle di Promontorio, la Villa Grimaldi, detta “la Fortezza” a motivo della sua massiccia e severa struttura, con pochi decori esterni, e di aspetto monumentale e la Villa Lercari Sauli, detta “la Semplicità” per la linearità delle sue forme che con semplici arcate e colonnine conferivano all’edificio una perfetta armonia.

Il magnifico palazzo della villa detta La Bellezza, un tempo circondata da uno scenografico giardino che risaliva fin dove oggi si trova il grande ospedale sampierdarenese detto appunto di Villa Scassi.

Queste antiche dimore nobiliari formano il gruppo delle ville cinquecentesche noto come “triade alessiana” perché costruite secondo i dettami architettonici dal celebre architetto perugino, traendo spunto dalla magnifica Villa Giustiniani Cambiaso di Albaro concepita e disegnata proprio da Galeazzo Alessi. Era successo che del XVI secolo, con il consolidarsi della ricchezza in città, gli appartenenti alle famiglie dell’oligarchia che governava la repubblica, iniziarono a far costruire grandi palazzi di villeggiatura nei dintorni di Genova, chiamando a progettarli i migliori architetti dell’epoca. Addirittura l’Alessi concepì e introdusse a Genova un modello architettonico innovativo: il cosiddetto cubo alessiano. Si trattava di un edificio compatto, a base quadrata e senza corte interna ma con un ampio salone al centro del piano nobile, la copertura piramidale e alte logge aperte nel prospetto principale o nella facciata posteriore, che determinavano un nuovo rapporto con lo spazio esterno. Il cubo diveniva elemento dominante nel paesaggio genovese, sorgendo principalmente sulla collina di Albaro e a Sampierdarena, località prossime alla città, ma anche nei centri rivieraschi più vicini, a levante da Quarto a Nervi e a ponente da Cornigliano a Voltri e nelle valli del Polcevera e del Bisagno che erano i siti di villeggiatura preferiti dai genovesi più abbienti, che qui avevano casa e che d’estate erano usi appunto a recarsi in villa per trascorrere la stagione calda. Inizialmente legate a fondi agricoli, nel tempo molte di esse sono state trasformate in vere e proprie dimore nobiliari di altissimo pregio, arricchite da preziose opere d’arte e da parchi e giardini curatissimi.

Sampierdarena non ha ancora il suo porto ma è già densa di ciminiere e si sta trasformando in una grande città industriale, tuttavia punteggiata da decine di antiche ville patrizie.

Con la fine dell’indipendenza di Genova che di fatto passava sotto il controllo della Francia, in una città assediata e affamata dagli austriaci e bombardata dagli inglesi e poi ripresa dai francesi, Sampierdarena perdeva molto del suo prestigio. Infatti, durante l’occupazione napoleonica, molte ville a ponente di Genova vennero trasformate in depositi, ospedali o presidi militari, subendo un inevitabile degrado. Con la caduta dell’imperatore corso, e il successivo Congresso di Vienna, Genova riconquistò un’effimera indipendenza, durata meno di un anno, prima dell’annessione della Liguria intera al Regno di Sardegna governato dai Savoia che a quel punto però su Genova investiranno molto. Nel 1853 infatti per volontà del governo sabaudo, che ne finanziò interamente la costruzione, veniva realizzata la ferrovia Torino-Genova, per collegare la capitale del Regno al “suo” porto, attraverso la realizzazione di un’opera che costituì un avvenimento di importanza eccezionale ed ebbe risonanza anche al di fuori dei confini italiani. Per attraversare l’appenino fu infatti costruita la Galleria dei Giovi, un traforo di 3 254 metri all’epoca il più lungo d’Italia. Sampierdarena sarebbe stata attraversata da un lungo viadotto ad archi lungo l’intero abitato da Ponente a levante, in una posizione intermedia tra i due assi viari, interessando l’area già occupata dai giardini delle ville patrizie. Pochi anni dopo, parallelamente alla ferrovia veniva realizzato un nuovo asse stradale (l’odierna via Giacomo Buranello), che divenne il nuovo centro commerciale del borgo, determinando lo spostamento a monte del centro urbano.

La strada ferrata Torino-Genova attraversa Sampierdarena da ponente a levante e la taglia in due, modificandone in maniera irreversibile il tessuto.

L’apertura di nuove strade e della linea ferroviaria sia passeggeri che merci ponevano le premesse per il definitivo sviluppo industriale della zona e il previsto incremento dei traffici portuali giustificava un progetto di straordinario ampliamento del porto commerciale, che sarà presentato la prima volta nel 1874, quando Sampierdarena contava già numerose aziende manifatturiere tessili, corderie, oleifici, saponifici e zuccherifici, ma arrivarono e si erano insediate le prime industrie legate alla lavorazione del ferro. La prima era stata la fonderia dei fratelli Joseph-Marie e Jean Balleydier insediatasi nel 1832 alla Coscia, lì dove era più comodo l’approvvigionamento delle materie prime, che all’epoca provenivano quasi esclusivamente via mare dall’isola d’Elba. Pochi anni dopo, nel 1846 era stata la volta della grande fabbrica meccanica Taylor e Prandi per la costruzione di locomotive e materiale rotabile, insediata nella zona – un tempo conosciuta come i prati dell’Amore – della Fiumara. Il governo sabaudo nel 1853 ne favorirà lo sviluppo incoraggiando una cordata di imprenditori genovesi, formata da Carlo Bombrini, Raffaele Rubattino, Giacomo Filippo Penco e dal giovane ingegnere Giovanni Ansaldo, che ne assunse la direzione legandovi il suo nome, a rilevarla. Nascerà così la Gio. Ansaldo & C., che acquisirà in breve tempo una posizione preminente nel panorama dell’industria metalmeccanica nazionale rendendo Genova una delle capitali industriali d’Italia.

La potente motrice esposta oggi dove un tempo si produssero le prime 8 locomotive – tra esse c’era la famosa Sampierdarena – per la prima volta realizzate interamente in Italia dell’Ansaldo.

Proprio nella grande fabbrica dell’Ansaldo alla Fiumara venne costruita dall’Ansaldo la prima locomotiva interamente prodotta e assemblata in Italia: la FS 113, chiamata proprio Sampierdarena. Sul piano sociale, a causa della presenza e dello sviluppo incessante delle grandi industrie, la popolazione registrò un incremento vertiginoso, a Sampierdarena arrivarono maestranze specializzate da tutta Italia, mentre sopravvivevano attività tradizionali, come quelle legate alla pesca e alla ristorazione, accanto agli operai salariati. Senza praticamente soluzione di continuità, oltre la zona del Campasso, dove c’erano mulini e alcune industrie tessili, anche la zona di Campi divenne un grande polo industriale. In quegli anni, e in particolare nel 1897, l’imprenditore piemontese Ferdinando Maria Perrone acquistava Il Secolo XIX, il prestigioso quotidiano fondato nel 1886 a Genova. Con tale acquisizione, Perrone intendeva sostenere una politica protezionistica in favore dell’allora giovane industria italiana, scegliendo Luigi Arnaldo Vassallo come direttore. Si trattava di uno dei più autorevoli e importanti giornalisti dell’epoca, con lui il giornale raggiunse le 45 160 copie giornaliere e fu il primo in Italia ad uscire con una foliazione di sei pagine, anziché le tradizionali quattro. Perrone acquisirà così da editore ulteriori conoscenze e competenze, sviluppando le sue notevoli capacità relazionali che gli servirà per arrivare all’inizio del Novecento al vertice dell’Ansaldo.

Al campo della Fornace, che corrispondeva a un vasto spiazzo nella zona di via Rota, andavano ad esercitarsi i militi della Croce d’Oro ed i primi calciatori della Sampierdarenese.

Orti e frutteti che caratterizzavano il tipico paesaggio agrario genovese erano oramai scomparsi per far posto a capannoni, magazzini e ciminiere. La politica della cosiddetta Sinistra storica di Urbano Rattazzi, Agostino Depretis, Francesco Crispi e Giovanni Giolitti che vedeva proprio nella crescita industriale, sostenuta dallo Stato, le premesse per fare dell’Italia una solida potenza economica a Genova si estrinsecò in particolare nel ponente cittadino. A Campi, tra Sampierdarena e Cornigliano, l’Ansaldo nel 1897 acquisirà un’officina siderurgica, della Società Italiana Delta, e successivamente a partire dal 1902 al 1912 prima Ferdinando Maria Perrone divenuto nel frattempo proprietario dell’Ansaldo e poi i suoi figli amplieranno l’impianto con nuove attrezzature, capannoni e magazzini allargandosi a macchia d’olio su tutto il territorio della bassa Val Polcevera, con il disegno di poter controllare tutti i processi produttivi legati alle trasformazioni del materiale ferroso: dallo scavo del carbone, che avveniva nelle miniere e nello stabilimento di Cogne, alla realizzazione dell’acciaio per la produzione dei prodotti finiti. In essi l’Ansaldo produrrà, nel tempo, dalle locomotive alle automobili, dalle macchine fotografiche alle turbine a vapore, dai proiettili di artiglieria alle strutture necessarie alla realizzazione delle grandi navi da guerra e passeggeri fini a quando non sarà travolta dalla crisi post bellica. Il destino di quella parte di città oramai era nell’acciaio, infatti nel 1934 nascerà con il nome di Società Italiana Acciaierie di Cornigliano (SIAC) un polo industriale con l’obiettivo di raggruppare e razionalizzare tramite l’IRI le attività siderurgiche dell’Ansaldo avviate sin dal 1898 e incentrate negli stabilimenti di Campi.

La Sampierdarenese all’epoca della sua fondazione vestiva una maglia bianca cerchiata da una grande fascia nera, erano i colori della Società Ginnastica Comunale in seno alla quale i primi appassionati iniziarono la pratica del football.

Il processo di industrializzazione del territorio provoca non solo ma soprattutto a Sampierdarena il rapido incremento della popolazione, già al censimento del 1861 infatti San Pier d’Arena risultava il comune più popoloso dell’area genovese (escluso il capoluogo) con 14 339 abitanti, che risulteranno in costante aumento alle rilevazioni successive: la popolazione conterà 34 084 residenti nel 1901 e 51 977 nel 1921, alla vigilia dell’annessione a Genova e in un tessuto sempre più congestionato. Il flusso migratorio proveniente in particolare dal Meridione, la formazione di un piccolo ceto imprenditoriale legato all’indotto delle grandi industrie e, per la prima volta, l’impiego massivo di manodopera femminile sempre più emancipata, determinarono un forte antagonismo sociale originando le società mutualistiche a difesa dei diritti dei lavoratori: la più antica di queste sarà la Società Operaia di Mutuo Soccorso (SOMS) Universale Giuseppe Mazzini fondata nel 1851, mentre nel 1872 Giovanni Bosco istituirà a Sampierdarena un Oratorio salesiano, ancora oggi noto come Istituto Don Bosco, fra i più articolati e importanti d’Italia. Nel pieno dell’espansione industriale poi un gruppo di cittadini fonderà il 29 luglio 1898 la Pubblica Assistenza (PA) Croce d’Oro, per assicurare il primo soccorso e il trasporto agli ospedali dei malati e delle vittime dei numerosi infortuni sul lavoro, un’associazione benemerita di volontariato, attiva ancora oggi nel primo soccorso e più in generale nel volontariato socio-sanitario. Era nata invece pochi anni prima, il 6 giugno 1891, la Società Ginnastica Comunale Sampierdarenese, fondata su ispirazione di alcuni appassionati della SOMS Universale e di un’associazione ginnica tra numerosi studenti. Il sodalizio si aprirà presto a molte altre discipline raggiungendo livelli di assoluto prestigio, inviando i suoi atleti addirittura alle Olimpiadi. Naturalmente si arriverà anche alla pratica del calcio, dedicandogli una apposita sezione, costituita il 19 marzo 1899 fra l’entusiasmo generale di tutta Sampierdarena.

La Sampierdarenese ha sempre generato enorme entusiasmo popolare, anche in quei molti anni in cui non ha partecipato a nessuna competizione ufficiale.

Gli appassionati sampierdarenesi di football tireranno i primi calci al pallone al campo delle Fornaci ove, nella zona dell’odierna via Rota, c’era una grande fornace di mattoni e nell’ampio spiazzo andavano ad esercitarsi i primi giocatori della neocostituita Sampierdarenese e poi, qualche anno dopo, i militi della Croce d’Oro. Il Genoa, prima di trasferirsi nel 1897 al campo sportivo di Ponte Carrega, disputava proprio lì vicino i suoi primi incontri nella cosiddetta Piazza d’armi del Campasso. Era un vasto prato incolto di proprietà di due industriali scozzesi, che lo avevano concesso al Genoa e così permisero in futuro alla Sampierdarenese di utilizzarlo, tale John Wilson e tale Alexander Maclaren, e si estendeva dall’argine del torrente Polcevera al Belvedere. Il nome della zona – il Campaccio – aveva una connotazione dispregiativa e descriveva una zona allora poco abitata dove, anche quando ne erano sorte ovunque non venne mai costruita alcuna villa nobiliare, a motivo di un ambiente ritenuto insalubre e acquitrinoso percorso dai ruscelli che discendevano dalla collina di Belvedere e sferzato del vento che lì soffia irruento in tutte le sue direzioni: la tramontana, il grecale, il maestrale, il libeccio e lo scirocco. La Piazza d’armi sarebbe stata poi completamente coperta, quindi tagliata verticalmente dalla ferrovia, occupata dal parco ferroviario e da altre fabbriche, ed infine da case (per ultime, quelle dei ferrovieri). Intanto nel 1900 la Sampierdarenese disputerà le eliminatorie per partecipare al suo primo campionato nazionale, ma sulla sua strada troverà niente meno che il Genoa, detentore del titolo, che le infliggerà una lezione molto severa: la partita terminerà con la vittoria per 7-0 dei genoani, e la Sampierdarenese da allora non risulta aver disputato alcun campionato fra il 1901 e il 1915, anno di inizio della Grande Guerra, mentre la sezione calcio della polisportiva di era comunque organizzata nel 1911 un club autonomo.

L’antico Campaccio sull’argine del Polcevera, dall’altra parte del quartiere industriale di Campi, passeggio diventato familiare anche oltre Genova dopo la demolizione del Morandi e la costruzione del nuovo ponte.

Era da poco terminata la prima guerra mondiale quando a causa di una crisi finanziaria l’Associazione del Calcio Ligure – vivace realtà valpolceverina in cui erano confluite l’Enotria di Bolzaneto e l’Itala di Rivaloro Ligure – rinunciava a continuare la propria attività sportiva e confluiva nella Sampierdarena conferendole in dote diversi giocatori, fra loro il futuro capitano Ercole Carzino, i suoi colori sociali, in onore ai quali la Sampierdarenese ritenne doveroso aggiungere la banda rossa ligure sulle divise da gioco, fino a quel momento bianconerocerchiate, e soprattutto il titolo sportivo che permetterà al club di Sampierdarena l’iscrizione alla Prima Categoria. Si può perciò affermare che il rosso, dei quattro colori tradizionali dell’odierna Sampdoria, sia derivato non direttamente dalla Sampierdarenese, ma dall’antico club Ligure e ancor prima dall’Enotria di Bolzaneto e dall’Itala di Rivarolo. La Sampierdarenese nel 1919 si trasferirà nello Stadio di Villa Scassi, un impianto sportivo ricavato nel parco a monte della cinquecentesca villa Imperiale Scassi, detta La Bellezza. La struttura poteva ospitare sulle tribune in legno 5 000 spettatori stipati come in una scatola: proprio a scàtoa de pìloe diventerà il soprannome con cui i sampierdarenesi inizieranno a chiamare affettuosamente il loro fortino, teatro di un primo periodo di grandi soddisfazioni per la Sampierdarenese. Inaugurato con un derby vinto 4-1 contro l’Andrea Doria, in quegli anni allo Stadio di Villa Scassi scenderanno squadre importanti e per nessuna sarà mai semplice, cadrà una volta anche la Juventus, mentre verranno sconfitte in più di un’occasione tutte le squadre più accreditate dell’epoca: i grigi dell’Alessandria, i nerostellati del Casale, il Genoa, l’Inter, il Milan, la Pro Vercelli e il Torino, con la Sampierdarenese protagonista di alcune apparizioni nella massima serie nazionale, con l’exploit del 1922 quando addirittura dopo aver eliminato la SPAL di Ferrara in semifinale, raggiungerà la finale del campionato di Prima Categoria organizzato dalla FIGC, pareggiando a Sampierdarena e a Novi Ligure, perdendo poi lo spareggio sul campo neutro di Cremona contro la Novese, che si laureerà Campione d’Italia.

La Sampierdarenese nella primavera del 1922 a un passo dalla vittoria del massimo campionato nazionale, che invece dopo la bella di Cremona andrà per un soffio alla Novese.

