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Rigore è quando arbitro fischia, da Belfast a Savona fino al cucchiaio del Marakana. Qualcuno tuttavia l’ha dovuto inventare, prima.

La proposta cosiddetta irlandese a suo tempo aveva suscitato derisione e successivamente, una volta formalizzata all’International Football Association Board nel 1890, un moto di profonda indignazione da parte dei conservatori vittoriani. Tuttavia, dopo un anno di accese discussioni, l’idea di William McCrum prevaleva su ogni argomento a contrario e il calcio di rigore così diventava legge.

Il busto dedicato a William McCrum, pessimo calciatore e ancora peggiore uomo d’affari, l’inventore del penalty era nato a Milford il 20 febbraio del 1865.

William era il figlio del milionario (in sterline dell’epoca) Robert Garmany McCrum, un ricchissimo industriale tessile del diciannovesimo secolo, fondatore della McCrum, Watson & Mercer, che da Belfast controllava il mercato del lino nell’Impero britannico e attraverso gli uffici di Londra faceva affari in ogni angolo del pianeta. Fra le altre cose, la grande azienda manifatturiera fondata da McCrum aveva costruito e inaugurato nel 1808 un villaggio modello – denominato Milford – che si trovava a circa settanta chilometri da Belfast, nella contea di Armagh, una città capoluogo di grande importanza per il cristianesimo irlandese. La tradizione infatti attribuisce la fondazione e la creazione di quel vescovado addirittura a San Patrizio, niente meno che il patrono d’Irlanda, e proprio ad Armagh si trovavano le dimore dell’arcivescovo della Chiesa cattolica e di quello della Chiesa anglicana, entrambi primati d’Irlanda.

Nella contea di Armagh, in questo pubblico giardino di Milford, al centro del quale si trova il busto in onore di McCrum, un tempo la squadra locale giocava al football.

Il giovane William dopo aver completato gli studi a Dublino, presso il prestigioso Trinity College, e frequentato gli uffici londinesi di McCrum, Watson & Mercer, deluse le aspettative del padre che si rese conto di non potergli affidare gli affari di famiglia e quindi lo lasciò libero di viaggiare per l’Europa. Spesso anzi fu costretto a intervenire per pagare gli ingenti debiti di gioco accumulati dal figlio, che nel frattempo era diventato un assiduo frequentatore del Casino e del Grand Théâtre di Monte Carlo e un ammiratore de Les Ballets nell’effervescente Principato di Monaco. Quando non si trovava in Costa Azzurra a divertirsi, il giovane McCrum esercitava come giudice di pace ad Arlagh, giocava a scacchi e si occupava di rappresentare alcuni circoli sportivi, come il Milford and Armagh Cricket Club e l’Armagh Rugby Football Club, giocando anche al football – come portiere – per il Milford Everton Football Club. Con questo sodalizio William parteciperà alla prima stagione del campionato di Belfast e dintorni (oggi riconosciuto come la prima edizione del campionato nazionale nordirlandese di calcio) nel 1890/91, quando il Milton Everton si classificherà all’ultimo posto in classifica perdendo tutte le quattordici partite del torneo e retrocedendo, dopo aver segnato solo 10 gol e soprattutto subito la bellezza di 62 reti.

La classifica finale del primo campionato nordirlandese, all’epoca in realtà si trattava del torneo – comunque ufficiale – fra le squadra del capoluogo Belfast e dintorni.

Probabilmente stando in porta durante le partite William aveva riflettuto circa l’opportunità di contenere o almeno limitare la violenza rivolta dai difensori agli avversari che si approssimavano alla porta. A tal fine ritenne opportuno – in un football che, all’epoca, conosceva solo la punizione indiretta – studiare una sanzione efficace e pensò si dovesse attribuire un tiro libero, calciato direttamente in porta da una distanza di circa 12 yard di fronte al portiere, ogni volta che il difensore esagerava e la vigoria trascendeva in una scorrettezza. Questa regola, nelle intenzioni del suo ideatore, sarebbe servita allo scopo di castigare severamente la squadra del giocatore colpevole di impedire con ogni mezzo alla squadra all’attacco di segnare un gol, inducendo così i difensori ad una maggiore cautela, contrastando gli avversari con la tecnica piuttosto che atterrarli con la violenza. La massima punizione sarà stata sperimentata sul campo da gioco del Milford Everton, fra le case dell’omonimo sobborgo, e proprio lì in quello che oggi è un parco urbano, è stato collocato il busto dedicato all’ideatore del rigore dove si legge, precisamente, William McCrum Inventor of the Penalty Kick, a perenne ricordo di un uomo che – da un borgo di poche centinaia di abitanti – ha contribuito all’evoluzione del gioco che sarebbe diventato il più diffuso e praticato al mondo.

