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Cattedrali, gru, indipendentisti, leoni e santi: il Pitxitxi e la magia basca dell’Athletic Club.

I baschi sono il gruppo etnico che abita il Paese basco.

La loro lingua – l’euskara – è misteriosa e “isolata”, nel senso che non è dimostrata la sua parentela con altre lingue del mondo. E così l’origine dei baschi, che – oggetto di numerosi studi dal punto di vista etnico, allo scopo di chiarire la provenienza di questa antica popolazione – non è mai stata tracciata. Popolazione singolare anche dal punto di vista biologico, per la presenza in una forte percentuale (oltre il 35%) del gruppo sanguigno “Rh negativo”. Il Paese basco, chiamato Euskal Herria, non va confuso: è un ambiente culturale, ideale e storico, molto più vasto delle singole entità amministrative popolate dai baschi, che sono la comunità autonoma (l’equivalente spagnolo della nostra “regione”) dei Paesi Baschi, sancita dalla costituzione spagnola nel 1978, Euskal Autonomia Erkidegoa in basco, e composta da tre province: Araba, Bizkaia (che noi conosciamo come Biscaglia) e Gipuzkoa, denominate le tre province “storiche”, coi loro tre capoluoghi Vitoria-Gasteiz, Bilbao e Donostia (più conosciuta come San Sebastián); la Navarra, che amministrativamente costituisce una comunità autonoma separata rispetto ai Paesi Baschi, con capoluogo Pamplona (quella dell’Encierro, la corsa dei tori che si celebra per le strade della città durante le festività di San Fermín); le tre province francesi di Labourd, Soule e Bassa Navarra, con città come Bayonne e Biarritz, che formano la zona denominata Iparralde (i Paesi Baschi del Nord), mentre tutto il territorio spagnolo di Euskal Herria viene chiamato Hegoalde (i Paesi Baschi del Sud).

Una delle attività più famose dei Sanfermines di Pamplona è l’Encierro che consiste in una corsa di circa 800 metri coi tori scatenati fra la folla, che ha come punto di arrivo la plaza de toros cittadina per una festa popolare che in realtà è un pericoloso delirio: ogni giorno tra il 7 e il 14 luglio di ogni anno, alle otto del mattino, come l’ha raccontato Hemingway nel suo capolavoro Fiesta.

Nel XIX secolo le province basche, che spesso erano riuscite a resistere ai dominatori delle terre circostanti e comunque anche quando avevano ceduto mai si erano lasciati assimilare, dovettero rinunciare a una garanzia che la corona spagnola non aveva mai messo in discussione: i fueros, privilegi concessi dai re di Castiglia, in base ai quali i baschi non erano soggetti alla leva militare nell’esercito castigliano e godevano di un particolare regime di tassazione. Il concetto del nazionalismo basco si consolidò nell’ambito del movimento carlista e del Romanticismo europeo, battendosi per il mantenimento del sistema dei fueros e delle tradizionali autonomie territoriali contro la centralizzazione promossa dal governo di Madrid. Sabino Arana, proveniente dal movimento carlista, fondò nel 1895 il Partito Nazionalista Basco, la cui ideologia era fondata sulla purezza della razza basca e la sua presunta superiorità morale sulle altre popolazioni spagnole, sull’integralismo antiliberale e cattolico, opponendosi all’immigrazione, conseguente alla rivoluzione industriale, di altri spagnoli nei floridi Paesi Baschi. Arana nato a Bilbao, nel 1865 da una ricca famiglia basca, pioniere del nazionalismo nel 1893 aveva pronunciato il famoso discorso di Larràzabal, dove infiammava i cuori dei presenti enunciando per la prima volta la necessità di rendere indipendente la Biscaglia, ed è l’autore dell’Ikurrina, la bandiera dietro la quale si riconoscono oggi le sette province tradizionali basche, nonché l’inventore della parola Euzkadi per indicare la regione storica abitata da sempre dal popolo basco.