Simbolo di quell’indomita Sampierdarenese era propio il suo capitano Ercole Carzino, un figlio del suo tempo, nato proprio a Sampierdarena dove la sua famiglia si era trasferita dal Monferrato in cerca di lavoro. Il padre era un socio della SOMS Universale, e avvierà tutti i figli verso la pratica del calcio. Ercole era un mancino, giocatore combattivo, addirittura rude quanto di inesauribile energia, che giocò principalmente come mediano, in grado di galvanizzare i compagni di squadra e particolarmente abile nel gioco di testa, tanto da venir soprannominato testa di bronzo. Carzino vestì anche la maglia azzurra, giocando la sua unica partita ufficiale in Nazionale il 6 novembre 1921 contro la Svizzera. Quella Sampierdarenese bene allenata dall’austriaco Karl Rumbold si fece conoscere e apprezzare, ospiterà allo stadio di Villa Scassi il TSV München 1860, l’Olimpique Marsiglia, il Borussia Dortmund che in tournée per l’Italia vollero affrontarla, mentre l’anno successivo – prima fra le squadre italiane – sarà invitata al prestigioso Torneo Internazionale di San Sebastián, famosa in località basca, gemellata con Biarritz, di villeggiatura internazionale, dove si farà onore affrontando e vincendo la semifinale contro gli indiscussi campioni belgi dell’epoca, il Royale Union Saint-Gilloise, perdendo in finale solo coi padroni di casa della Real Sociedad di San Sebastián. La Sampierdarenese si toglierà anche la soddisfazione di alzare al cielo la Coppa Cesare Alberti, un torneo calcistico a cui prendevano parte le squadre di Genova, vinto sconfiggendo proprio il Genoa che la coppa l’aveva messa in palio. Poco dopo sarebbe intervenuto lo scioglimento disposto dalle autorità sportive fasciste per dare vita a La Dominante, abbandonando il campo di casa che verrà demolito nel 1928 per fare spazio all’apertura dell’attuale via Antonio Cantore.

I capitani di Genoa e Sampierdarenese, il grande Renzo De Vecchi, inarrivabile difensore soprannominato il Figlio di Dio per l’immensa classe e Ercole Carzino, giocatore inesauribile, coraggioso e dotato di un gran colpo di testa, capace perfino di arrivare in Nazionale.

E infatti, dopo la poco felice parentesi della Dominante e del FBC Liguria, la Sampierdarenese, continuerà a giocare allo Stadio del Littorio di Cornigliano, un impianto all’inglese dedicato esclusivamente al gioco del calcio, che poteva contenere fino a 15 000 spettatori (e nei caldi mesi estivi, trovandosi in riva al mare, era sede di spettacoli operistici). Il club manterrà tuttavia la storica casacca biancocerchiata di rossonero e sarà protagonista di una scalata avvincente, partita dalla terza serie nella stagione 1931-1932, quando sotto la guida del grandissimo allenatore austriaco Hermann Felsner, già due volte campione d’Italia con lo straordinario Bologna che tremare il mondo fa, otterrà l’immediata promozione in Serie B. Nella stagione 1933-1934 arriverà poi la storica promozione in Serie A, dopo un campionato estenuante giocato a 26 squadre, fino all’ultimo atto di uno spareggio contro il Bari, giocato sul campo neutro di Bologna che la Sampierdarenese affronterà in tenuta verde: una muta di maglie donata dal presidente del Bologna Renato Dall’Ara, visto che entrambe le squadre si erano presentate in divisa bianca. Dopo altri tre campionati nella massima serie, tuttavia, il regime fascista impose al club di assorbire Rivarolese e Corniglianese, nonché assumere la denominazione Associazione Calcistica Liguria, comprendendo Corniglianese e Rivarolese, allo scopo si disse allora di permettere all’Ansaldo di sostenere un sodalizio non più espressione di un solo quartiere, sia pure importante, ma dell’intera città pur consentendo di mantenere i colori della Sampierdarenese, a rimarcare la continuità fra i due sodalizi.

Allo Stadio di Villa Scassi la Sampierdarenese ospitò nel 1922 il Borussia Dortmund che in tournée in Italia volle affrontare la squadra in quel momento vicecampione d’Italia.

Quella squadra era stata affidata al piemontese Adolfo Baloncieri, campione d’Italia dieci anni prima in campo col Torino del trio delle meraviglie, e considerato unanimemente tra i più grandi calciatori d’ogni epoca, al pari di Giuseppe Meazza e Valentino Mazzola. Approdato al Liguria nel 1937, ottenne importanti risultati nella stagione 1938/39 quando la squadra fu artefice di un campionato al vertice e duellò per il titolo col Bologna prima di declinare nel girone di ritorno, chiudendo il campionato al sesto posto, un piazzamento al di là di ogni previsione iniziale, che lo rese il tecnico del momento, portandolo a Napoli in polemica con la dirigenza del club ligure a causa di un dissidio legato alla cessione di un giocatore. Tornò dunque dopo due stagioni al Liguria che nel frattempo era retrocessa, in tempo per vincere il campionato di Serie B, dopo un inizio stentato, con un fenomenale girone di ritorno e risalire così in massima serie, e l’anno dopo una tranquilla salvezza in Serie A con un onorevole 11º posto. Il teatro di quelle gesta sportive sarà danneggiato dagli eventi bellici in arrivo, così lo Stadio del Littorio sarà parzialmente recuperato ed utilizzato come campo di allenamento dalla Sampdoria nei primi anni di attività, e intitolato nel 1950 al portiere del Grande Torino, il ligure Valerio Bacigalupo, per essere poi definitivamente demolito nel 1958 sul sito che tristemente poi ospiterà la rimessa degli autobus dell’azienda di trasporto pubblico genovese.

La sede della Sampdoria sarà, subito dopo la fondazione e fino al 2002, nella centrale e prestigiosa via XX settembre, al numero civico 33, accanto all’Hotel Bristol, storico indirizzo molto familiare per i genovesi.

Ma torniamo all’estate del 1946. Il nome della nuova formazione si faceva attendere e stilata la lista delle 20 partecipanti al nuovo campionato a girone unico, la FIGC che doveva preparare il calendario inserì la nuova formazione con la sigla provvisoria “Samp” non avendo ricevuto indicazioni diverse tanto che lo stesso statuto del club in copertina e all’articolo 1 si riferirà prudentemente al neocostituito club come Unione Calcio Sampierdarenese-Doria “Sampdoria”, intanto dopo lo scorporo della sezione calcio a seguito della fusione del 12 agosto 1946, la Società Ginnastica Andrea Doria ha proseguito la sua attività di polisportiva mentre un gruppo di ex soci della Sampierdarenese decise di istituire nel giugno dello stesso anno l’Unione Sportiva Dilettantistica Sampierdarenese 1946, una società che da quel momento in avanti mantiene in vita il ricordo del club biancorossonero, senza però rivendicare alcuna continuità storica con esso. Anche la divisa del neonato sodalizio rispecchiò entrambi i rami fondatori, che ne crearono una davvero originale. La casacca della Sampierdarenese, bianca con fascia rossonera – anche se il rosso era in realtà l’eredità del precedente assorbimento, quello dell’Associazione del Calcio Ligure, avvenuto nel 1919, andò a miscelarsi con l’uniforme dell’Andrea Doria, ripartita verticalmente a metà tra bianco e blu. Il risultato finale fu una maglia di un blu intenso attraversata da una particolare fascia colorata, in cui le tinte andavano a combinarsi, nell’ordine, in blu-bianco-rosso-nero-bianco-blu; al centro della citata fascia colorata campeggiava lo scudo di San Giorgio, già sul petto dell’Andrea Doria, segno di appartenenza cittadina trattandosi della bandiera genovese.

La genesi della maglia della Sampdoria. (*)

Poiché le maglie risultavano a sfondo blu marchiate dal caratteristico anello di fasce disposte in orizzontale, rosso e nero, molto in alto sul petto e listato di bianco, i giocatori sampdoriani sono da sempre chiamati con l’appellativo di blucerchiati. Questa fascia, inizialmente era fissa all’altezza del cuore, ma a partire dai primi anni 1980 ha ciclicamente variato la sua posizione, più in alto o più in basso, per far posto ai marchi degli sponsor. I pantaloncini da gioco della Sampdoria sono generalmente bianchi o più raramente blu, mentre i calzettoni, per anni composti da iconiche righe orizzontali biancoblu sono col tempo diventati prima più spesso blu con risvolti bianchi, poi monocromatici blu o bianchi o intonati alla divisa come i pantaloncini. Un’altra caratteristica singolare era rappresentata dai numeri sulla schiena che erano sovrapposti alle fasce colorate, mentre spesso un colletto a polo con scollo chiuso da bottoni, altrimenti detto all’inglese, dava alle divise una rifinitura spesso rimpianta dai tifosi sampdoriani. Tra i principali simboli sampdoriani c’è poi un’altra peculiarità: il Baciccia, il marinaio che appare nel logo della Sampdoria. Ma chi è davvero questo signore che vediamo raffigurato con una pipa in bocca e la barba folta?

Roberto Mancini e Gianluca Vialli sfoggiano tutte le caratteristiche peculiari di questa singolare maglia blucerchiata, lo scudo della città di Genova sul petto, il logo del Baciccia sul braccio e i numeri sopra l’anello colorato della casacca sampdoriana.

Baciccia è il diminutivo, forse originato dalla pronuncia infantile di Battista, di un nome molto diffuso a Genova, nelle sue diverse varianti: Giovanni Battista, Giovan Battista o Giambattista o anche nella parlata locale Gio Batta. Essendo Genova la città portuale per eccellenza, in termini grafici il Baciccia è stato raffigurato in una silhouette di colore nero con il profilo tipico del marinaio, stilizzato con barba, un caratteristico berretto in testa, la pipa e i capelli spettinati dal vento. Lo si vede all’interno del logo societario che con l’inizio della stagione 1980/81 viene introdotto per la prima volta sopra le maglie blucerchiate, inizialmente sul lato sinistro del petto. Poi, nel corso degli anni, il suo posizionamento è cambiato varie volte, arrivando anche ad essere posizionato sul braccio. Nel capoluogo ligure il diminutivo ha un significato identico di balilla cioè il nomignolo del patriota genovese Giovan Battista Perasso che nel 1746 con il suo “Che l’inse?” dette il via alla rivolta popolare contro le truppe occupanti dell’Impero asburgico, e pure nelle cronache dello scrittore inglese Charles Dickens Pictures from Italy il Baciccia è identificato e citato: “In consequence of this connection of Saint John with the city, great numbers of the common people are christened Giovanni Baptista, which latter name is pronounced in the Genoese patois Batcheetcha like a sneeze. To hear everybody calling everybody else Batcheetcha, on a Sunday, or festa-day, when there are crowds in the streets, is not a little singular and amusing to a stranger”.

Il Campionissimo Fausto Coppi, genovese d’adozione, simpatizzava per la Sampdoria di cui gli piaceva anche indossare i colori da “ciclisti”, che detto così non può che essere un complimento.

Quattro colori: il blu, il bianco, il rosso e il nero. Ripetuti in sequenza, per creare un’alchimia ipnotica e magica. La maglia della Sampdoria, lo hanno sancito giurie e riviste più o meno accreditate è ritenuta fra le più bella in assoluto, certamente aggiungendole uno stemma inconfondibile possiamo definirla originale. Oltre al soprannome dei suoi giocatori, quello di blucerchiati, proprio in virtù della caratteristica fascia colorata che attraversa orizzontalmente la maglia blu, sono caratteristici altri due storici appellativi, quelli de la Samp e il Doria, nati – uno declinato al femminile e l’altro al maschile – come contrazione della denominazione sociale, ma sono anche evocativi della due radici del club: quella della Sampierdarenese e l’altra dell’Andrea Doria. Meno conosciuto è l’appellattivo più in voga soprattutto nel secondo dopoguerra, agli albori del club e usato soprattutto dalle tifoserie rivali, soprattutto quella del Genoa che lo utilizza tuttora per denigrare i rivali cittadini definendoli “Ciclisti”, perché rimanda alla somiglianza tra la casacca sampdoriana con quelle usate nel mondo del ciclismo, anch’esse in gran parte disegnate con una fascia sul petto. Per sdrammatizzare, occorrerebbe aggiungere che Fausto Coppi, piemontese di nascita e tifoso del Grande Torino, ma genovese d’adozione, per aver vissuto a Sestri Ponente, aveva una spiccata simpatia calcistica proprio per la Sampdoria, lasciandosi immortalare spesso con la maglia blucerchiata, che tutto considerato forse gli ricordava quella iridata di campione del mondo, che rappresenta il Campionissimo meglio di qualsiasi altra.

Le immagini digitali e/o fotografiche utilizzate sono estratte in rete e principalmente dalle pagine https://it.m.wikipedia.org/ dove si legge la dichiarazione che le fotografie sono nel pubblico dominio poiché il loro copyright è scaduto o altrimenti possano essere riprodotte in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, in ragione delle mere finalità illustrative e per fini non commerciali, non costituendo concorrenza all’ipotetica utilizzazione economica dell’opera. Quanto a (*) si riproduce un’immagine raccolta in rete realizzata da Graziano Cutrona esclusivamente per mere finalità illustrative e per fini non commerciali, non costituendo concorrenza all’ipotetica utilizzazione economica dell’opera.

Categorie
Calcio Cinema Cultura Sport Storia

La paura fa Settanta. Gli anni di piombo dilaniano l’Italia. Fra stragismo e terrorismo in Serie A arriva la moviola… (I^ parte)

Gli anni Ottanta sono stati un’epoca abitualmente considerata superficiale. In quel decennio si era infatti consolidato uno stile di vita frivolo, teso al raggiungimento della felicità individuale e dell’affermazione personale, lontano dal coinvolgimento ideologico e dall’impegno politico. L’esatto opposto del decennio precedente. Gli anni Settanta sono ricordati come un periodo denso di fermenti, mutazioni sociali e rivoluzioni private e, sebbene attraversato dalla degenerazione dell’ideologia e dal terrorismo, prolifico di incontri e pensieri desiderosi di cambiare il destino di un’intera generazione. Sullo sfondo della profonda trasformazione strutturale della società occidentale, avviata verso uno scenario post-industriale, dominato dalla potenza impalpabile dell’elettronica, i più giovani tra gli studenti e i lavoratori avevano il sogno di migliorare la società, nel senso di una maggiore giustizia. In Italia in particolare il passaggio dai Settanta agli Ottanta comportò una vera e propria cesura, un cambiamento radicale al quale ci si riferisce definendolo riflusso per comprenderne la brutalità del quale occorre fare un passo indietro, ai Sessanta. Quelli furono gli anni del miracolo economico, quando si propose per la prima volta, dal punto di vista politico, il superamento del centrismo, attraverso l’allora inedita alleanza tra il partito della Democrazia cristiana (Dc) e il Partito socialista (Psi). La novità, a quel tempo rivoluzionaria e dalla portata storica, fu permessa dalla somma di una serie di fattori esterni. Intanto era mutato il quadro internazionale, e in quel momento se non una distensione nei rapporti tra l’Occidente e il blocco sovietico c’era un dialogo. Infatti dopo le lunghe lotte per il potere seguite alla morte di Iosif Stalin, Nikita Chruščëv divenne il capo dell’Unione Sovietica e fu il primo segretario del Partito comunista dell’URSS a denunciare pubblicamente i crimini staliniani, dando avvio alla cosiddetta destalinizzazione, e il primo leader sovietico a visitare gli Stati Uniti, con cui intese stabilire dal 1958 un rapporto di pacifica, sebbene competitiva, coesistenza. In quello stesso anno al soglio pontificio era salito Giovanni XXIII, il papa buono, che aveva ammorbidito la posizione della Chiesa e quindi dei cattolici impegnati nella politica nostrana, nei confronti dei socialisti, i quali a loro volta erano andati acquisendo sempre più autonomia allontanandosi dal Partito comunista italiano (Pci), condannandolo quindi irrimediabilmente all’opposizione parlamentare. Intanto anche negli Stati Uniti gli americani avevano scelto di voltare pagina: nel 1961 era stato eletto presidente John Fitzgerald Kennedy, brillante e cattolico, il giovane leader chiese alle nazioni del mondo di unirsi nella lotta contro i comuni nemici dell’umanità, la tirannia, la povertà, le malattie e la guerra.

Il premier democristiano Aldo Moro presenta al parlamento italiano il primo governo di centro-sinistra della storia repubblicana.1

Fu quindi con il primo governo del democristiano Aldo Moro che si realizzò nel 1963 in Italia un esecutivo di centro-sinistra generando nell’opinione pubblica, a torto o a ragione, l’auspicio di una stagione nuova di grandi riforme in grado di accompagnare i progressi realizzati in campo economico negli anni del boom. Non sarà così, purtroppo. Infatti, mentre l’Inter, la Grande Inter presieduta dal petroliere milanese Angelo Moratti, guidata in panchina dall’allenatore argentino Helenio Herrera, detto il Mago, si affermava in Italia e in Europa come una delle migliori squadre di sempre, laureandosi fra il 1963 e il 1966 per tre volte campione d’Italia e per due consecutive campione d’Europa, vincendo la Coppa dei Campioni, contro gli spagnoli del Real Madrid e i portoghesi del Benfica, e campione del Mondo, vincendo la Coppa Intercontinentale, per due volte contro gli argentini dell’Independiente de Avellaneda, il governo del Belpaese stentava, offrendo risultati modesti o almeno percepiti come tali. Furono create grandi aziende pubbliche, ma queste risultarono poco produttive, molte delle riforme annunciate non furono realizzate o furono realizzate ma delusero le aspettative di quella parte dell’opinione pubblica che le reclamava a gran voce. Così fu ad esempio per la tanto attesa riforma della scuola, e proprio lì ebbe inizio e si radicò negli anni successivi il cosìddetto Sessantotto: la protesta dei giovani contro una società percepita come classista, profondamente ingiusta e reazionaria, sia nella mentalità che nel costume. Gli studenti sommarono le loro mobilitazioni a quelle operaie, che peraltro ottennero migliori condizioni salariali e lavorative, quale anticipazione di quanto sarebbe avvenuto nel 1970 con l’introduzione dello Statuto dei lavoratori che riconosceva il diritto di assemblea, di organizzazione sindacale e di difesa in caso di ingiusto licenziamento, mentre le contestazioni sessantottine ottenevano la liberalizzazione dell’accesso all’università per tutti i diplomati, eliminando nel 1969 la così detta riforma Gentile che subordinava quale condizione imprescindibile per iscriversi agli studi superiori il possesso della maturità classica.