Il villaggio di Milford, poche centinaia di anime, si trova a pochi chilometri dal confine che separa l’Irlanda del Nord, l’Ulster appartenente al Regno Unito, dalla Repubblica di Irlanda – l’Eire – e tuttavia al centro del mondo di ogni appassionato di football.

Grazie al suo prestigio familiare William McCrum ottenne facilmente l’impegno della Irish Football Association che attraverso il suo delegato si fece promotrice dell’istanza di adottare il penalty fra le “regole del gioco”, rivolta all’International Football Association Board, durante il general meeting annuale del 1890. Questo ente era stato creato a Manchester il 6 dicembre 1882 dalle federazioni del football inglese, irlandese, scozzese e gallese, perché dopo le Sheffield Rules, il primo sistema di regole del calcio moderno, molti altri club e federazioni calcistiche stilavano le proprie e queste si aggiungevano le une alle altre senza cancellarsi a vicenda: ciascuna federazione poteva infatti liberamente decidere quale sistema di regole adottare. Un vero casino, insomma. L’IFAB – questo l’acronimo con cui è conosciuto nel mondo – ancora oggi si riunisce annualmente in una sede itinerante e ancora oggi, composto dalle quattro federazioni fondatrici, cui si è aggiunta la FIFA che vi ha aderito, è deputato a custodire le Laws of the Game, modificarle ed eventualmente deliberarne di nuove a livello internazionale e nazionale, vincolando alla loro osservanza tutte le federazioni, organizzazioni e associazioni calcistiche, e attraverso pubblicazioni periodiche superare ogni incertezza e portare le “regole del gioco” a conoscenza di tutti gli interessati.

L’IFAB non ha più sede a Londra ma a Zurigo, e tuttavia ogni anno continua a riunirsi in una diversa località dove organizza il suo general meeting, all’inedito del quale pubblica, aggiornandole quando occorre, le Laws of the Game.

E così avvenne al termine di un lungo dibattito il 2 giugno 1891 all’Annual General Meeting tenutosi presso l’Alexandra Hotel di Glasgow, quando la mozione dell’irlandese divenne la regola numero 14 superando le rimostranze in particolare degli inglesi, che giudicavano la deroga alla punizione indiretta e l’introduzione del penalty un implicito riconoscimento che i giocatori si comportavano o potevano deliberatamente agire in modo antisportivo al solo fine di danneggiare il loro avversario, anziché accettarne la superiorità, violando così l’ideale vittoriano dello sportivo dilettante e gentiluomo. In particolare protestò in modo clamoroso il Corinthian Football Club, celebre sodalizio dell’epoca, impegnato nella diffusione del calcio e degli ideali più alti di competizione e partecipazione, dichiarando che i propri giocatori avrebbero calciato volutamente a lato ogni penalty eventualmente concesso a loro favore e che il proprio portiere non proverà mai a intercettare nessun rigore fischiato contro. Secondo i corinthians infatti – dei gentlemen prestati al pallone – dovrebbe essere assodato che chi scende in campo lo fa per misurarsi lealmente con gli avversari e non per infrangere intenzionalmente le regole. In seguito comunque all’introduzione del rigore arrivarono dall’IFAB altre importanti innovazioni, per quanto riguarda la struttura stessa del gioco: le misure del terreno di gioco, la linea di metà campo (esisteva soltanto il cerchio centrale per la distanza sul calcio d’inizio), l’area di rigore con annessa l’area di porta (per posizionare il pallone in caso di calcio di rinvio), la nascita dei calci di punizione diretti (dai quali era possibile segnare direttamente una rete) e così via, mentre a Springfield negli Stati Uniti James A. Naismith scriveva le prime 13 regole fondamentali del gioco della pallacanestro, organizzando la prima partita sperimentale del nuovo sport, nel college dove insegnava educazione fisica, il 21 dicembre proprio di quel 1891.

Il FC Corinthian si proponeva di mantenere come valori chiave della sua attività la correttezza e la sportività e rimase in quell’epoca pionieristica la squadra più forte del suo tempo annoverando fra le sue file la maggioranza dei nazionali inglesi.