Su sfondo rosso (della Biscaglia), sul quale si sovrappone una croce verde di sant’Andrea, patrono biscagliano, ed una bianca, simbolo della religione cattolica. Nel 1976, prima di un derby basco tra Athletic Club e Real Sociedad, i due capitani portarono in campo una Ikurrina: fu la prima esposizione pubblica della bandiera basca dopo la morte del dittatore Francisco Franco.

Agli inizi del XX secolo il nazionalismo basco si sviluppò in particolare presso la borghesia a Bilbao, sviluppandosi rapidamente e riuscendo a sopravvivere alla dittatura di Miguel Primo de Rivera, consolidando associazioni culturali e sodalizi sportivi, proprio come l’Athletic Club di Bilbao che dal 1912 deciderà di tesserare solo giocatori baschi. Nella guerra civile, iniziata in Spagna nel 1936, la parte maggioritaria del Partito Nazionalista Basco si schierò con la Repubblica spagnola contro la monarchia e il generale Francisco Franco. Venne creato un autonomo governo basco repubblicano che tuttavia nel 1937 si arrese alle truppe italiane alleate del generale Franco, dopo che l’aviazione tedesca, corsa in aiuto dei franchisti, bombardò crudelmente la città basca di Guernica. Una carneficina che ispirò al famoso pittore Pablo Picasso uno dei suoi quadri più famosi, che rappresentò la denuncia più sconcertante di quella nuova forma di terrore proveniente dal cielo, a condizione che fosse risparmiata l’industria pesante e l’economia dei Paesi Baschi che altrimenti sarebbero stati letteralmente rasi al suolo e i baschi dispersi. Con il regime franchista la lingua basca venne proibita negli atti della pubblica amministrazione e sugli organi di informazione, sebbene fosse tollerata in attività culturali o nelle cerimonie religiose e allo stadio, benché l’Athletic Club venisse rinominato “alla castigliana” Atlético de Bilbao, mentre il governo di Madrid favoriva la massiccia immigrazione di popolazione non basca proveniente da altre parti della Spagna, per favorire l’omologazione coi baschi, che intanto osteggiava in ogni modo.

Guernica è un quadro di Pablo Picasso, ispirato dal bombardamento dell’aviazione nazista che rase al suolo la città basca di Guernica, composto in soli due mesi, come messaggio per la pace, la dignità e la libertà degli uomini e delle donne del mondo intero. Molto si è scritto sul valore suggestivo e allegorico dell’opera e sui suoi significati che l’hanno resa un simbolo universale.

Un gran numero di baschi lasciò la propria terra (oggi sono circa tre milioni gli abitanti di Euskal Herria) per emigrare in altre zone del mondo (dove attualmente si stimano essere una quindicina di milioni i baschi o discendenti baschi) durante differenti epoche storiche, principalmente a causa delle persecuzioni politiche sofferte da questo popolo orgoglioso. Il Sudamerica, per tante ragioni, è stata una delle mete più congeniali ai baschi tesi verso la ricerca di nuove opportunità, di un futuro. A tal riguardo Miguel de Unamuno, grande poeta, filosofo, scrittore, drammaturgo e politico spagnolo di origini basche, disse: “Ci sono almeno due cose che possono senz’altro essere attribuite ai baschi: la Compagnia di Gesù e la Repubblica del Cile.” Quanto alla seconda: sappiamo che moltissimi baschi arrivarono in Cile nel corso del XVIII secolo e che grazie alla loro intraprendenza e all’abnegazione al lavoro, riuscirono a scalare le classi sociali, andando a ricoprire ruoli d’élite. A questi si aggiunsero le migliaia di persone in fuga dalla Guerra civile spagnola, terminata nel 1939 con la vittoria di Francisco Franco, che perseguitò gli avversari sconfitti: le stime attuali indicano i cileni di origine basca addirittura il 30% della popolazione totale. Invece, quanto alla prima: sarà l’ultimo di tredici figli, nato attorno al 1491 da una nobile famiglia basca, Iñigo López de Loyola, a fondare l’ordine della Compagnia di Gesù, che si diffuse rapidamente e in maniera straordinariamente vigorosa ovunque nel mondo. In molti paesi della Terra, dal Brasile al Giappone, questo ordine saprà condizionare la società e la politica, al punto da farsi temere e perseguitare. E così fino ai giorni nostri, quando il 13 marzo 2013 è stato eletto il primo pontefice gesuita della storia, così sono conosciuti i membri della Compagnia, come “gesuiti”, il Papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio).