La leggendaria Grande Inter, indiscutibilmente la squadra più forte del mondo a metà degli anni Sessanta.2

L’espressione anni di piombo richiama efficacemente l’atmosfera plumbea che avvolgeva le città italiane nella seconda metà degli anni Settanta. Diventerà familiare, purtroppo, e tuttavia non è autoctona, derivando invece dalla traduzione dell’omonimo film, premiato a Venezia nel 1981 con il prestigioso Leone d’oro: Die bleierne Zeit (letteralmente, appunto, “Gli anni di piombo”), pellicola della regista e sceneggiatrice tedesca Margharete Von Trotta, ispirata alla vicenda storica delle sorelle Christiane e Gudrun Ensslin. Gudrun, in particolare, fu una terrorista tedesca, cofondatrice insieme ad Andreas Baader, Horst Mahler e Ulrike Meinhof del gruppo armato di estrema sinistra Rote Armee Fraktion (RAF), responsabile di numerose operazioni terroristiche condotte nella Germania occidentale. In particolare, nel 1977 si arrivò ad una vera e propria crisi nazionale conosciuta con il nome Deutscher Herbst (“Autunno tedesco”, appunto), espressione mutuata anche in questo caso da una pellicola cinematografica: Deutschland im Herbst (“Germania in autunno”). Un film collettivo prodotto nel 1978 per iniziativa di una cooperativa di autori tedeschi, che intendevano così esprimere la loro preoccupazione per le restrizioni degli spazi di libertà e di confronto culturale, conseguenti all’emergenza terrorismo, con la pretesa di definire l’atmosfera politica di allora. La RAF, conosciuta dal pubblico semplicemente come la banda Baader-Meinhof, uccise comunque 33 persone, principalmente tra figure di spicco in campo politico ed economico. Un’azione in particolare fece scalpore: il sequestro, dopo un sanguinoso agguato terminato con la morte dei quattro uomini della sua scorta, di Hanns-Martin Schleyer, un alto ufficiale delle Schutzstaffel (SS) ai tempi nazismo, riciclatosi nel dopoguerra come autorevole esponente del Christlich Demokratische Union Deutschlands (CDU), il partito politico di orientamento democratico-cristiano e conservatore che attualmente esprime la leadership di Angela Merkel. Schleyer all’epoca del sequestro era l’onnipotente presidente della Bundesverband der Deutschen Industrie (BDI), la confederazione che raggruppa tutte le federazioni di settore dell’industria tedesca, omologa della Confindustria italiana. Trascorsi quarantatré giorni di prigionia fu ucciso e fatto trovare cadavere il 18 ottobre 1977 in Francia, nel bagagliaio di un’auto, poco oltre il confine tedesco, fu il tragico epilogo di un’azione che ha molto in comune con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, che sarebbe avvenuta solo pochi mesi più tardi in Italia. Anche se più conosciuta, e quasi leggendaria nell’immaginario collettivo per le sue azioni di guerriglia urbana, la RAF condusse meno attacchi terroristici rispetto alle Revolutionäre Zellen (RZ), una formazione ben più attiva e spietata, responsabile di 296 attentati fra il 1973 e il 1995.

Una scena ritratta nel manifesto promozionale del film tedesco Die bleierne Zeit di Margharete Von Trotta.3

In quegli anni Settanta, per somma di risultati, continuità di rendimento e spettacolarità, il Borussia Mönchengladbach è stato forse la squadra di calcio più ammirata nell’arco del decennio, anche più del Bayern di Monaco di Baviera, per tre stagioni vincitore della Coppa dei Campioni. All’epoca queste due formidabili squadre tedesche imperversavano in patria e in Europa, e solo dopo di loro arriveranno il Liverpool di Bob Paisley e il Nottingham Forest di Brian Clough, che vinceranno nei successivi cinque anni la Coppa dei Campioni, tre volte i primi, due volte i secondi. Bisogna fare una premessa peraltro, per spiegare l’ammirazione manifestata verso il sodalizio renano. Infatti anche se anche il Bayern all’epoca sorprese era pur sempre il club espressione di una grande realtà economica e sociale prima che sportiva: niente meno che Monaco di Baviera. Diversamente prima che i Fohlen-Elf (“I puledri”) arrivassero al successo, la gente non sapeva neppure dove fosse la città di Mönchengladbach, tanto che molti all’estero pensavano che il luogo fosse Borussia! Eppure quella squadra di giovani fuoriclasse che annoverava tra gli altri campioni del calibro di Jupp Heynckes, Horst Köppel, Günter Netzer, Uli Stielike, Berti Vogts e Herbert Wimmer, allestita e guidata dal carismatico tecnico Hennes Weisweiler, tra il 1970 e l’autunno caldo del 1977 vincerà ben cinque volte la Bundesliga, il massimo livello del campionato tedesco, una Coppa di Germania e due volte la Coppa UEFA, perdendo invece solo in finale la Coppa dei Campioni, proprio contro gli inglesi del Liverpool, e la Coppa Intercontinentale, contro gli argentini del Boca Juniors, giocata al posto dei Reds inglesi, mentre, sempre nel 1977, uno dei suoi giocatori più rappresentativi, Allan Simonsen, vincerà l’ambito Pallone d’oro creato dalla prestigiosa rivista sportiva France Football nel 1956 e attribuito – dopo che l’anno prima era toccato a Franz Beckenbauer, uno dei più grandi giocatori della storia del calcio, capitano del Bayern Monaco e della Nazionale tedesca, campione del mondo nel 1974 – all’attaccante danese, l’unico calciatore ad aver segnato nelle finali delle tre maggiori competizioni europee, che all’epoca erano la Coppa dei Campioni, la Coppa UEFA e la Coppa delle Coppe.

I giocatori del Borussia festeggiano negli spogliatoi con la Deutsche Meisterschale, il trofeo che viene assegnato alla squadra vincitrice della Bundesliga.4

Sul finire degli anni Sessanta il miglioramento del tenore di vita rese per molti più difficile percepire il peggioramento della situazione economica, che faceva da sfondo alle proteste giovanili del Sessantotto. Intanto gli italiani impararono cosa fosse la moviola che avrebbe cambiato per sempre la loro domenica sera e in conseguenza di ciò il loro lunedì mattina. Moviola era in verità il nome di un sistema elettromeccanico utilizzato per la visione rallentata di filmati cinematografici allora scopo ad esempio di consentire ai montatori di studiare le singole inquadrature, permettendogli di scegliere i punti di taglio più adatti. Il pomeriggio del 22 ottobre 1967 a San Siro si giocava la stracittadina tra i nerazzurri dell’Inter e i rossoneri del Milan, colloquialmente detta derby della Madonnina, dalla caratteristica statua della Madonna Assunta posta in cima al Duomo di Milano. L’Inter era in vantaggio per 1-0 fino a quando Gianni Rivera con un tiro dei suoi colpiva la traversa nerazzurra e la palla rimbalzava in campo vicino alla linea bianca, in prossimità della quale l’interista Tarcisio Burgnich in rovesciata la allontanava. L’arbitro, immediatamente assediato dai giocatori rossoneri, si consulta a a lungo col guardalinee, dopodiché concedeva il gol del pareggio al Milan. Quella stessa sera alla Domenica Sportiva il conduttore, l’indimenticabile Enzo Tortora, annunciava la straordinaria novità: il giornalista della Rai, Carlo Sassi, era in grado di mostrare un’immagine inequivocabile da cui risultava che la palla in realtà non aveva mai superato la linea di porta. Il primo errore arbitrale era appena stato inconfutabilmente dimostrato. L’episodio sportivo può essere considerato di secondaria importanza, perché a fine stagione quel Milan vincerà il suo nono scudetto e non in virtù di quell’ingiusto vantaggio. Il Diavolo infatti era una squadra fortissima e quel campionato nella stagione 1967/68 lo stravincerà con un ampio margine sulla Fiorentina, che tuttavia si imporrà l’anno successivo, quando lo scudetto andrà in riva all’Arno, mentre i rossoneri allenati da Nereo Rocco e guidati in campo da Gianni Rivera trionferanno nell’edizione 1968/69 della Coppa dei Campioni, disintegrando per 4-1 gli olandesi dell’Ajax di Amsterdam, e pure nella Coppa Intercontinentale, dopo aver fatto a botte, contro gli argentini dell’Estudiantes, campioni del Sudamerica. La violenza era nell’aria, si respirava odio ovunque: nel 1968 erano stati assassinati Martin Luter King e Bob Kennedy ed era stata soffocata la cosiddetta Primavera di Praga quando Alexander Dubček diventato segretario del Partito comunista di Cecoslovacchia aveva intrapreso una coraggiosa stagione di riforme, terminata quando un corpo di spedizione militare dell’Unione Sovietica e degli alleati del Patto di Varsavia invase il paese.

Il capitano degli azzurri Giacinto Facchetti con il trofeo appena conquistato a Roma, l’Italia è campione d’Europa nel 1968.5

Una soddisfazione e un po’ di gioia per gli sportivi italiani arrivò proprio nel 1968 quando la Nazionale, dopo la delusione patita ai Mondiali inglesi nel 1966, la disfatta e l’umiliazione per mano della famigerata Corea bruciava ancora, riuscirà a vincere per la prima volta gli Europei di calcio. Lo farà proprio in casa, in finale allo stadio Olimpico, battendo la Jugoslavia per 2-0, davanti a 70mila tifosi emozionati, e mentre la contestazione giovanile faceva cadere in disuso parole come patria e nazione, con quella vittoria il calcio contribuì a far sì che gli italiani riscoprissero l’orgoglio di sventolare il tricolore. Si trattò solo di una parentesi di festa in un difficile periodo di recessione economica, mentre all’orizzonte si profilavano anni bui, ma con il trionfo azzurro nacque l’uso dei caroselli per le strade italiane: un entusiasmo condiviso che univa migliaia di tifosi, trascinati dall’impresa dei ragazzi azzurri di Valcareggi. Nel novembre dello stesso anno nasceva a Milano il primo gruppo ultras italiano, la Fossa dei Leoni, con canti e slogan direttamente ispirati a quelli dei cortei politici. Calcio e politica extraparlamentare intrecciavano così parte delle loro esperienze, e dopo qualche anno compariranno gli striscioni delle Brigate Rossonere e delle Boys-San, ovvero Boys-Squadre d’Azione Nerazzurre (l’acronimo SAN si riferisce verosimilmente alle Squadre d’azione di Benito Mussolini), del Commando Ultrà Curva Sud (CUCS) a Roma e del Nucleo Armato Bianconero (NAB), forse l’unico gruppo juventino, un pubblico tradizionalmente noto per l’anticampanilismo, paragonabile agli hooligan. La moviola intanto diventava un vero e proprio fenomeno di costume, accrescendo la popolarità dei giornalisti Carlo Sassi e Bruno Pizzul, i quali si alternavano nella conduzione dell’apposita rubrica che dalla stagione di campionato 1969/70 prese un posto fisso all’interno della Domenica Sportiva, diventando uno dei momenti più attesi della televisione italiana, seguito anche da venti milioni di telespettatori. Molti sono gli episodi che ne hanno segnato la storia, memorabile quando la sera del 20 febbraio 1972, l’arbitro Concetto Lo Bello, sempre inflessibile, duro e giusto, messo di fronte alle immagini del calcio di rigore da lui negato al Milan nei confronti della Juventus, sarà costretto ad ammettere il clamoroso errore. Il clima generale in quel fatidico 1969 al quale conviene tornare è denso di contestazioni e contrasti: è il cosiddetto autunno caldo per antonomasia e l’inverno che seguirà purtroppo non sarà da meno. Infatti, il 12 dicembre del 1969 sarà una giornata terrificante: in poco meno di un’ora in Italia si verificheranno ben 5 attentati: tre a Roma e due a Milano. Il più grave sarà la strage di Piazza Fontana, dove una bomba, esplosa nella sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura, provocherà 17 morti e 88 feriti.

Gianni Rivera premiato con il Pallone d’oro: il fuoriclasse rossonero guidava un Milan capace di un ciclo straordinario di vittorie e la Nazionale italiana, fresca Campione d’Europa.6

La strage della Banca Nazionale dell’Agricoltura è considerata il primo e più dirompente atto terroristico dal dopoguerra nonché da alcuni ritenuto l’inizio del periodo passato alla storia in Italia come degli anni di piombo nonché della strategia della tensione, che nel corso degli anni strazierà il Paese: a Brescia il 28 maggio 1974 (8 morti), sul treno Italicus del 4 agosto dello stesso anno (12 morti) e a Bologna il 2 agosto 1980 (85 morti), alzando il livello dello scontro. In un primo momento di questi attentati verranno accusati i nascenti gruppi del terrorismo rosso che si riveleranno invece estranei, mentre emergeranno indizi di collusioni occulte di settori deviati dello Stato, successivamente confermati: si comincerà a parlare allora di stragismo di Stato. All’inizio del decennio dei Settanta, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, Junio Valerio Borghese, soprannominato il principe nero, tentava un colpo di stato – il cosiddetto Golpe dell’Immacolata – salvo annullarlo in fase di esecuzione e riparare in Spagna per evitare l’arresto. In quei tristi mesi invernali del 1970 terminava anche la intanto era terminata la splendida parabola del Cagliari scudettato che, se dopo aver schiantato l’Inter a Milano e aver preso la testa del campionato, candidandosi alla vittoria finale manifestando una superiorità indiscussa su tutti i rivali, durante la partita tra Italia e Austria giocata a Vienna il 31 ottobre, a causa di un grave infortunio che ne comprometterà la carriera, perderà il suo impareggiabile fuoriclasse. Gigi Riva era stato il principale artefice dei successi del Cagliari, che senza di lui non riuscirà a difendere il titolo conquistato l’anno prima quando il 12 aprile 1969 chiuse la miglior stagione della sua storia festeggiando il primo e fin qui unico scudetto vinto. Si trattò di una sorpresa, a soli 6 anni dall’approdo in massima serie i rossoblù guidati ai vertici del calcio italiano da Manlio Scopigno, detto il filosofo, con il secondo posto nel 1968/69 e soprattutto con lo storico scudetto del 1969/70, il capolavoro della sua carriera, portavano per la prima volta il titolo di campione d’Italia nel Mezzogiorno, lontano dalle grandi città del Nord e del Centro, conquistando una vittoria ricca di significati per l’intera Sardegna, isola distante – ritenuta patria di pastori e banditi, come ricordava Gigi Riva – praticamente sconosciuta fino a quel momento al resto degli italiani.

Il lombardo Gigi Riva, soprannominato rombo di tuono, con la maglia del Cagliari scudettato, considerato a tutt’oggi il più forte attaccante italiano di sempre.7

Nel quadro della strategia della tensione la società italiana era sempre più divisa e polarizzata in gruppi che facevano politica extraparlamentare e non rifiutavano la violenza, passando dalla clandestinità alla lotta armata. A sinistra erano nate organizzazioni come i Gruppi d’Azione Partigiana (GAP), i Nuclei Armati Proletari  (NAP), Prima Linea (PL) e le Brigate Rosse (BR), mentre a destra militavano Avanguardia Nazionale, i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), Ordine Nero, Terza Posizione e Ordine Nuovo. Si diffuse un clima di insicurezza e pericolo, perché non furono compiuti soltanto attentati clamorosi o stragi dai loro esecutori, ma uno stillicidio continuo di attacchi contro obiettivi minimi, singoli cittadini e forze dell’ordine, in esecuzione quotidiana di disegni talvolta ignoti e misteriosi. In piazza i manifestanti si presentavano ovunque a volto coperto e spesso armati di spranghe, chiavi inglesi e bottiglie molotov e la violenza poteva scoppiare in qualsiasi istante e ovunque. In quel contesto, iniziarono ad agire le BR compiendo atti di guerriglia urbana e terrorismo contro persone ritenute rappresentanti del potere politico, economico e sociale, operando tra il 1970 e il 1974 prevalentemente attraverso piccoli gruppi all’interno delle fabbriche in modo spesso clandestino, con il compito di fare propaganda in particolare nelle aziende soggette a piani di ristrutturazione o nelle quali il rapporto dei lavoratori con la dirigenza e la proprietà fosse particolarmente conflittuale. I militanti delle BR, oltre a diffondere le proprie idee, presero di mira quadri e dirigenti aziendali, incendiandone le auto o realizzando brevi sequestri, della durata di qualche ora o di pochi giorni, allo scopo di intimidire il rapito e la dirigenza dell’azienda e dimostrare la forza e la spregiudicatezza dell’organizzazione: il primo si realizzò il 3 marzo 1972 a Milano, Idalgo Macchiarini, un dirigente industriale, prelevato di fronte allo stabilimento, fotografato e rilasciato dopo qualche giorno con un cartello appeso al collo dove c’era scritto: “Colpiscine uno per educarne cento!” Sempre in quell’anno, il 5 settembre 1972 a Monaco di Baviera, un commando dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero irruppe negli alloggi destinati alle squadre israeliane del villaggio olimpico uccidendo subito due atleti che avevano tentato di opporre resistenza e prendendo in ostaggio altri nove membri della squadra olimpica di Israele, un successivo tentativo di liberazione da parte della polizia tedesca portò alla morte di tutti gli atleti sequestrati, brutale epilogo del Massacro di Monaco di Baviera che aveva insanguinato le Olimpiadi, evento tipico della cultura umana che storicamente addirittura sospendeva ovunque le guerre e la violenza.