Da lì, alla roulette russa della “sessione” dei calci di rigore bisognava però attendere ancora mezzo secolo. Oggi infatti, in caso di parità dopo i tempi supplementari, quando in palio c’è una finale, oppure ci troviamo in fase di eliminazione diretta, si arriva ai tiri dal dischetto: cinque penalty per squadra (almeno nella prima serie) affidati ciascuno ad un rigorista diverso, che determinano la vittoria o la sconfitta in quel breve spazio di 11 metri dal dischetto alla linea di porta. Lo diamo per scontato, ma non è stato così da sempre, tuttavia. Nell’estate del 1962, in prossimità del Trofeo Ramón de Carranza, prestigioso appuntamento agostano che si ripete dal 1955 nella città andalusa di Cadice, dove si affronta(va)no allo scopo di preparare l’imminente stagione agonistica club molto quotati, il giornalista spagnolo Rafael Ballester, scrisse un articolo sul Diario de Cádiz, un autorevole giornale andaluso, gettando il sasso nello stagno. Egli deplorava la scelta di decidere le partite terminate in parità tramite il lancio di una moneta, definendola una pratica sommamente ingiusta, e inducendo gli organizzatori a chiedergli allora d’inventarsi una soluzione alternativa, visto che rigiocare le partite sarebbe stato improponibile. Fu così che Ballester suggerì la “lotteria” dei calci di rigore, e riscrisse il regolamento del torneo gaditano.

Il FC Barcellona vincitore del Carranza che l’annata precedente – dopo aver eliminato l’imbattibile Real Madrid dalla competizione europea – aveva perso a Berna la finale della Coppa dei Campioni contro i portoghesi del Benfica.

Così quando la domenica del 2 settembre 1962 il Barcellona e il Real Saragozza pareggiarono in finale, tutto era già predisposto: una delle due squadre avrebbe tirato cinque calci di rigore di fila e, a seguire, la stessa cosa avrebbe fatto l’altra. La  prima serie finì in pareggio, allora László Kubala, ex grande giocatore e allenatore degli azulgrana, propose si tirasse una seconda serie, ma l’allenatore del Real Saragozza, anch’egli un grande ex calciatore, César Rodríguez Álvarez, pretese che nella seconda serie i tiratori non cambiassero. Alla fine il Barcellona prevalse, e senza commettere errori, mentre l’attaccante del Saragozza, il brasiliano Adrualdo Barroso da Silva, conosciuto come Duca, sbagliò l’ultimo tiro. Il Barça quindi – nello stesso giorno in cui l’Unione Sovietica decideva di armare Cuba per difenderla dagli Stati Uniti – si portava a casa il magnifico trofeo d’argento assegnato ai campioni di quel torneo al quale avevano partecipato, non solo gli sconfitti in finale del Saragozza, che due anni dopo vinceranno la Copa del Generalísimo (attuale Coppa del Re, equivalente alla coppa nazionale) e la Coppa delle Fiere (poi ridenominata Coppa UEFA, l’attuale Europa League), ma niente meno che l’Inter di Milano, guidata dal mago Helenio Herrera, capace di vincere lo scudetto nella stagione a venire e così inaugurare il ciclo della Grande Inter e il San Lorenzo de Almagro, una delle più forti squadre argentine, guidata dal grande José Sanfilippo, all’epoca uno dei più prolifici attaccanti di tutto il Sudamerica.

Stampa aragonese si dà conto della sconfitta della squadra di casa, il Real Saragozza, nella finale decisa ai rigori del prestigioso trofeo estivo Carranza.