L’immagine diventata simbolo del massacro di Monaco di Baviera: uno degli atleti in ostaggio con un passamontagna in testa s’affaccia dal balcone dell’appartamento dove i suoi connazionali sono prigionieri.8

In Italia il 12 febbraio 1973 la colonna brigatista torinese compì il sequestro di Bruno Labate, sindacalista legato al Movimento Sociale Italiano dello stabilimento FIAT di Mirafiori, interrogandolo e poi lasciandolo incatenato alla gogna operaia davanti alla fabbrica, guadagnando adesioni e simpatizzanti in tutti gli stabilimenti nelle grandi fabbriche del Piemonte, come già era accaduto in Lombardia. In quei primi anni le BR volevano tramettere segnali di lotta concreti con azioni dimostrative e atti di forza, per conquistare consensi all’interno della classe operaia: era la cosiddetta propaganda armata. Dopo Milano e Torino le BR si allargarono, in particolare a Porto Marghera fu costituita la terza colonna, quella veneta, mentre in Liguria fu creata la colonna genovese. E uscendo dalla logica dello scontro all’interno delle fabbriche i dirigenti brigatisti desideravano incidere direttamente sul processo politico del Paese, e proprio da Genova partì la prima azione condotta contro un esponente dello Stato: il rapimento, avvenuto il 18 aprile del 1974, di Mario Sossi, un magistrato che era stato pubblico ministero in un processo a un gruppo armato genovese. Condannato a morte dalle BR con lo slogan «Sossi fascista, sei il primo della lista!» il magistrato venne poi rilasciato senza ottenere una contropartita: liberato a Milano, tornò a Genova in treno e si consegnò alla Guardia di Finanza. Invece Francesco Coco, il procuratore generale della Repubblica che non aveva voluto trattare con i brigatisti, rifiutandosi di firmare la scarcerazione dei detenuti che i terroristi chiedevano in cambio della liberazione dell’ostaggio, verrà ucciso da un commando guidato da Mario Moretti, esponente dell’ala dura del movimento, che l’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini avevano catapultato ai vertici dell’organizzazione, in un agguato a Genova, l’8 giugno 1976 insieme a due uomini della scorta: il primo magistrato trucidato durante gli anni di piombo.

La più sanguinosa tra le stragi che colpirono l’Italia: quella della Stazione Centrale di Bologna.9

Intanto negli stadi la passione degli italiani per il campionato di calcio non conosceva incertezze né si attenuava. Dopo quella memorabile del Cagliari, un’altra impresa infiammò gli animi dei tifosi e catturò l’attenzione degli appassionati: quella Lazio, l’undici capitolino di Giorgio Chinaglia, soprannominato Long John, bomber inarrestabile e simbolo della squadra biancoceleste, guidata in panchina dal tecnico Tommaso Maestrelli, che al termine del campionato del 1973/74 conquisterà lo scudetto. In quello stesso mese di maggio l’Italia votava il referendum voluto promosso dalla Democrazia Cristiana e sostenuto in Parlamento dal Movimento Sociale Italiano e fuori da Comunione e Liberazione, allo scopo di abrogare la legge che permetteva il divorzio. L’esito della consultazione popolare del 12 maggio 1974 fu clamoroso segnando contro le attese la prima grande sconfitta della Democrazia Cristiana e testimoniando come la modernizzazione del Paese introdotta dal boom economico e la contestazione sessantottina dell’etica dominante avesse profondamente inciso anche in Italia sull’evoluzione di costumi e mentalità. L’Italia tuttavia verrà scossa da due tremendi appuntamenti con la devastazione e la morte, il 28 maggio la strage di Piazza della Loggia a Brescia, dove una bomba nascosta in un cestino portarifiuti fu fatta esplodere mentre era in corso una manifestazione, provocando la morte di 8 persone e il ferimento di altre 102, mentre il 4 agosto la strage a bordo del treno Italicus, quando morirono 12 persone e rimasero ferite altre 48 in un attentato dinamitardo presso San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, che avrebbe avuto conseguenze più gravi se l’ordigno fosse esploso nel cuore della Grande Galleria dell’Appennino che si sarebbe trasformata in una fornace, per i circa quattrocento passeggeri dell’espresso. Non successe solo a causa del recupero di tre minuti sul ritardo precedentemente accumulato alla partenza da Roma. Fu comunque un attentato orribile, la quinta carrozza del treno esplose e si incendiò a cinquanta metri dall’uscita della lunga galleria e le persone bruciarono vive, eppure questo tremendo episodio è il meno ricordato, commemorato e considerato dalla storiografia. Mentre nella tragedia, brilla l’eroismo di un giovane ferroviere di 24 anni, il forlivese Silver Sirotti, che munito di estintore, si slanciò tra le fiamme per soccorrere i viaggiatori intrappolati, non pochi si salvarono proprio grazie al suo spirito di servizio: morì eroicamente guadagnando una Medaglia d’Oro al Valor Civile.

Una testimonianza dell’epoca: la strage dell’espresso Italicus avrebbe potuto essere addirittura più drammatica, in un’Italia davvero sull’orlo baratro.10

Sempre nel 1974 si logora la formula governativa del centrismo e del centro-sinistra, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista quindi iniziarono a parlarsi: era l’alba del dialogo che Enrico Berlinguer aveva suggerito in una serie di pubbliche dichiarazioni alla fine del 1973 rivolgendosi alle forze che rappresentavano la grande maggioranza del popolo italiano. Il terrorismo nero decise di reagire all’ipotesi del compromesso storico fra democristiani e comunisti con le bombe, allo scopo di accresce disordine e panico, con l’auspicio di spingere una parte della società a chiedere un argine alla confusione, favorendo i più intraprendenti – fra questi Edgardo Sogno, con il suo progetto di golpe bianco – che si spinsero a credere di riuscire a instaurare un regime autoritario nel Paese. Quella Lazio, che nella stagione precedente aveva sfiorato il titolo da neopromossa, era figlia dei tempi che correvano, la squadra campione d’Italia era un gruppo turbolento: l’equilibrio del mister Maestrelli infatti si imponeva solo alla domenica, quando c’era da scendere in campo. In settimana invece il quartier generale di Tor di Quinto, il centro sportivo dove i biancocelesti si allenavano, era una vera e propria polveriera. Giorgio Chinaglia era indubbiamente il trascinatore della squadra, ma litigava con tutti, i giocatori si detestavano fra loro, addirittura mangiavano in mense separate e si cambiavano in spogliatoi diversi, caso unico nella storia di questo sport: da una parte la vecchia guardia guidata da Chinaglia e Pino Wilson, dall’altra i ribelli, entrati nel gruppo più recentemente, come Luciano Re Cecconi e Mario Frustalupi. Anche le partite settimanali di allenamento erano conflittuali e finivano in rissa, ogni volta si regolavano i conti in sospeso, e talvolta i calciatori laziali non riuscivano a scendere in campo alla domenica a causa degli infortuni che si procuravano in allenamento. Molti biancocelesti avevano il porto d’armi e si esercitavano al poligono, ma non si facevano scrupoli a portare le pistole in ritiro e sparare anche durante gli allenamenti o a farsi vedere armati in giro per Roma. Comunque, la dirompente ascesa sarà il preludio della fragorosa caduta di quella Lazio, che nella stagione 1974/75 non partecipò nemmeno alla Coppa dei Campioni a causa di una rissa scoppiata negli spogliatoi dell’Olimpico dopo il ritorno dei sedicesimi di finale della Coppa UEFA dell’anno precedente contro l’Ipswich Town che comportò per il club biancoceleste la squalifica dalle competizioni europee. Anche in campionato i biancocelesti non saranno all’altezza delle aspettative e non solo non riusciranno a difendere il tricolore, ma dovranno affrontare circostanze drammatiche che segneranno il declino nelle stagioni a venire: l’omicidio di Re Cecconi durante una rapina, quando il centrocampista, uno dei leader della squadra, fu ucciso da un colpo di pistola in una gioielleria di Roma e ancora oggi non si sa bene perché, la scomparsa dopo lunga malattia del mister Maestrelli oltre all’improvviso trasferimento di Chinaglia negli Stati Uniti. 

Una formazione della Lazio campione d’Italia, per la prima volta nella storia del club romano, i giocatori biancocelesti possono esibire lo scudetto sul petto.11

A partire dai primi anni Settanta una nobile decaduta era tornata competitiva: il Torino. Il presidente della società granata, Orfeo Pianelli, grazie a mirate operazioni di mercato, stava via via costruendo una squadra all’altezza dei rivali cittadini della Juventus, inavvicinabili fino a pochi anni prima, da quando la tragedia di Superga aveva cancellato il Grande Torino consegnandolo al mito. Proprio per invertire quella tendenza alla frustrazione il presidente Pianelli decise di ingaggiare il paròn Nereo Rocco che pur non vincendo nessun trofeo con il Toro nei suoi tre anni di permanenza sulla panchina della squadra piemontese, lasciò un’impronta di forza e la voglia di tornare a competere ai massimi livelli. Nell’estate del 1971 arriverà al Torino Gustavo Giagnoni, sardo di nascita e mantovano d’adozione: sarà immediatamente contagiato dall’amore per il Toro, in quei freddi inverni torinesi il mister prenderà l’abitudine di indossare una sciarpa granata e un colbacco al quale verrà dato un significato politico, che non aveva. Con lui in panchina il Toro ha una marcia in più, e in quella stagione 1971/72 tornerà addirittura a competere per lo scudetto, per la prima volta dal “dopo Superga”. A metà aprile i ragazzi granata erano in testa, davanti alla Juventus, ma la classifica finale premierà i bianconeri che saranno campioni d’Italia, con il Toro staccato di un solo punto e il rammarico di un paio di clamorosi errori arbitrali che avrebbero cambiato le sorti della sfida per il titolo in favore del sodalizio granata. A fine campionato un nuovo termine entrò nell’enciclopedia del calcio italiano: il tremendismo granata. A parere di Giovanni Arpino, scrittore e giornalista: “L’espressione è perfetta per un club che magari non vince, ma è un osso durissimo per chiunque. Una squadra di orgoglio, di rabbie leali, di capacità aggressive, mai doma, temibile in ogni occasione e soprattutto quando l’avversario è di rango”. Ecco, tutto questo significa tremendismo. Giagnoni infatti aveva con la sua aria un po’ truce, la grinta e la sua personalità, aveva trasmesso alla squadra un gioco incisivo e una mentalità aggressiva, il Toro non mollava mai, e l’allenatore col colbacco entrava definitivamente nella mitologia granata in un derby del dicembre 1973: a un certo punto del match, Giagnoni non riesce più a resistere alle continue provocazioni di Franco Causio, così una volta raggiunto il giocatore juventino a bordocampo, spostando il guardalinee, lo colpisce con un cazzotto sullo zigomo e lo stende. A fine partita, l’allenatore sardo, pentito del suo gesto, teme le reazioni della stampa e una pesante squalifica, ma intanto i tifosi granata lo attendono impazienti, per portarlo in trionfo e gridare: “Questo è il Toro!”

L’inimitabile Gustavo Giagnoni sulla panchina del Toro, con il mister sardo nasce il tremendismo granata.12

Intanto alle elezioni amministrative del giugno 1975 la straordinaria avanzata in termini di preferenze del Partito Comunista fece ritenere vicinissimo il sorpasso sulla Democrazia Cristiana e provocò un terremoto nelle amministrazioni locali, dove si andavano radicando maggioranze di governo sempre più apprezzate fra socialisti e comunisti. In un anno segnato dalla fine della guerra in Vietnam, con la caduta di Saigon e relativa ritirata americana, e in cui i sindacati e gli operai parlavano di scala mobile per adeguare i salari all’inflazione, sulla panchina granata arriva un innovatore: il giovane Gigi Radice. Il prussiano, così lo chiamano per gli occhi chiari, vuole uno stile di gioco votato al pressing a tutto campo, a imitazione del calcio totale dell’Olanda di Cruijff e compagni, e sarà l’uomo giusto al momento giusto, nel posto giusto. Nei rituali da seguire prima delle partite c’è il consueto cinque che Radice scambia con tutti i giocatori, al momento dell’ingresso in campo, tutti tranne uno, perché il mister quando si trova davanti Pulici non gli dà la mano, ma vuole un testa contro testa col suo bomber che quando entra in campo fa esplodere la Curva Maratona in un boato impressionante. Poco dopo l’inizio di quel campionato, nella notte tra il 1º e il 2 novembre del 1975, fu ucciso in maniera brutale, percosso e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, vicino a Roma, Pier Paolo Pasolini. Era considerato tra i maggiori artisti e intellettuali del XX secolo, attento osservatore dei cambiamenti della società italiana e figura a tratti controversa, per la radicalità dei suoi giudizi assai critici nei riguardi delle abitudini borghesi come nei confronti del Sessantotto e dei suoi protagonisti. Il suo rapporto con la propria omosessualità – all’epoca nemmeno tollerata in Italia – fu al centro del suo personaggio pubblico, mentre lui, innamorato della sua squadra del cuore, il Bologna, considerava i pomeriggi trascorsi a giocare a pallone i più belli della sua vita. In quella stagione del 1975/76 il Torino sarà Campione d’Italia: una redenzione attesa per ventisette anni dopo Superga, raccogliendo grazie alla leadership di Gigi Radice i frutti maturati nel corso delle stagioni precedenti, facendo convivere e valorizzando al meglio sia generosi gregari che raffinati esteti come Sala – il poeta – e Pecci, un centrocampista d’assalto come il gentleman Zaccarelli e implacabili cannonieri, come i gemelli del gol Pulici e Graziani, insieme al giaguaro Castellini, un estremo difensore di grandi qualità, secondo solo a Zoff in Nazionale. Quattordici vittorie su quindici in casa, con un solo pareggio proprio nell’ultima e decisiva giornata, ma soprattutto una cifra di gioco eccezionale ed una velocità mai viste prima. Il sogno del presidente Pianelli era finalmente realtà: aveva restituito la gioia al popolo granata. Nel Paese, arrivati a giugno, trascorsa un’infuocata campagna elettorale in un clima di contrapposizione frontale, sembrò prossimo il sorpasso del Partito Comunista sui democristiani e nell’attesa da un lato della vittoria finale dei progressisti sui moderati e dall’altro di una rinnovata paura per il pericolo rosso, la mobilitazione in favore della Democrazia Cristiana fu senza quartiere e coinvolse anche Indro Montanelli, che dalle colonne del suo il Giornale ammonì i lettori con uno slogan poi rimasto celebre: turatevi il naso ma votate DC!

I primi gemelli del gol del campionato italiano. Per i tifosi granata rimane la coppia per eccellenza, che ha trovato il suo apice nello splendido scudetto del 1976, Paolino Pulici e Ciccio Graziani.13

Ed effettivamente andò proprio così: la Democrazia Cristiana dimostrò grandi capacità di recupero, conservando la maggioranza ma indebolendo i tradizionali alleati, mentre a sinistra il Partito Comunista non sfondò ma ottenne il miglior risultato elettorale della sua storia, anche in quel caso a scapito degli alleati socialisti e dell’estrema sinistra. A settembre intanto l’Italia del tennis tornava da Santiago del Cile dove aveva vinto per la prima volta la Coppa Davis, la massima competizione mondiale di questo sport, avendo rischiato fino a pochi giorni prima di non giocarla nemmeno. La gara, infatti, la finalissima, era prevista contro la nazionale cilena proprio in Cile, paese retto dalla brutale dittatura di Pinochet e per giunta, il campo di gioco si trovava nel complesso dello Stadio Nazionale, divenuto uno dei simboli della repressione del regime, usato, negli anni precedenti, come campo di concentramento per i prigionieri politici. E in Italia, dove la polarizzazione delle posizioni sembra insanabile, cortei e manifestazioni si susseguivano al grido Non si gioca con il boia Pinochet, mentre Adriano Panatta, il nostro tennista più forte e rappresentativo, veniva accusato di essere miliardario e fascista mentre era diventato benestante col talento e mai si era identificato con i progetti della destra liberale, figurarsi con quella estrema. I parlamentari socialisti sono contrari a partecipare e Domenico Modugno canta in favore del boicottaggio, mentre il governo di Giulio Andreotti non prende posizione, aspetta. L’estrema sinistra spinge per il rifiuto, non vuole giocare. Ma il capitano della Nazionale, Nicola Pietrangeli, e i tennisti vogliono giocare, Andreotti allora fa decidere al CONI, che a sua volta si affida al parere della FIT, la Federazione italiana del tennis. La Federazione, che ha da poco nominato Paolo Galgani nuovo presidente, aspetta di vedere da che parte tira il vento e alla fine si fa convincere da Enrico Berlinguer, l’ideatore dell’euro-comunismo, che si muove in direzione contraria rispetto all’Unione Sovietica, che ha boicottato la Coppa Davis e si aspetta lo stesso dall’Italia.

I tennisti azzurri tornano da Santiago del Cile con la Coppa Davis vinta in quel 1976, sono appena atterrati all’aeroporto di Roma, dopo un lungo viaggio con il trofeo più prestigioso al mondo fra le loro mani.14

Il carismatico segretario del Partito comunista matura la decisione dopo essersi in qualche modo consultato con il leader comunista cileno, Luis Corvalán infatti gli suggerisce di non procedere con un boicottaggio che si sarebbe potuto rivelare vantaggioso per Pinochet, verso il quale il consenso nazionalistico all’epoca cresceva. A quel punto il Rubicone è oltrepassato: si va in Cile per vincere. Nel corso del doppio Adriano Panatta, noto per le sue simpatie politiche di sinistra, decise di giocare con una maglietta rossa, in omaggio alle vittime della repressione di Pinochet, convincendo il suo compagno Bertolucci a fare lo stesso: la prima Davis italiana diventa realtà. Dopo la pausa, alla fine del terzo set, Panatta e Bertolucci si erano cambiati, abbandonando la maglietta rossa. Il trionfo imminente andava celebrato in azzurro. Intanto si ragionava nei palazzi della politica circa la necessità di un governo di “solidarietà nazionale”, invece in California nasceva nell’estate del 1976 Apple Computer, Inc. quando Steve Jobs e Steve Wozniak, a Cupertino nella Silicon Valley, si organizzarono, coi pochi soldi di cui disponevano, allo scopo di sviluppare e vendere il personal computer Apple I: nel giro di pochi anni Jobs e Wozniak avevano assunto uno staff di progettisti di computer e avevano una linea di produzione, che dopo molti anni sarebbe arrivata a cambiare lo stile di vita della maggior parte dell’umanità, niente meno. Era iniziato puntualmente il campionato del 1976/77 che appassionerà come sempre tutto il Belpaese e si rivelerà fin da subito un furibondo testa a testa fra il Toro e la Juventus, fino all’ultima giornata, fra sorpassi e controsorpassi. Alla fine, la squadra granata raggiungerà la stratosferica cifra – in un campionato a 16 squadra – di cinquanta punti, cinque più della stagione precedente, ma la Juventus per loro sfortuna ne farà uno in più. Delusione difficilissima da smaltire, da aggiungere alla cocente quanto rocambolesca eliminazione in Coppa dei Campioni, agli ottavi terminando in otto con Ciccio Graziani in porta la partita di ritorno, per mano dei fortissimi tedeschi del Borussia Mönchengladbach. Il Toro si avvierà da allora verso un nuovo lento declino, mentre i rivali della formidabile Juventus guidata da Giovanni Trapattoni, inizieranno uno straordinario ciclo di vittorie in Italia e, più tardi, in Europa.

Il Toro finalmente campione d’Italia: un’emozione incontenibile per uno scudetto conquistato ben 27 anni dopo la tragedia di Superga, dove perì il Grande Torino.15

Oramai nel Paese divampava il conflitto politico e culturale in tutti i luoghi del sociale. Gli effetti della politica d’austerità varata dal primo governo di “solidarietà nazionale” portarono allo scoperto una composita area di dissenso, indicata col nome generico di movimento del 77 che tracciava un perimetro all’interno del quale convivevano posizioni anarcoidi, rifiuto del lavoro e operaismo, istanze pacifiste e teorizzazione dell’illegalità di massa, che costituirono il diffuso retroterra ideologico ispiratore dello scontro frontale con le istituzioni. In particolare, ci fu un’avvisaglia: il 17 febbraio la violenta contestazione rivolta contro il segretario della CGIL Luciano Lama si trasformò in scontro aperto con il servizio d’ordine del sindacato. Gli scontri per violenza e intensità causarono lo scioglimento anticipato del comizio e l’abbandono della città universitaria da parte del segretario e della delegazione della CGIL, l’evento diverrà famoso e ricordato come la cacciata di Lama dall’Università La Sapienza di Roma, oramai occupata e ingovernabile e, in conseguenza di quell’episodio, consegnata dal rettore alla polizia, mentre una fitta serie di episodi di violenza si susseguiranno nelle principali città d’Italia, senza soluzione di continuità. L’11 marzo 1977 a Bologna studenti della sinistra extraparlamentare affrontarono le forze dell’ordine intervenute a difesa di un’assemblea di CL, durante gli scontri fu ucciso Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua e studente universitario.

Il centro di Bologna devastato e presidiato come quello di una città occupata e in guerra, questo il clima di molti centri urbani italiani nella violente primavera del 1977.16

La notizia della morte del giovane si diffuse rapidamente e ne seguì l’affluire di migliaia di studenti verso la zona universitaria che venne barricata in un clima di incredulità, dolore e rabbia. In risposta alle proteste ed ai gravi disordini scoppiati in città, il Ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, dispose l’invio di mezzi blindati nelle strade del centro di Bologna, finendo così per accentuare lo scontro politico, vista la profonda impressione suscitata nell’opinione pubblica nel vedere – nel cuore della capitale dell’Emilia, cingolati per il trasporto truppe che furono generalmente percepiti come carri armati. Tutte le iniziative di protesta lanciate nei giorni successivi furono duramente represse, anche attraverso l’esecuzione di numerosi arresti e fermi di polizia. Il 12 marzo dello stesso anno si svolse a Roma una grande manifestazione nazionale di protesta contro la repressione, che per la tensione e la rabbia accumulate nelle ore precedenti, sfociò in violentissimi scontri di piazza e gravi episodi di guerriglia urbana, caratterizzati da assalti e dal lancio di bottiglie molotov contro banche, esercizi commerciali, ambasciate, comandi delle Forze dell’ordine e sedi della DC, considerata politicamente responsabile della situazione. In quel particolare momento va riconosciuto un argine alla violenza: la dura presa di posizione manifestata dalle organizzazioni e dai partiti della sinistra storica, frattura che si rese particolarmente evidente a seguito del forte appoggio fornito dal Partito comunista alle manifestazioni contro la violenza organizzate dai sindacati confederali, dove per fortuna iniziava a guadagnare terreno una più realistica percezione delle esigenze economiche, e tra i lavoratori si diffondevano il disagio e l’insofferenza per il carattere esclusivamente politico delle manifestazioni di protesta.

La stretta di mano tra il segretario generale del PCI, Enrico Berlinguer, e il presidente della DC, Aldo Moro, i principali fautori del cosiddetto compromesso storico tra le due opposte forze politiche.17

A seguito della carcerazione di Renato Curcio, fondatore insieme ad altri e ideologo, le BR si riorganizzarono decidendo di accentuare la caratterizzazione “militare” in vista di una nuova fare operativa incentrata su azioni terroristiche violente e di forte impatto, e fu così che durante l’anno ci sarà una vera e propria escalation di ferimenti e omicidi. A Venezia intanto la notte più drammatica fu quella del 31 marzo 1977: i problemi cominciarono nel pomeriggio, ai violenti scontri con la polizia e al lancio delle bottiglie molotov seguirono le devastazioni e i saccheggi di negozi di lusso, e un attacco incendiario al Comando della Guardia di Finanza oltre ad un attentato dinamitardo rivolto alla sede della giunta regionale del Veneto, mentre Marghera, Mestre, Padova, Rovigo e Vicenza venivano messe a soqquadro per quasi due anni quando, durante le così dette notti dei fuochi, una serie di attentati volevano sfruttare il malcontento della classe operaia inducendola a simpatizzare coi terroristi, secondo i programmi degli agitatori. Nel frattempo iniziava a Torino il processo ai “capi storici” delle BR – tra cui Renato Curcio e Alberto Franceschini – ed era accaduto un fatto mai verificatosi in precedenza in Italia: tutti gli imputati detenuti si proclamarono militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse e combattenti comunisti assumendo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata presente e futura disconoscendo qualunque presupposto legale per quel processo, revocando il mandato ove già conferito e minacciando di morte i legali che avessero accettato la nomina come difensori di ufficio, rendendo di fatto il processo “impossibile” in mancanza della difesa tecnica, quale garanzia costituzionale, e inducendo il presidente della Corte d’Assise, constatate le difficoltà di pervenire alla nomina di difensori, a incaricare della difesa d’ufficio il presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino, l’avvocato Fulvio Croce, il quale pur essendo un avvocato civilista e consapevole dei gravissimi rischi a cui si esponeva, onde non rallentare il corso di un processo così importante, accettò l’incarico dimostrando grande coraggio e assoluta fiducia nella forza della legge.

Quando nel 1983 il presidente degli USA Ronald Reagan propose la Strategic Defense Initiative per utilizzare sistemi d’arma al suolo e nello spazio per proteggere gli Stati Uniti da attacchi di missili nucleari, il piano fu soprannominato Star Wars.18

Nel primo pomeriggio del 28 aprile del 1977, pochi giorni prima della data fissata per l’udienza del processo, un gruppo di fuoco delle BR uccise l’avvocato Croce nei pressi del suo studio legale in via Perrone a Torino, colpendolo mortalmente con cinque colpi di pistola che lo raggiunsero alla testa e al torace. Intanto in quel 1977 dagli Stati Uniti verso il resto inizia una saga cinematografica che non avrà uguali con l’omonimo film Guerre stellari, sottotitolato retroattivamente  Episodio IV – Una nuova speranza. Il film, ambientato diciannove anni dopo la fondazione dell’Impero Galattico, narra le avventure dello Jedi Luke Skywalker e del suo maestro Obi-Wan Kenobi, impegnati nella lotta contro il Lato Oscuro della Forza, a fianco dell’Alleanza Ribelle, guidata dalla Principessa Leila, in modo da porre fine al potere dell’Imperatore sulla Galassia. Dopo un inizio in sordina, distribuito in pochi cinema americani, Guerre stellari si rivelò un successo senza precedenti sia al botteghino sia nel modo in cui si radicò nel cuore della coscienza pubblica. La maggior parte della critica spese parole d’elogio giudicandolo capace di immergere gli spettatori nel suo mondo fantastico e di coinvolgere con una narrazione semplice, ma solida ed entusiasmante, coadiuvata da effetti speciali spettacolari come raramente si erano visti prima, la saga poi sarebbe diventata un fenomeno culturale di massa, oramai è un dato storico, fin dall’uscita del primo film, e ha avuto un forte impatto sulla moderna cultura pop e le sue citazioni si sono radicate nell’uso quotidiano: frasi come la Forza sia con te o Io sono tuo padre sono diventate parte integrante del lessico della popolazione, mentre la Forza e Lato Oscuro sono state incluse nell’Oxford English Dictionary.

Renato Curi è ricordato per via della morte avvenuta durante la gara Perugia-Juventus disputata il 30 ottobre 1977 allo stadio Pian di Massiano, che oggi porta il suo nome.19

Il 30 ottobre 1977 anche il mondo dello sport vive una giornata straziante, quando alla stadio Comunale Pian di Massiano il Perugia di Ilario Castagner ospita la Juventus di Trapattoni. All’epoca la squadra dei grifoni faceva sognare tutta l’Umbria, e il giovane Renato Curi in particolare era entrato nel cuore dei tifosi quando il 16 maggio dell’anno precedente un suo destro al volo all’ultima giornata aveva superato Zoff, togliendo lo scudetto ai bianconeri e consegnandolo al Toro di Radice. Il 30 ottobre invece era una giornata da lupi: il cielo sopra Perugia era nero e gonfio di pioggia, che poi inizierò a cadere flagellando senza tregua i giocatori, ma al quinto minuto della ripresa, sullo zero a zero, dopo una rimessa laterale per gli umbri e uno scatto nel tentativo di raggiungere la palla, dal cerchio di centrocampo, Renato Curi si accascia improvvisamente al suolo, come fulminato, allarmando i compagni e gli avversari che gli si avvicinano, gli juventini Roberto Bettega e Gaetano Scirea spaventati gesticolano freneticamente per chiamare soccorso, entrano immediatamente in campo i sanitari e si intuisce che si sta compiendo un dramma sportivo e umano. Non servono il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca, il centrocampista esce in barella privo di sensi sotto una pioggia sempre più forte: morirà poco dopo stroncato da un arresto cardiaco, all’età di ventiquattro anni, nella commozione generale. Tutta Italia peraltro stava per vivere un altro momento epocale: il 16 marzo 1978 avvenne l’agguato di via Fani a Roma, quando lo sterminio della scorta, fu il preludio al sequestro e al successivo assassinio dell’allora presidente della DC Aldo Moro, consumato il 9 maggio 1978, e definito dalle BR “l’attacco al cuore dello Stato”. Si chiudeva così il sequestro più drammatico della storia dell’Italia repubblicana, durato ben 55 giorni, che gettò il Paese nel panico e stroncò definitivamente la maturazione del progetto politico che Aldo Moro aveva abbozzato: cioè inserire nell’area democratica prima e nelle responsabilità di governo poi il PCI. Questi tempi sembravo non finire mai, dal giugno 1978 al dicembre 1981 aumentarono gli agguati, le uccisioni e i ferimenti terroristici. Le statistiche segnalarono una continuità di attentati mai conosciuta in Europa: il numero delle organizzazioni armate attive in Italia era passato da 2 nel 1969 a 91 nel 1977 fino a 269 nel 1979, mentre in quello stesso anno si registrò la cifra record di 659 attentati. Tuttavia l’anno con più vittime sarà il 1980, quando moriranno 125 persone, di cui 85 solo nella strage della Stazione Centrale di Bologna.

Dopo il sequestro e l’uccisione ad opera delle Brigate Rosse, il triste ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro.20

L’Italia era allo stremo, ma a quel punto a Genova successe qualcosa di imprevedibile e imprevisto, tanto da cambiare il corso degli eventi. Lo scopriremo nel seguito del racconto…

Immagini digitali e/o fotografie utilizzate.
(1), (2), (5), (6), (7), (9), (10), (11), (12), (14), (15), (16), (18), (19), (20): sono riproduzioni di fotografie estratte dalle pagine https://it.m.wikipedia.org/ dove si legge la dichiarazione che le fotografie sono nel pubblico dominio poiché il loro copyright è scaduto; (3): riproduzione estratta dal sito  https://www.cinema.de/film/die-bleierne-zeit di una fotografia del manifesto promozionale di un film, si ritiene possa essere riprodotto in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, in ragione delle mere finalità illustrative e per fini non commerciali, non costituendo concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera. In osservanza del comma 3 della citata norma deve sempre essere presente la menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore e dell’editore, come da didascalia per quanto possibile; (4): riproduzione di una fotografia estratta dal sito https://www.sport660.wordpress.com/2018/03/27/i-favolosi-anni-70-del-borussia-moenchengladbach/ e proveniente da Pinterest.com, che si ritiene possa essere riprodotto in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, in ragione delle mere finalità illustrative e per fini non commerciali, non costituendo concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera. In osservanza del comma 3 della citata norma deve sempre essere presente la menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore e dell’editore, come da didascalia per quanto possibile; (8): riproduzione di una fotografia proveniente da https://en.m.wikipedia.org/wiki/Munich_massacre che si ritiene possa essere riprodotta in ragione delle mere finalità illustrative e per fini non commerciali, non costituendo concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera, con la precisazione che l’autore risulta essere Russell McPhedran in data 5/12/1972 e i tutti i diritti sono riservati a The Associated Press; (10): riproduzione estratta in rete e di pubblico dominio oltreché priva di protezione in virtù dell’oggetto rappresentato nell’immagine; (13): riproduzione estratta dal sito https://www.sport.sky.it/calcio/serie-a/2020/04/27/pulici-70-anni-messi/amp e proveniente dall’archivio LaPresse; (17): riproduzione estratta dal sito https://it.m.wikipedia.org/ dove si dichiara che la fotografia proveniente dall’archivio storico LaPresse è nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.

Categorie
Calcio Cultura Letteratura Sport Storia

Il Superball. Non l’hanno mai digerito gli inglesi il pallone friulano: da Sheffield a Bell Ville fino a Belo Horizonte.