Il tema è insidioso, trattandosi di attribuire un primato. Francamente non intendo assumere tanta responsabilità ma forse si può riconoscere al Carranza la palma di primo trofeo – fra i professionisti – assegnato per effetto del successo di una squadra sull’altra nella “lotteria” dei rigori. Infatti, se è vero che al mitico stadio Municipal de Riazor, il 26 maggio del 1955, il Deportivo de la Coruña e il club brasiliano del Vasco da Gama, in tournée in Europa, si contesero un trofeo in onore dello sportivo galiziano Julián Cuenca Sánchez, stabilendo che in caso di parità avrebbero deciso la sfida a la tanda de penaltis – per citare l’espressione spagnola apparsa sulla stampa dell’epoca – ciò semplicemente non accadde, perché i funamboli carioca vinsero per 6-1 ma al termine dei novanta minuti regolamentari, aggiudicandosi così il trofeo senza ricorrere ai rigori, benché previsti dal regolamento dell’incontro. Vale la pena altresì di riportare testimoniare un aneddoto ascoltato tanto tempo fa, romantico quanto suggestivo, proveniente dalla Liguria terra così ricca di tradizione sportiva. Mi riferisco al ricordo del cosiddetto Torneo dei Bar, disputato a Savona sul vecchio campo della Valletta a partire dall’estate del 1962, una appuntamento estivo amatoriale che rappresentava il “clou” della stagione calcistica a Savona, quando un folto pubblico di spettatori, assiepati nella tribunetta dell’impianto sportivo oppure sparpagliati attorno alla rete di recinzione del campo, si riuniva per assistere alla finalissima tra la squadra dei “Bagni Nilo” opposta a quella del “Bar Sport” di Legino. La sfida, allo spirare dei regolamentari novanta minuti, terminerà sul 2-2. Supplementari senza esito e poi calci di rigore, in luogo del classico sorteggio con la monetina: l’ultimo tiro tocca a un certo Merengone del “Bar Nilo”, ma il portiere avversario, un tale Camici, gli blocca il pallone destinato all’angolino, consegnando l’ambita coppa ai bianchi di Legino, un quartiere situato nella periferia ovest di Savona e che si estende in parte in pianura e in parte in collina, sul confine naturale con il comune di Quiliano, e contestualmente stabilendo un primato. Forse. La finale Bar Sport Legino-Bagni Nilo si giocò, infatti, il 29 luglio 1962 in anticipo di più di un mese di quel Barcellona–Real Saragozza che è considerata la partita capostipite della “lotteria dei rigori”.

La squadra del Bar Sport di Legino che si aggiudicherà in quel di Savona il cosiddetto Torneo dei Bar nel 1962 prevalendo ai calci di rigore sulla formazione avversaria dei Bagni Nilo.

Come che sia, l’invenzione dei tiri di rigore espletati dopo i tempi supplementari nei casi di parità è attribuita a un tedesco. Anche se a mio parere sarebbe più appropriato ragionare in termini di “brevetto” invece che di “invenzione”. Celia a parte, Karl Wald è stato un arbitro, nato a Francoforte sul Meno, che aveva ottenuto la licenza nel 1936, quando era appena ventenne, per arbitrare fino al limite di età previsto allora in Germania, 47 anni, ritirandosi quindi nel 1964. Wald non perse mai la passione, neppure durante la Seconda Guerra Mondiale, quando verrà catturato dagli inglesi, all’epoca della liberazione dai tedeschi della Francia occupata, e finirà in un campo di prigionia in Belgio. Un giorno mentre assiste nel centro di detenzione ad una partita di calcio tra ufficiali britannici, si rivolge al direttore di gara, un sergente inglese, e gli chiede se può fischiare lui fino al termine della partita per assicurare ai giocatori un arbitraggio impeccabile, cosa che non smetterà più di fare, anche nel Dopoguerra, quando si farà apprezzare fra i fischietti più stimati della Oberliga Süd, uno dei cinque tornei regionali in cui era diviso il massimo campionato tedesco ai tempi dell’occupazione alleata della Germania. Non riuscirà a debuttare nella nuova Bundesliga, per il limite di età nel frattempo raggiunto, che gli consentirà solo di fare il guardalinee per una partita: l’Eintracht di Francoforte, la squadra della sua città natale, contro il Bayern di Monaco di Baviera, regione dove nel frattempo si era trasferito.

Karl Wald l’arbitro tedesco che “brevetterà” la serie dei calci di rigore convincendo la DFB, la federazione calcistica della Germania,

Nella storia però l’ex direttore di gara entrerà per una “proposta”, formulata il 30 maggio 1970, come delegato del suo distretto, al raduno regionale degli arbitri a Monaco di Baviera. Ha un’idea, animata da una profonda convinzione: sostituire il lancio della monetina, come metodo per decidere chi fosse il vincitore di una partita al termine dei tempi supplementari, con i calci di rigore. La ragione Karl Wald la ripeterà per anni. La monetina secondo lui “è un inganno sportivo, una cosa totalmente stupida”. C’è però un problema. Hans Huber, a quei tempi padre padrone dell’associazione calcio bavarese e vice presidente della DFB, acronimo di Deutscher Fußball-Bund, la Federazione calcistica tedesca, è un oppositore netto dell’innovazione di Wald che tuttavia non si lascia intimidire, e davanti a tutti i delegati insiste così: “… l’ho ascoltata disciplinatamente per alcune ore, ora le chiedo di ascoltare anche me e le mie ragioni, per cinque minuti”. Piovono gli applausi. Huber non può opporsi in un contesto istituzionale come quello e lo lascia parlare, dopodiché decreta 20 minuti di pausa, che diventano trenta, all’esito dei quali l’alto dirigente federale prende la parola: “Signor Wald, la commissione ha deciso di introdurre i calci di rigore a partire dalla nuova stagione. Lei è d’accordo?” E così dalla stagione 1970/1971 i calci di rigore saranno utilizzati nelle competizioni regionali bavaresi e successivamente in Bundesliga e dalla DFB, quindi dall’UEFA e dalla FIFA. Negli anni seguenti proprio la FIFA, per decisione di Sepp Blattter, riconoscerà a Karl Wald il ruolo di “inventore dei calci di rigore” e tre anni dopo la morte dell’ex arbitro, nel 2011, a 94 anni, la città di Penzberg gli dedicherà una via, quella che porta da Nonnenwaldstraße allo Stadion dove Karl Wald era stato tante volte protagonista.