“Sheffield, I suppose, could justly claim to be called the ugliest town in the Old World”. Nel 1937 a detta di George Orwell la città di Sheffield poteva ambire al titolo di più brutta fra tutte le altre città d’Europa. A onor del vero la capitale britannica dell’acciaio, soffocata dai fumi delle sue industrie, non doveva essere in effetti una città straordinariamente attraente. Va detto peraltro che Orwell – privo di qualsiasi interesse per il football – non avrebbe potuto cogliere in una città tanto industriale altri motivi di fascinazione. Peggio per lui! Sheffield infatti è un nome che evoca emozioni speciali in ogni appassionato dello sport più amato al mondo: il calcio. Le squadre maggiormente seguite in città, all’epoca di Orwell, erano già iconiche: lo Sheffield United, la più giovane, era stata fondata nel 1889, vincitrice di un campionato inglese e quattro volte della FA Cup (la prestigiosissima coppa nazionale inglese), disputava le partite casalinghe a Bramall Lane, il più antico stadio al mondo fra quelli in grado ancora oggi di ospitare partite di calcio professionistico. Lo Sheffield Wednesday, l’altra squadra, fondata addirittura nel 1867 con un giorno della settimana nel proprio nome – dovuto a quello di riposo in cui gli artigiani che componevano la squadra disputavano le loro partite – ha vinto ad oggi quattro campionati inglesi, tre volte la FA Cup, una League Cup (la coppa della lega dei professionisti) e in una occasione il Charity Shield (il piatto d’argento in palio nel match fra i vincitori del campionato e della coppa nazionale). Ma non è tutto…

George Orwell, uno dei maggiori autori di prosa in lingua inglese detestava il football, il grande opinionista deve la sua fama in particolare a due romanzi: l’allegoria politica di La fattoria degli animali e la distopia di 1984.1

A Sheffield c’era vita – calcisticamente parlando – addirittura prima degli Owls (i gufi) del Wednesday e delle Blades (le lame) dello United: infatti, nella città che ha inventato l’acciaio inox, si era già tenuto nel 1861 il primo derby della storia del calcio, disputato tra le due squadre in assoluto più vecchie al mondo, oggi ancora in attività nelle serie minori del calcio inglese. Quasi dimenticate, ma indimenticabili. Si tratta dello Sheffield Football Club, nato il 24 ottobre 1857, e dei suoi rivali di sempre dell’Hallam Football Club, fondato il 4 settembre del 1860, niente meno – quest’ultima – che la vincitrice della prima competizione calcistica della storia: la Youdan Cup, anch’essa disputata a Sheffield (e dove altrimenti?) e messa in bacheca battendo il Norfolk Football Club nella finale giocata sul terreno di Bramall Lane il 5 marzo 1867, secondo le regole note come Sheffield Rules, un altro primato della Steel City, la città dell’acciaio: il primo tentativo di regolamentare lo sport del calcio, prevedendo l’off-side, il calcio di punizione (anche se indiretto), la traversa di legno (prima era una corda, appena tesa fra i due pali), il corner e la rimessa in gioco, nonché il divieto di sgambettare l’avversario. L’Hallam Football Club, espone quello storico trofeo d’argento nella club house accanto al terreno di casa di sempre: il Sandygate Road, riconosciuto dal Guinness World Records – il libro che raccoglie tutti i primati del mondo, da quelli naturali a quelli umani, a quelli più originali – come il più vecchio campo di calcio della storia, dove il 29 dicembre del 1862 si giocò la prima partita di football ufficialmente riconosciuta, tra i blues countrymen – padroni di casa – e i cugini maroons dello Sheffield Football Club, vinsero i secondi. Forse. Comunque, alla faccia di Orwell.

Sandygate Road, riconosciuto dal Guinness dei primati come the oldest ground in the world, ossia il più vecchio campo di calcio della storia.2

Trascorsi pochi mesi dal così detto Rules derby giocato a Sandygate Road si verificò un altro momento decisivo nella storia del football, quando il solicitor – si chiamano così gli avvocati che nel sistema giudiziario inglese si dedicano esclusivamente all’attività di consulenza – Ebenezer Cobb Morley, un eccellente sportsman tra l’altro: calciatore e canottiere nel quartiere londinese di Barnes, decise di dare vita nel 1862 al Barnes Football Club e, come capitano del neonato sodalizio, di scrivere al quotidiano Bell’s Life lanciando l’idea di creare un organismo in grado di governare il fenomeno del football, che stava crescendo in maniera dirompente ma confusa. Non esistevano infatti regole universali per il gioco del calcio, le squadre prossime a Sheffield avevano le proprie rules, ma molti altri club e varie associazioni territoriali stilavano le proprie e queste si aggiungevano le une alle altre senza cancellarsi a vicenda: ciascuno poteva infatti liberamente decidere quale sistema di rules adottare, così a Nottingham come a Derby o Birmingham, senza considerare che non erano in pochi, sull’esempio del Blackheath Football Club, a propugnare la possibilità di giocare il pallone con le mani contro chi, contemporaneamente, ne proponeva il divieto, e via discorrendo.

Nathaniel Creswick e William Prest, due giocatori di cricket, crearono il 24 ottobre 1857 lo Sheffield Football Club, la prima squadra di calcio al mondo, dopodiché scrissero le Sheffield Rules, il fondamento del gioco moderno.3

Insomma, la sollecitazione dell’avvocato Cobb Morley non cadde nel vuoto: i tempi erano maturi per una codificazione unitaria e l’invito venne raccolto da varie personalità, che decisero di incontrarsi alla Freemasons’ Tavern, una public house nel West End londinese, dando così luogo il 26 ottobre del 1863 alla prima riunione della neocostituita The Football Association inglese, la mitica The FA. All’esito poi dei successivi incontri, organizzati nella zona di Covent Garden, sempre a Londra, vennero codificate sotto l’attenta supervisione del neopresidente Cobb Morley, partendo dalle Sheffield Rules, la prima versione delle Laws of the Game. Le Regole del Gioco! In particolare: il divieto di utilizzare le mani per colpire o passare la palla, stabilito a quel punto inequivocabilmente, starà stretto a qualcuno che si alzerà sbattendo la porta, determinando la nascita, il 26 gennaio 1871, della Rugby Football Union che codificherà le regole di quell’altro magnifico sport “da bestie, ma giocato da gentiluomini” come ama ripetere chi lo pratica: il rugby. Tornando però al calcio, successe che la FA insieme alle omologhe federazioni scozzese, gallese e nordirlandese, crearono a Manchester, il 6 dicembre 1882, l’International Football Association Board: l’organismo guardiano del calcio mondiale, conosciuto attraverso l’acronimo IFAB e deputato tutt’oggi a custodire le Laws of the Game, modificarle ed eventualmente deliberarne di nuove a livello internazionale e nazionale, vincolando alla loro osservanza tutte le federazioni, organizzazioni e associazioni calcistiche, a livello professionale e dilettantistico, escluso il solo livello amatoriale: un enorme potere! È giusto notare che la Fédération Internationale de Football Association, che tutti conosciamo come FIFA, nata a Parigi il 21 maggio del 1904, attualmente l’organizzazione calcistica più importante a livello mondiale con 211 federazioni associate, dichiarò a suo tempo che avrebbe aderito alle regole stilate dall’IFAB per ogni sua competizione, partecipando alle riunioni dell’organismo supremo attraverso un proprio rappresentante, che oggi fa parte a pieno titolo del board dei pasdaran del calcio, che nel frattempo ha stabilito la propria sede da Londra a Zurigo, nella neutrale Svizzera.

La targa ricorda il luogo di fondazione della The Football Association, la federazione calcistica inglese, quando – in sostanza – nascerà a Londra il calcio moderno.4

Certo il football ha tante radici e molto antiche, un po’ come la ruota. Se sono stati i Sumeri infatti primi a trasmetterci l’immagine di una ruota – attraverso il così detto Stendardo di Ur, il magnifico reperto archeologico ritrovato durante gli scavi eseguiti in Iraq nel 1928, oggi custodito al British Museum di Londra – non furono loro a inventarla, come si pensava un tempo. Oggi invece gli studiosi concordano: l’idea della ruota nacque dall’osservazione che oggetti circolari, come i tronchi d’albero, rotolano con facilità. È inverosimile quindi che la ruota abbia avuto un singolo inventore, è molto più probabile che sia nata dalla lenta e progressiva evoluzione di una prima, rudimentale e anonima idea. Una invenzione semplice che fa girare il mondo!, si potrebbe dire: un po’ come il football. O no? Celia a parte, tanto per farsi un’idea sulle “radici” del calcio: a partire dal III secolo a.C. in Cina si praticava il così detto Ts’u-Chü, un gioco popolare specialmente tra i soldati, perché fungeva da addestramento militare. Bisognava spedire un pallone ripieno di piume e capelli di donna in uno spazio delimitato da due canne di bambù, utilizzando unicamente i piedi. Questa remota pratica è stata riconosciuta dalla FIFA, nella sua didattica, come il più antico gioco riconducibile al calcio moderno. E vale la pensa di sottolineare con forza – alla luce di quella modalità – che in Cina venne concepito, concettualmente e prima che altrove, l’idea di “fare” goal, che non è affatto banale. Mi spiego: anche in Giappone esisteva un gioco con la palla: le prime notizie riguardanti il Kemari risalgono al 664! Era uno sport molto fisico, ma curiosamente non competitivo, i giocatori infatti cooperavano tra loro, allo scopo di mantenere in aria una sfera – di pelle di cervo, con il pelo rivolto all’interno, ripiena di chicchi di orzo e avvolta ancora in una pelle di cavallo – cercando di impedire che cadesse al suolo, colpendola, a turno fra i partecipanti, con la testa, i piedi, le ginocchia, la schiena e i gomiti, ma non utilizzando le mani. E senza fare goal!

Un corteo di pesanti carri da guerra avanza rotolando su grandi ruote di legno: lo Stendardo di Ur è la prima rappresentazione che ci è giunta della ruota, una delle invenzioni più importanti dell’umanità.5

Fu in Grecia che si affermò intorno al IV secolo a.C. quello che è considerato il padre europeo del football (e del rugby): un gioco molto violento, soprattutto nella versione praticata nella città di Sparta, una delle più influenti poleis mediterranee dell’antichità. In seguito alla conquista delle città greche, il “gioco” si diffuse a Roma e si trasformò nell’harpastum, che deriva appunto il suo nome dal termine greco arpazo, con il significato di strappare con forza e afferrare. Si affrontavano due squadre in un campo rettangolare delimitato da linee di contorno e da una linea centrale, con l’obiettivo di depositare una palla oltre la linea di fondo del campo avversario: allo scopo erano permessi lanci e passaggi, sia con le mani che con i piedi, fra ogni giocatore che ricopriva tuttavia in campo un ruolo ben preciso. A testimoniare la diffusione e l’importanza dell’harpastum è tra gli altri Marco Valerio Marziale, poeta romano ritenuto il più importante epigrammista latino, che ci lascia una descrizione dei palloni usati a quei tempi: la pila paganica, fatta di cuoio e piena di piume e la follis, sempre di cuoio ma con una primordiale camera d’aria all’interno, costituita da una vescica animale. I praticanti della disciplina erano soliti ritrovarsi nello sphaeristerium (da cui è derivato il nome sferisterio, che ancora oggi designa molti campi di gioco del pallone nonché il magnifico teatro all’aperto di Macerata) oppure nel campus, come il Campo Marzio di Roma. Addirittura, Svetonio – grande storico e biografo romano dell’età imperiale – ci racconta, nell’opera De vita Caesarum, che l’imperatore Augusto, nipote, figlio adottivo ed erede designato da Caio Giulio Cesare, praticava l’harpastum: “Al termine delle guerre civili rinunciò agli esercizi militari dell’equitazione e delle armi e, inizialmente si diede al gioco di palla e pallone”.

Un giovane che gioca con la palla è rappresentato su una stele tombale rinvenuta nel Pireo, databile 400-375 a.C., e ora esposta ad Atene.6

Una pratica sportiva così virile non poteva fare altro che piacere in una società tanto marziale e fare proseliti per centinaia di anni, specialmente tra gladiatori e legionari. Specialmente questi ultimi lo portarono dalla capitale ai limes dell’Impero, probabilmente anche in Britannia, dove si radicò nelle abitudini ludiche degli autoctoni: giochi di squadra con la palla, spesso di carattere molto violento, infatti, sono documentati nel Medioevo, dopo la dissoluzione dell’Impero romano, in diverse regioni d’Europa – al di fuori dell’Italia – soprattutto in Inghilterra e in Francia, dove in Normandia e Piccardia, era diffusissima la soule: un gioco che coinvolgeva interi villaggi, ogni squadra poteva consistere anche di 200 partecipanti, incaricati di portare un pallone di cuoio in una determinata località, distante anche molti chilometri dal luogo dove iniziava la partita, naturalmente valeva quasi tutto: botte da orbi prima di tutto, e per bloccare gli avversari una sorta di lotta libera. Tuttavia il continuatore diretto dell’harpastum romano, sembrerebbe il così detto calcio in costume, talmente diffuso nella seconda metà del Quattrocento tra i giovani fiorentini che questi lo praticavano in ogni strada o piazza della città, improvvisando sfide cruente e mettendo in pericolo anche i più pacifici cittadini. Con il passare del tempo, proprio a causa dei problemi di ordine pubblico che derivavano dalla pratica, si andò verso una maggiore organizzazione e il calcio, chiamato fiorentino, cominciò ad istituzionalizzarsi: svolgendosi periodicamente nelle piazze più importanti di Firenze, coi giocatori, detti calcianti, spesso nobili, che scendevano in campo e vestivano le sfarzose livree dell’epoca, secondo regole e squadre, che diedero poi il nome di calcio in livrea a questo sport. La partita più famosa, cui si ispirano le moderne e vivaci rievocazioni, da non perdere almeno una volta nella vita, è sicuramente quella giocata il 17 febbraio 1530, quando i fiorentini assediati dalle truppe imperiali di Carlo V, affamati e assetati, davvero allo stremo, vollero dare sfoggio di noncuranza e sprezzo mettendosi a giocare alla palla in piazza Santa Croce.

Il Calcio storico fiorentino è un gioco tipico della città di Firenze, in passato conosciuto come Calcio in costume, perché giocato con abiti sgargianti, rappresentativi di un dato periodo storico.7

Gli inglesi – adesso è più chiaro – non hanno fatto tutto da soli, ma non glielo si può né si deve negare: se non hanno inventato il calcio, hanno fissato loro le prime regole essenziali di quello “moderno” esportandolo quasi ovunque nel mondo. In ragione di ciò si sono sentiti – forse comprensibilmente – superiori a tutti, in un teorico rapporto tra maestri e allievi, tanto da snobbare le competizioni internazionali. Questo volontario isolamento ha generato il mito dell’invincibilità, sorretto peraltro da ben pochi riscontri concreti, tutti peraltro risalenti a fine Ottocento o ai primi del Novecento, quando la concorrenza era ancora ai rudimenti della tecnica e del tutto digiuna di tattica. In seguito comunque altre realtà confuteranno la pretesa superiorità inglese, che se è sempre stata una “scuola” di tutto rispetto, alla prima partecipazione alla Coppa del Mondo, avvenuta nel 1950, fu eliminata dagli sconosciuti ma volenterosi dilettanti statunitensi, una vera e propria onta per i maestri. Tuttavia è dalla Gran Bretagna, a bordo delle navi mercantili di Sua Maestà, che il football inizia il suo viaggio per il mondo, approdando sia sulle rive del continente europeo che su quelle sudamericane dell’Oceano Atlantico, dove i marinai britannici, una volta sbarcati a terra, impiegavano il tempo libero sfidandosi fra loro, sollecitando prima la curiosità dei passanti e poi l’emulazione dei residenti. Le città europee porti commerciali o militari erano quindi naturalmente predisposte a recepire il football, e per questo motivo spesso hanno visto nascere i sodalizi che poi sono stati i primi testimoni del nuovo gioco: in Francia a Le Havre nel 1872 nascerà il Le Havre Athletic Club, in Germania nella grande città portuale di Amburgo nel 1887 vedrà la luce l’Hamburger Sport-Verein, nella Spagna andalusa a Huelva nel 1889 ecco il Recreation Club mentre, all’altro capo della penisola iberica, nei Paesi Baschi nel 1898 nasceva l’Athletic Club Bilbao, in Italia i britannici arriveranno nel 1893 a Genova creando il “loro” Genoa Cricket and Athletic Club, imbattuto per anni contro le varie rappresentative torinesi, dove in realtà – sotto la Mole – il football era arrivato anche prima, grazie a Edoardo Bosio, un piemontese purosangue, ma – non a caso – pur sempre di ritorno da Nottingham!

L’appellativo con cui vengono indicati in Italia i moderni allenatori di calcio si riferiva all’inglese Mister Garbutt, alla guida del Genoa: la squadra di calcio più british d’Italia.8

Dall’altra parte dell’Atlantico, la prima partita di cui abbiamo notizia la organizzarono in Sudamerica i banchieri inglesi – e fratelli – Thomas e James Hogg, impegnati a promuovere la pratica del football nella capitale dell’Argentina, presso la vasta comunità britannica ivi residente, alla quale appartenevano, che tuttavia preferiva dedicarsi al cricket e al polo. È grazie a loro se nel 1867 sul grande prato del parco di Palermo, presso il più esclusivo circolo del cricket di Buenos Aires, si affronteranno sedici ragazzi, tutti britannici – otto per squadra – suddivisi fra White Caps e Red Caps: lo spettacolo non desterà alcun entusiasmo a dire il vero, ma la strada era segnata. Infatti, nel 1882 arriverà in Argentina dalla Scozia un insegnante, Alexander Watson Hutton, che fonderà la Buenos Aires English High School, allo scopo di mettere in pratica le sue idee riguardo alla corretta educazione dei ragazzi: associare allo studio il football, quale unica attività ricreativa del suo istituto. Dopo qualche tempo – insieme coi suoi studenti nel frattempo cresciuti – creerà nel 1898 l’Alumni Athletic Club, capace di vincere ben dieci campionati nazionali sui quindici disputati, e di imporsi – fino al suo scioglimento – come uno dei club più importanti della storia del calcio argentino. A proposito di anglosajonización, vale la pena registrare che presso l’Asociación del Fútbol Argentino, fondata nel 1893 a Buenos Aires, non era permesso parlare spagnolo!, era l’inglese la sola lingua ufficiale, anche in campo: addirittura il giocatore colpito dall’avversario poteva accettare le sue scuse solo quando fossero “sincere e formulate in inglese corretto” come previsto dal regolamento voluto dal fondatore e primo presidente. Chi?, ma Alexander Watson Hutton, naturalmente: considerato a buon diritto il padre del fútbol argentino!

Sul uno dei tanti prati del grande parco di Palermo sorgeva a Buenos Aires il Cricket Club frequentato dalla comunità britannica, dove per la prima volta in tutto il Sudamerica si giocherà a calcio nel 1867.9

Questo accadeva sulla sponda occidentale del Río de la Plata, mentre su quella orientale nel 1881 si disputava la prima partita di football fra il Rowing Club (del 1874), e il Cricket Club (del 1861), entrambe celebri istituzioni polisportive di Montevideo, ma sarà dieci anni dopo che si inizierà a fare sul serio: il 1º giugno del 1891 gli allievi della English School di Montevideo fonderanno l’Albion Football Club, nomen omen del club più antico fra quelli che si dedicheranno esclusivamente al gioco del calcio, che anche in Uruguay in principio parlava solo inglese. Infatti, pochi mesi dopo, sempre nel 1891, un centinaio fra impiegati e operai della società ferroviaria a capitale britannico, in Uruguay dal 1878, la Central Uruguay Railway, fonderanno il Central Uruguay Railway Cricket Club che pochi anni dopo cambierà denominazione – troppo ostica per gli appassionati di calcio ispanofoni – diventando il Club Atlético Peñarol, in onore dell’omonimo quartiere di Montevideo, il cui toponimo traeva origine dalla cittadina piemontese di Pinerolo. Come in Argentina, anche in Uruguay nei venti anni successivi alla scoperta del football saranno i britannici a diffonderlo – in parallelo con la costruzione e lo sviluppo delle reti ferroviarie in quegli spazi a occidente e a oriente del Rìo de la Plata: Asunción, Córdoba, Paranà, Rosario, Santa Fe o Tandil – nonché gli indiscussi protagonisti dei primi tornei calcistici, finché alcuni intraprendenti amici decideranno di reagire. Così a Montevideo nel 1899 – a sottolineare la vocazione nazionale di quello che sarebbe stato il primo club criollo (creolo, nel senso di autoctono) dell’America Latina – nascerà il Club Nacional de Football, esempio seguito dopo qualche anno anche in Argentina, dove con lo stesso spirito criollo nascerà il fortissimo Racing Club de Avellaneda, El Primer Grande.

Il Nacional sarà il primo club autoctono del Sudamerica, composto da giocatori criollos e da subito fortissimo, acerrimo rivale dell’anglofilo Peñarol: si divideranno Montevideo e l’Uruguay.10

Los británicos non lo ricordano molto volentieri ma dal punto di vista degli elementi del gioco sono proprio gli argentini a segnare negli anni Trenta del secolo scorso un punto di indiscussa importanza a loro favore. Infatti se nessuno può mettere seriamente in discussione il primato degli inglesi a proposito della codificazione e diffusione del football, il pallone “moderno”, la palla come lo conosciamo oggi, non ha visto la luce in Germania, Francia o appunto in Inghilterra, ma in Argentina nella città di Bell Ville, una località immersa nella Pampa, a metà strada fra Córdoba e Rosario. Questa località remota è abitata in virtù della sua funzione strategica – come stazione di posta – a partire dal 1529, quando vi si stabilirono alcuni accompagnatori della spedizione del veneziano Sebastiano Caboto, cosmografo dell’Impero spagnolo diretto in Perù. All’epoca però il villaggio non si chiamava Bell Ville ma Fraile Muerto (Frate Morto, avete capito bene)!, perché – così narra la leggenda – una certa mattina i contadini, appena fuori dall’abitato, si imbatterono nel cadavere di quello che era stato un frate, del quale non si seppe mai il nome né la congregazione, sbranato dal temibile giaguaro andino, il yaguareté, che evidentemente aveva sorpreso il mite religioso all’imbrunire, mentre tornava dai campi armato del solo crocifisso. Sarà niente meno che Domingo Faustino Sarmiento, il presidente della Repubblica argentina – fermatosi alla stazione ferroviaria di Fraile Muerto durante il viaggio verso Córdoba nel 1871, per inaugurare la Primera Exposición Industrial Argentina – a suggerire la modifica di un toponimo così funesto, che diventò così il molto più accattivante Bell Ville, in virtù del cognome di due illustri cittadini: i fratelli scozzesi Anthony Maitland Bell e Robert Anderson Bell, che da qualche anno, dopo aver comprato due grandi fattorie (Árbol Chato e La Escondida) nei dintorni della città, avevano investito le loro risorse con successo iniziando a introdurre nuove tecniche di agricoltura e allevamento moderno, attirando proprio a partire da quegli anni una cospicua immigrazione, specialmente italiana.

Mario Kempes, soprannominato El Matador, uno dei più grandi calciatori di sempre, miglior giocatore e capocannoniere del Mondiale vinto dall’Argentina contro l’Olanda di Cruijff nel 1978, è nato a Bell Ville di cui è il cittadino più illustre.11

Una domenica pomeriggio come tante altre a Bell Ville gli amici Antonio Tossolini e Juan Valbonesi come loro abitudine erano andati allo stadio per sostenere i biancocelesti di casa del Club Atlético Argentino e soprattutto il loro amico Luis Romano Polo, che giocava come centravanti. Il sodalizio cittadino era sotto di un goal, quando a pochi minuti dalla fine, complice una serie di rimpalli, con un rimbalzo irregolare la palla si impennava al centro dell’area offrendo a Polo l’occasione di pareggiare la partita: l’attaccante era solo davanti al portiere avversario. Il pubblico già in piedi per esultare trattenne il respiro, e fece bene perché l’urlo di liberazione che segue ad ogni gol – in tutto il mondo – era destinato a rimare strozzato in gola a tutti e a lasciar spazio alla frustrazione. Polo infatti invece di saltare per colpire di testa il pallone e battere a rete, decise di lasciare che la sfera toccasse terra, permettendo così ai difensori avversari di riguadagnare la posizione impedendogli il controllo della palla e di inquadrare lo specchio della porta obbligandolo a calciare a lato. Ma cosa era successo? Perché Polo aveva rinunciato a proiettandosi verso la palla per colpirla di testa e segnare il goal del pareggio? Era successo che Polo aveva preferito non ferirsi al viso. All’epoca i palloni da calcio erano naturalmente molto diversi da come li vediamo oggi, ma anche da come potremmo immaginarli. La palla infatti era realizzava avvolgendo la camera d’aria – non più lo stomaco di un animale, ma di gomma vulcanizzata, grazie alla scoperte di Charles Goodyear – all’interno di sezioni di pelle bovina, gonfiandola poi iniettando dell’aria attraverso una cannuccia, poi ripiegata all’interno. Solo a quel punto il tutto era rivestito esternamente e chiuso tramite delle stringhe di cuoio, un po’ come si fa quando si allaccia una scarpa! Conseguentemente i palloni non potevano essere perfettamente sferici a causa di quella “cerniera” e del volume sottostante, anzi potevano prodursi un rimbalzo e una traiettoria che in qualche circostanza potevano diventare imprevedibili. Inoltre, non essendo impermeabili i palloni in caso di pioggia o campo fangoso si appesantivano rendendo il controllo a volte molto difficile, mentre colpirli di testa era non solo molto doloroso, ma poteva diventare pericoloso perché il malcapitato poteva ferirsi la fronte a causa del tiento, lo spesso cordoncino di cuoio che serviva da “laccio”, in grado di lacerare la pelle tesa del viso. Ecco perché ogni tanto capita di vedere, nelle vecchie fotografie, i giocatori con la fronte bendata. Non era un vezzo, ma una necessità.

Un pallone con tiento, in particolare di tratta del Modelo T utilizzato durante il secondo tempo della finale del Mondiale 1930 in Uruguay, vinto dai padroni di casa.12

Amareggiato per la sconfitta della sua squadra, Luis Romano Polo, nato nel 1901 dai genitori friulani emigrati da Forni di Sotto, quella sera stessa ebbe un’intuizione e ne discusse i giorni seguenti con gli amici di sempre: Antonio Tossolini, nato nel 1900 da Olivo e Maria Zampa, friulani pure loro, emigrati da Felettano di Tricesimo (il cognome con due s è un errore di trascrizione) e Juan Valbonesi, di origini piemontesi, che nella sua officina fu capace di realizzare l’idea che Polo aveva avuto, applicando una semplice valvola alla camera d’aria inserita nella palla, modificando poi le cuciture interne, così da stabilizzarla e gonfiarla poi attraverso un ago, eliminando definitivamente il tiento e rendendo la palla perfettamente sferica e praticamente impermeabile. Luis Romano Polo l’11 marzo e il 20 aprile del 1931 brevettò l’invenzione presso gli uffici competenti e a quel punto i tre amici divennero anche soci in affari, tramite la Tossolini, Polo, Valbonesi & Cie. produttrice e distributrice unica del Superball: cambiando la loro vita professionale e soprattutto la pratica di tutti i futuri giocatori di calcio. A proposito, la prima partita giocata con il Superball – un vero e proprio collaudo – sarà quella fra i colleghi dell’azienda dove Polo era operaio, mentre l’esordio ufficiale avverrà con il clásico di Bell Ville – fra l’Argentino e il Bell – giocato il 24 maggio del 1931. Il successivo 17 giugno il Superball sarà utilizzato nella partita fra Club Atlético Belgrano e Newell’s Old Boys de Rosario, prologo alla consacrazione del pallone “moderno”: il 5 settembre infatti lo useranno a La Bombonera i padroni di casa del Boca Juniors e i loro avversari di giornata dell’Estudiantes de La Plata. Nel frattempo la Federazione Italiana Giuoco Calcio ordinerà attraverso l’Ente centrale di approvvigionamento sportivo una dozzina di Superball per valutarne l’impiego nei Mondiali che organizzerà (e vincerà) nel 1934, dove in effetti si giocherà con il pallone sin tiento, anche se, invece di Superball, si preferirà chiamarlo “autarchicamente” Federale 102. Oramai comunque il pallone sin tiento si era affermato: nel 1935 verrà adottato dalla Confederação Brasileira de Futebol, che lo utilizzerà anche ai Mondiali di casa del 1950, quelli del Maracanazo, su cui torneremo!, e nel 1937 – finalmente – dall’Asociación del Fútbol Argentino, che di fatto lo utilizzava già da qualche anno. È cosa nota: difficile essere profeti in patria.

Il manifesto pubblicitario del Superball Duplo T, appositamente prodotto in Brasile per il Mondiale di casa del 1950, si riconosce nel disegno la silhouette dello stadio Maracanã.13

Maracanazo, appunto. In portoghese Maracanaço, per la cronaca. Il termine si riferisce alla sconfitta patita contro ogni pronostico del Brasile contro l’Uruguay il 16 luglio del 1950 allo stadio Maracanã di Rio de Janeiro, all’esito della gara decisiva del girone finale della quarta edizione dei Mondiali, che assegnò alla Celeste il suo secondo titolo di campione del mondo, mentre i giocatori brasiliani, umiliati al cospetto di duecentomila connazionali presenti allo stadio e di tutto il Paese, si dovranno accontentare dell’orologio d’oro che la loro federazione aveva consegnato a ciascuno alla vigilia della gara, con incisa la dedica sul retro: Ai campioni del mondo. Invece diventeranno dei reietti dopo la tremenda sconfitta cui seguiranno ben tre giorni di lutto nazionale, e molti drammi personali in tutto il Paese: si tolsero la vita chi per la delusione, chi perché aveva perso tutto scommettendo i propri averi sulla vittoria della Seleção, alla fine sarebbero stati certificati 34 suicidi e 56 morti per arresto cardiaco in tutto il paese. I giornalisti brasiliani descrissero il Maracanazo come a pior tragédia na história do Brasil (la peggiore tragedia nella storia del Brasile) e lo scrittore brasiliano Nelson Rodrigues lo definì Nossa Hiroshima (la nostra Hiroshima).

Il goal di Pepe Schiaffino pareggia, quello successivo – segnato da El Verdugo Ghiggia – condannerà il Brasile alla sconfitta e Barbosa all’emarginazione, una vicenda crudele che ha fatto di una persona degnissima il capro espiatorio di una tragédia, uccidendolo.14

Inoltre la federcalcio decise di cambiare i colori della divisa della Seleção, una maglietta bianca con colletto blu, pantaloncini e calzettoni bianchi, sostituendoli con la casacca Verde e Amarela, che tutti conosciamo. Addirittura, al colmo dell’assurdo, si stabilì di non convocare mai più un portiere di colore, ritenendola una caratteristica di cattivo auspicio, per aver identificato in Moacir Barbosa il principale responsabile della tragédia, mentre era unanimemente considerato il miglior portiere della sua epoca: coraggioso e dotato di senso della posizione. Sfortunatamente per i suoi colori – dopo un rendimento impeccabile, durato tutto lo svolgimento della competizione – Barbosa si fece sorprendere da un tiro di Alcides Ghiggia, aspettandosi un cross anziché la conclusione in porta, che invece fisserà il risultato sul 2-1 in favore dell’Uruguay, condannando il Brasile. L’atleta verrà emarginato e isolato, considerato da tutti uno sciagurato, cadrà in depressione, dichiarando spesso, prima di morire per un attacco cardiaco: “la sentenza più pesante in Brasile è trent’anni, ma la mia prigionia ne è durata cinquanta per un crimine che non ho mai commesso”. Va detto comunque che la fiducia dei brasiliani nella loro vittoria del Mondiale si poggiava – oltre che sul fattore campo – sull’elevato livello tecnico della loro nazionale, divennero poi forti più di certezze che di speranze dopo aver assistito all’eliminazione dell’Inghilterra, che partecipava per la prima volta alla rassegna iridata, ed era arrivata in Brasile come una delle favorite – se non la favorita – al titolo. Infatti, la nazionale inglese allenata dal 1947 da Walter Winterbottom, aveva collezionato ben 22 vittorie sulle 29 partite disputate in preparazione, e che vittorie: 8-2 contro l’Olanda ad Huddersfield, 10-0 contro il Portogallo a Lisbona, 5-2 contro il Belgio a Bruxelles, 6-0 contro la Svizzera a Londra e 4-0 con l’Italia a Torino, contro la formazione campione del mondo in carica, che nella circostanza schierava per gran parte i giocatori del Grande Torino.

The Miracle of Belo Horizonte: il protagonista Joe Gaetjens portato in trionfo dopo aver affondato la corazzata dell’Inghilterra, con un magnifico goal di testa.15

Ebbene, anche gli inglesi avranno il loro Maracanazo nel 1950, passato alla storia come The Miracle of Belo Horizonte. La più grande sorpresa del Mondiale infatti arriverà della fase preliminare, quando i supposti maestri dell’Inghilterra, dopo l’esordio vittorioso contro il Cile, perderanno incredibilmente contro gli Stati Uniti, in quello che è considerato uno dei più grandi upset della storia della competizione e persino del calcio mondiale: i nordamericani infatti erano dei dilettanti e contavano su una squadra formata principalmente da postini, lavapiatti e immigranti, e proprio uno di loro – tale Joe Gaetjens, nato ad Haiti – segnò il goal della vittoria yankee, alla quale molti tifosi inglesi, leggendo i quotidiani l’indomani, non vollero credere, immaginando un refuso di stampa, addirittura il segretario generale Joe Barriskill, alla lettura del telegramma che avvisava la federazione statunitense della vittoria, rimase talmente incredulo che decise di telefonare in Inghilterra alla The Football Association – che non la prese benissimo – per sincerarsi della veridicità della notizia, anche perché addirittura The New York Times si era rifiutato di pubblicare il risultato della partita credendola una fake news. Molti inglesi ritengono quello il momento più scioccante nella storia sportiva dei Lions, tanto che la loro nazionale, che aveva giocato l’incontro indossando una casacca azzurra, non vestirà mai più questo colore.

Eduardo Galeano, giornalista, scrittore e saggista uruguaiano, una delle personalità più autorevoli e stimate della letteratura latinoamericana, mentre sfoglia uno dei suoi capolavori.16

Un esemplare di Superball è esposto come ricordo della storica vittoria contro l’Inghilterra presso la National Soccer Hall of Fame di Oneonta, in prossimità di New York City: il museo, istituito al fine di omaggiare tutti coloro che abbiano contribuito in maniera significativa all’immagine del calcio negli Stati Uniti, come gli atleti che disputarono il mitico campionato NASL – la North American Soccer League – negli anni Settanta del secolo scorso, per esempio Franz Beckenbauer, George Best, Roberto Bettega, Giorgio Chinaglia o Pelé, conserva fra i cimeli, per l’appunto, il pallone sin tiento che agli inglesi andò di traverso, quel 29 giugno del 1950. C’è un libro che qualsiasi appassionato di calcio (e letteratura) metterà sempre nella classifica dei più belli mai scritti attorno al pallone: è El fútbol a sol y sombra di Eduardo Galeano, in italiano Splendori e miserie del gioco del calcio. Lì il grande scrittore e saggista uruguaiano, fra le più autorevoli personalità sudamericane, racconta un aneddoto. Un giornalista chiese alla teologa tedesca Dorothee Solle: “Come spiegherebbe a un bambino che cos’è la felicità?” “Non glielo spiegherei,” rispose, “gli darei un pallone per farlo giocare». Un pallone, appunto.