La città di Penzberg dove Karl Wald si era trasferito dopo la Guerra dopo la sua morte gli ha dedicato una strada, e non una qualunque ma quella che conduce allo Stadion dove gioca il 1.FC Penzberg.

20 giugno 1976. Mentre nello spazio la sonda americana Viking I entrava in orbita attorno a Marte, allo stadio Marakana di Belgrado si svolge la finale del Campionato europeo per squadre nazionali: dopo 120 minuti pieni di emozioni la sorpresa Cecoslovacchia e la favorita Germania Ovest, campione del mondo e d’Europa in carica, sono ancora sul risultato di 2-2 e per decidere chi si porterà a casa il trofeo dedicato al primo presidente dell’UEFA, il francese Henri Delaunay, bisogna ricorrere ai calci di rigore. È la prima volta che accade in una grande manifestazione, e l’emozione è palpabile. I primi tiri dal dischetto vanno a segno tutti, fino al turno di Uli Hoeneß. Il campione tedesco del Bayern Monaco, dopo aver preso una gran rincorsa, colpendo troppo sotto il pallone lo proietta molto al di sopra della porta difesa da Ivo Viktor. Così in alto che più di vent’anni dopo der Kaiser Franz Beckembauer avrebbe commentato sarcastico: “Il pallone di Hoeneß?, lo stanno cercando ancora adesso per le vie di Belgrado”. A quel punto è arrivato il momento del cecoslovacco Antonin Panenka.

Sepp Maier è in ginocchio e la Germania Ovest è clamorosamente sconfitta dal colpo sotto di Antonin Panenka, che in tutto il mondo diventerà il nome di quello che noi in Italia chiamiamo cucchiaio.

Come il suo predecessore Hoeneß, anche Panenka aveva preso una rincorsa lunga e potente, ma giunto al dischetto si era fermato di colpo mentre il portiere della nazionale tedesca si stava tuffando da un lato e per l’effetto aveva già perso l’equilibrio. Allora Panenka aveva colpito la palla sotto, prendendo la mira per scodellarla in rete con un tiro centrale a foglia morta che beffa il grande portiere tedesco del Bayern Monaco. Il “cucchiaio” è coraggio e incoscienza. Sberleffo irriverente. Colpo (solo in apparenza) semplice e malizioso. Che esalta, quando va a buon fine. Ma che porta con sé il forte rischio della figuraccia. Francesco Totti – che lo ha fatto scoprire a tutta Italia, battezzando la prodezza che solo noi chiamiamo così nel mondo, con il suo irriverente “Mo je faccio er cucchiaio” rivolto a Gigi Di Biagio indicando Van der Saar durante la semifinale del Campionato europeo fra l’Italia e l’Olanda nel 2000 – di tutto questo aveva coscienza. Eppure ci ha provato. E ci è riuscito. Sepp Maier invece ignorava che Panenka era abituato a questo tipo di exploit per averlo già testato innumerevoli volte in allenamento, e che da un paio d’anni aveva cominciato a tirarli in questo modo anche con la sua squadra, il Bohemians, nelle partite del campionato cecoslovacco. Il club era il più antico fondato a Praga ma era oscurato dalle vittorie in patria delle altre squadre della capitale: lo Sparta, lo Slavia e il Dukla. Certo oggi sembra impossibile, ma anche se Monaco di Baviera e Praga non distavano tra loro che poche centinaia di chilometri, la cortina di ferro ci rendeva pressoché impermeabili a tutte le informazioni, comprese quelle sportive. Così, questa maniera del tutto singolare di battere un calcio di rigore, preferita da questo ancora semisconosciuto giocatore, era rimasta ignota al grande pubblico, e anche all’incolpevole Sepp Maier. Fino a quel momento.

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