Immagini digitali e/o fotografie utilizzate:
(1). immagine estratta da internet che riproduce una fotografia dove è ritratto George Orwell, non sono stato capace di risalire all’autore né all’anno, tuttavia è realizzato prima del 1950 e pertanto di pubblico dominio ai sensi delle vigenti norme; (2). immagine estratta da internet che ritrae una fotografia della tribuna e di una porzione del campo di Sandygate Road, realizzata da Neil Theasby, il 10 agosto 2010; (3). immagine estratta dal sito https://www.thesun.co.uk/ dove compare una fotografia che ritrae una formazione dello Sheffield FC, forse prodotta nell’anno 1876 da autore sconosciuto ed evidentemente di pubblico dominio; (4). riproduzione di una fotografia presa sulla pubblica via di un oggetto materiale e priva di carattere creativo, estratta da internet dove non è stato possibile risalire all’autore né all’anno di realizzazione, comunque di pubblico dominio; (5). riproduzione di fotografia estratta dal sito https://it.m.wikipedia.org/ dove non è stato possibile ricavare indicazioni utili circa l’autore e/o la provenienza della foto che tuttavia è dichiarata di pubblico dominio; (6). riproduzione di fotografia estratta dal sito https://it.m.wikipedia.org/ dove non è stato possibile ricavare indicazioni utili circa l’autore e/o la provenienza della foto che tuttavia è dichiarata di pubblico dominio; (7). riproduzione di una fotografia estratta dal sito http://www.calciostoricofiorentino.it/ dove non è stato possibile ricavare indicazioni utili circa l’autore e/o la provenienza della foto che tuttavia sembra di pertinenza del Comune di Firenze; (8). riproduzione di una fotografia di una formazione del Genoa, estratta dal sito https://it.m.wikipedia.org/ dove non è stato possibile ricavare indicazioni utili circa l’autore e/o la provenienza della fotografia che tuttavia è datata 2 marzo 1924 e dichiarata di pubblico dominio; (9). riproduzione di una fotografia della pubblica piazza e di un oggetto materiale, priva di carattere creativo, estratta da internet dove non è stato possibile risalire all’autore né all’anno di realizzazione; (10) riproduzione di una fotografia che ritrae una formazione del Club Nacional de Montevideo, estratta dal sito https://es.m.wikipedia.org/ dove non è stato possibile ricavare indicazioni utili circa l’autore e/o la provenienza della fotografia che tuttavia è datata 10 settembre marzo 1905 e dichiarata di pubblico dominio; (11). riproduzione di una fotografia che ritrae Mario Kempes, estratta dal sito https://es.m.wikipedia.org/ dove non è stato possibile ricavare indicazioni utili circa l’autore della fotografia che tuttavia è datata 25 giugno 1978 e proviene dalla fonte di El Gráfico, dichiarata di pubblico dominio; (12). riproduzione di fotografia di un oggetto materiale e priva di carattere creativo, estratta da internet dove non è stato possibile risalire all’autore né all’anno di realizzazione, comunque di pubblico dominio; (13). riproduzione di fotografia priva di carattere creativo, estratta da internet dove non è stato possibile risalire all’autore né all’anno di realizzazione, comunque anteriore al 1950 e di pubblico dominio; (14). riproduzione di fotografia, estratta da internet all’indirizzo https://amp-ar.marca.com/claro/futbol-internacional/ dove non è stato possibile risalire all’autore, realizzata il 16 luglio 1950 e di pubblico dominio; (15). riproduzione di fotografia, estratta dal sito internet https://fifa.com/worldcup/news/, dove non è stato possibile risalire all’autore, ma la fonte è Getty Images, mentre l’anno di realizzazione il 1950 e quindi di pubblico dominio; (16). riproduzione di fotografia, estratta dal sito internet https://polemon.mx/galeano-y-el-futbol/ dove non è stato possibile risalire all’autore né all’anno di realizzazione, ma la fonte sembrerebbe Marca.

Categorie
Calcio Cinema Cultura Letteratura Sport

Un blog sul calcio? È da esibizionisti. Tuttavia, nessuno può cambiare di passione.

El secreto de sus ojos è un grande film. Una pellicola argentina da suggerire e consigliare agli amici, che in Italia è distribuita come Il segreto dei suoi occhi. Il titolo è la traduzione letterale in italiano di quello originale. Fortunatamente. Nel Belpaese infatti quando si ritiene opportuno tradurre il titolo di un film straniero qualche volta accadono cose a dir poco raccapriccianti: per questioni di marketing, ad esempio, Vertigo di Hitchcock diventò La donna che visse due volte, a causa invece di scelte stilistiche difficilmente comprensibili, per citare un caso emblematico, Domicile conjugal di Truffaut, fu trasformato in Non drammatizziamo… è solo una questione di corna.

La locandina originale del film, in castigliano.1

Questo capolavoro, diretto dal regista Juan José Campanella e vincitore del premio Oscar nel 2010 come miglior film straniero, propone una magnifica interprete del personaggio di Irene Menéndez Hastings: l’elegante Soledad Vilamil, attrice e cantante deliziosa, impegnata nei temi del tango e del folk argentino. In quel periodo mi trovavo proprio a Buenos Aires e così oltre all’opportunità di vedere la pellicola in lingua e nel contesto originale, potevo – diretto in Avenida Santa Fe, all’imperdibile El Ateneo Grand Splendid (la seconda libreria più bella del mondo per The Guardian, la prima a detta del National Geographic), acquistare Morir de Amor, il disco più bello della Vilamil, anche quelli successivi successivi sono molto ispirati a dire il vero, ma quell’album per me rimane il migliore. Anche il film è un contenitore di emozioni: inquietudini nascoste tra le mura di stanze buie e palazzi austeri che intrecciano una storia irrisolta raccontata per mezzo di sequenze profonde, che svelano l’anima dei protagonisti e ci interrogano sulla nostra coscienza, come può accadere solo davanti ad uno specchio. Ad un certo punto della narrazione arriva uno dei momenti angolari della storia, quando Guillermo Francella, che dà vita al personaggio di Pablo Sandoval, “siempre borracho” (ubriaco) ma “siempre lúcido”, glielo dice chiaro a Benjamín Espósito, il protagonista, interpretato da Ricardo Darín, uno degli attori più popolari del cinema argentino contemporaneo, mentre si trovano in uno di quei bar dove gli amici si incontrano, nella realtà il café Only VI, al 700 del Paseo Colón, declamando: “Te das cuenta, Benjamín? El tipo puede cambiar de todo: de cara, de casa, de familia, de novia, de religión, de Dios. Pero hay una cosa que no puede cambiar, Benjamín: no puede cambiar de pasión”.

Sandoval glielo dice chiaro a Espósito: “non puoi cambiare una passione”.2

La pasión, nel caso del film, è quella dell’assassino (ma non svelerò il finale, nessuno spoiler!) per il Racing Club de Avellaneda, el Primer Grande del calcio argentino, che di Grandes ne conosce altri quattro. Puoi cambiare tutto, ammonisce Sandoval: la faccia, la famiglia, la fidanzata, la religione, puoi scegliere un altro dio, però una cosa non la puoi cambiare. Non puoi cambiare di passione. Eduardo Sacheri lo aveva scritto con cognizione di causa nel romanzo La pregunta de sus ojos, da cui è tratta la sceneggiatura del pluripremiato film. Sacheri infatti appartiene a quella schiatta di scrittori, e molti sono argentini, capaci di coniugare la letteratura e lo sport, come Roberto Fontanarrosa, Dante Panzeri, Juan Sasturain e Osvaldo Soriano, e di raggiungere vette altissime, utilizzando il fútbol come una scusa per parlare della vita, dei grandi temi, come di quelli, non meno essenziali, della quotidianità.

Nadie puede cambiar de pasión. Questa affermazione di Sacheri si associa nei miei ricordi al pensiero di Javier Marías, probabilmente il più importante scrittore spagnolo contemporaneo, grande accademico di Spagna, ammirato dalla critica e dal pubblico per romanzi come Domani nella battaglia pensa a me, Nera schiena del tempo, Tutte le anime, Così inizia il male, Un cuore così bianco, e molti altri capolavori, tutti tradotti e pubblicati in Italia a cura dell’editore Einaudi. Questo gigante della letteratura mondiale – autentico merengue, per i non addetti ai lavori: si tratta del soprannome degli irriducibili tifosi del Real Madrid – nel suo magistrale Selvaggi e sentimentali, opera imperdibile per leggere di calcio ad un livello più alto, osserva: “la sola cosa che non sembra negoziabile, mentre tutto è soggetto a cambiamento, anche più di uno, dalle abitudini ai gusti letterari, dalla moglie o dal marito al partito politico, è la squadra per cui si tifa”, definendo la Liga – il massimo livello del campionato spagnolo, omologo della nostra Serie A – in un articolo apparso su El País nel 1992, con quello che dovrebbe essere il motto di ogni competizione sportiva: “il recupero settimanale dell’infanzia”.

La tifoseria del Racing allo stadio Presidente Perón, conosciuto come El Cilindro.3

Considerato da molti intellettuali di sinistra alla stregua di un oppiaceo o nella migliore delle ipotesi una distrazione un po’ volgare, personalmente ho sempre trovato poco convincenti le critiche formulate per ragioni ideologiche di chi vuole negare il valore del gioco e il suo fascino nei confronti delle masse, a me il calcio sembra una magnifica pasión, oltre ad essere, non lo trascurerei perché si tratta di un dato di fatto, l’argomento di discussione più diffuso al mondo. Certo, nessuno deve dimenticare la partita più seria, quella della vita, al confronto della quale il calcio può essere considerato, al limite, la prima cosa fra tutte le cose meno importanti, ma Enrico Berlinguer, segretario del PCI, in un intervista del 1975 apparsa su Tuttosport, a Gianpaolo Ormezzano che gli chiedeva se è vero che lo sport è responsabile di “ottundere le coscienze, di favorire l’alienazione delle masse”, rispondeva così: “Non penso che l’operaio, se alla domenica va allo stadio, al lunedì sia meno preparato ad affrontare i problemi del lavoro, le battaglie sindacali. Non voglio dire con questo che la domenica allo stadio giovi alla politicizzazione dell’operaio, ma non spartisco la paura per le conseguenze di questa sua vacanza festiva”.

Pier Paolo Pasolini invece si innamora perdutamente del calcio a Bologna. È qui, durante il liceo, che gioca per ore e ore a pallone, sui campi d’erba fuori porta, con la fortuna di assistere dalle tribune dello stadio felsineo alla vittoria di ben quattro scudetti da parte del Bologna FC, “lo squadrone che tremare il mondo fa”, in quegli anni all’apice, mai più raggiunto, della propria storia. Grazie alla ricerca attenta, documentata e appassionata di Valerio Curcio, che ha prodotto un libro magnifico, edito dalla Compagnia Editoriale Aliberti, Il calcio secondo Pasolini, è possibile apprezzare le riflessioni di uno dei massimi pensatori contemporanei che nel suo tempo riesce a vivere con piacere la contraddizione di intellettuale impegnato che ama uno sport da molti considerato “oppio dei popoli”. Pasolini osservava il calcio dai campetti di periferia fino alla Serie A, appassionandosi talvolta alle sfide tra i palazzi di periferia, talvolta nel tifare il suo Bologna, sempre con attenzione sociologica nel considerare la partita allo stadio come l’ultimo rito sacro dell’età contemporanea: “I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. Allora, il Bologna era il Bologna…”

Pasolini si veste coi colori del “suo” Bologna.4

Albert Camus, un vero e proprio outsider nell’élite intellettuale parigina del primo Novecento, che vincerà il Nobel per la letteratura nel 1957, amava ripetere, e non solo per destabilizzare i suoi interlocutori: “le peu de morale que je sais, je l’ai appris sur les terrains de football et les scènes de théâtre qui resteront mes vraies universités”. Questa citazione, non si limitava ad unire l’elemento teatrale a quello calcistico, alla Pasolini, è proprio il caso di ricordarlo, ma sottolineava l’estraneità dello scrittore francese al gran mondo accademico, che infatti lo guardava con sufficienza: gli piaceva troppo parlare di calcio, al giovane Camus, dicevano.

Non poteva essere altrimenti. Il ragazzo, cresciuto in Algeria in seno a una poverissima famiglia di Pieds-Noirs, era un eccellente portiere e, fino a quando la tubercolosi non distruggerà in lui ogni ambizione personale sportiva, la sua “vera università” era stata l’area piccola, quella di pertinenza dell’estremo difensore, all’interno dell’area di rigore. Non deve stupire quindi l’affermazione di Camus, considerata frivola: “non c’è luogo al mondo in cui l’uomo sia più felice che in uno stadio di calcio”, guardandolo con sospetto, per quella che veniva ritenuta una provocazione. Tuttavia, una chiave di lettura ce la offre l’uomo politico che i suoi compagni chiamavano il Migliore: narrano i bene informati infatti che Palmiro Togliatti ogni lunedì mattina chiedesse a Pietro Secchia, che cosa avesse fatto la Juve il giorno prima; se il malcapitato non aveva la risposta pronta, l’iconico segretario del PCI, usava rimbrottare, rimproverando il più ambizioso e agguerrito fra i dirigenti del suo Partito: “E tu, pretendi di fare la rivoluzione senza sapere i risultati della Juventus?”

Il tipico “Bar Sport”, il massimo della vocazione comunitaria italiana.5

Perché scrivere un blog, quindi? Oltre al diploma di ragioniere e alla laurea in giurisprudenza, ho conseguito un master universitario in diritto tributario. Il dato, relativo alla mia formazione, spiega perché esercito la libera professione di avvocato in quelle materie legate agli aspetti giuridicamente rilevanti delle attività economiche e perché sono interessato ai temi della gestione, dell’organizzazione e del controllo, in una parola della governance, anche delle società sportive. Dopo aver evocato tanti intellettuali irraggiungibili, tuttavia, la pretesa di scrivere qualcosa di interessante per il prossimo assume i connotati della vanità. L’avvocato-cantautore astigiano Paolo Conte, che ha nominato migliore giocatore di sempre non Maradona o Pelé, non Messi o Ronaldo, ma l’ungherese Ferenc Puskás, recita nella splendida canzone Bartali, dedicata al grande ciclista toscano: “È tutto un insieme di cose”, riferendosi a una certa situazione emotiva. Ecco la risposta più sincera, quella che mi soccorre: un insieme di cose, forse un po’ per esibizionismo, certamente un po’ per sentimentalismo. Uno dei miei punti deboli poi, una delle mie passioni, è il piacere sottile di divagare gustosamente saltando di palo in frasca, come si fa con gli amici di sempre, magari in uno dei tanti Bar Sport delle nostre città o dei nostri paesi, luoghi dove si poteva stare insieme per divertirsi, luoghi non solo di cori e risate, ma anche di attenzione e silenzio. Il silenzio necessario per raccontare e ascoltare.

Veritas veritatis et omnia veritas. Eccola la verità. Si tratta di provare a condividere questa pasión, e scriverne nel modo in cui mi piacerebbe parlarne e leggerne, offrendo il risultato delle mie suggestioni al prossimo, raccontandole e invocando una sola attenuante: “A tutti i poeti manca un verso”. Il senso del proverbio toscano è chiaro: l’errore è cosa umana, ed è segno di grande presunzione credere di sottrarvisi e di essere infallibile. A questo punto il dado è tratto, come si ripete dai tempi antichi nell’intraprendere un’azione irrevocabile. Secondo Svetonio il motto l’avrebbe pronunciato Cesare al passaggio del Rubicone, ma nella forma imperativa iacta alea esto: si getti il dado!

Paolo Conte preferisce l’eleganza della scuola magiara.6

Si getti il dado, dunque! Sono troppe le storie di sport da raccontare, meglio se con l’attenzione dello storico e la sensibilità del narratore, e ci sono tante storie di uomini al loro interno, e quindi di altre donne e altri uomini che nell’incrocio con la Storia più grande passano del tempo a discutere, emozionarsi e incitare la loro squadra del cuore o il loro atleta preferito, in una spirale di metanarrazione che i francesi chiamano à colimaçon, come il vortice di una scala a chiocciola, appunto. È così, scoprendone i connotati epici e collettivi, quindi davvero sportivi, che ogni storia diventa una pasión, e si trasforma nell’occasione per guardare a se stessi e al mondo, alla natura umana e al suo sistema, perché, in sintonia con le parole di Javier Marías, e per tornare al calcio: “se perdere o vincere una partita non viene vissuto come un evento cruciale, e con una trama e una storia, con una svolta o una catastrofe, che riguarda il passato, il presente e il futuro, la dignità e il decoro e, naturalmente, la faccia con cui uno si alza l’indomani, allora lasciamo perdere…”

Immagini digitali e/o fotografie utilizzate:
(1). riproduzione della locandina del film “El secreto de sus ojos” prodotto da Haddock Films, Tornasol Films, 100 BaresTelefeTelevisión Española (TVE) e Canal+ 1, estratta dal sito https://uncafeydosclaquetas.wordpress.com dove non è stato possibile ricavare altre indicazioni circa la provenienza della foto.
(2). riproduzione estratta dal sito https://lmdiario.com.ar/amp/81738/cerro-el-bar-que-se-hizo-famoso-por-el-secreto-de-sus-ojos  dove non è stato possibile ricavare altre indicazioni sulla provenienza della foto.
(3). riproduzione estratta dal sito https://www.rivistaundici.com/2019/04/05/racing-campione-argentina/ dove la foto viene attribuita a Marcelo Endelli e Getty Images.
(4). riproduzione estratta dalla foto di copertina del volume di Valerio Curcio “Il calcio secondo Pasolini”, Compagnia Editoriale Aliberti, 2018, che ritrae Pasolini prima della partita tra il cast di Salò e le vecchie glorie del Bologna FC ad opera di Paolo Ferrari.
(5). riproduzione estratta dal sito https://www.rivistacontrasti.it/bar-sport-calcio-italia-stadio-tifosi-stefano-benni/ dove non è stato possibile ricavare altre indicazioni circa la provenienza della foto.
(6). riproduzione estratta dal sito https://www.rockit.it/articolo/paolo-conte-snob-recensione-testi-album ad opera di Gianni Ansaldi.