La pelota basca a mani nude è una prova di astuzia, forza e rapidità a dir poco distruttiva. Lanciare con la sola forza delle braccia e del tronco queste palline dure come pietre e veloci come proiettili impone un sacrificio almeno pari alla soddisfazione, che per un basco è immensa.

Lo sport ha ricoperto (e ricopre) da sempre un ruolo fondamentale nella società basca. Storicamente si ricorda la pelota basca, un gioco nato proprio in queste zone, come dichiara il suo stesso nome, e poi diffusosi in seguito in varie parti del mondo attraverso l’emigrazione di tanti baschi che lo considerano il loro sport nazionale. In particolare la pelota a mano nuda è tenuta in alta considerazione dai puristi, perché malgrado la relativa spettacolarità è considerato il gioco per eccellenza, il più duro. I giocatori si esibiscono in uno sferisterio, e praticamente ogni città e paese basco ha almeno un frontón (in spagnolo): il campo regolamentare. Lungo circa trenta metri e delimitato da un muro frontale e uno laterale dove gli atleti devono far rimbalzare la pelota – una palla di legno ricoperta da strati di corda, filo di caucciù, e avvolta nel cuoio caprino, praticamente un sasso del peso di un etto – usando le mani nude o protette da appositi cerotti per lanciarla energicamente contro il muro, al fine di spiazzare l’avversario. Ai baschi tuttavia viene anche riconosciuto il merito della diffusione in Spagna della pratica del football, arrivato via mare in Andalusia, Catalogna e soprattutto nei Paesi Baschi, appunto, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX: la posizione geografica delle città poste sul golfo di Biscaglia infatti favoriva gli scambi commerciali e culturali con il Regno Unito, e gli inglesi, inventori e maestri del nuovo gioco, erano di casa a Bilbao, città ricca di industrie e e commerci, all’epoca primo centro bancario e secondo porto commerciale del regno, nonché capitale dell’industria metallurgico-meccanica spagnola. Oggi su Campa de los Ingleses, la spianata dove a fine ‘800 i ragazzi del Gimnasio Zamacois venivano a guardare proprio quegli inglesi divertirsi a uno strano gioco con il pallone c’è un museo di arte contemporanea situato in un edificio progettato dall’architetto canadese Frank O. Gehry che ha cambiato il modo in cui Bilbao è percepita nel resto del mondo: il Guggenheim.

Questo straordinario edificio, che si riflette sulle acque del Nerviòn, sembra avere la forma di una nave, rendendo così omaggio a Bilbao, progettato da Frank Gehry ospita esposizioni di opere d’arte appartenenti alla fondazione Guggenheim e si è rivelato come uno dei più spettacolari edifici del decostruttivismo.

Principali società calcistiche basche, quelle ai vertici del campionato nazionale spagnolo di calcio, sono il Deportivo Alavés di Vitoria-Gasteiz, la Sociedad Deportiva di Eibar, la Real Sociedad di San Sebastián, l’Osasuna di Pamplona, e quella che potremmo considerare quasi una nazionale basca: l’Athletic Club di Bilbao, squadra fortemente identitaria, celebre per la sua “filosofia”. Una filosofia che da quasi cento anni fa sì che il club utilizzi un bacino ristrettissimo di giocatori: quelli nati nei Paesi Baschi, nell’accezione di Euskal Herria, o cresciuti fin da giovanissimi nel vivaio di un’altra squadra basca. Questo spiega il motivo del legame strettissimo, indissolubile, dell’Athletic con la sua terra. Per un popolo che fu costretto ad affrontare prove terribili durante la dittatura di Franco, il calcio divenne un fondamentale baluardo culturale: mentre le ikastolak, le tradizionali scuole basche, venivano sbarrate, l’uso dell’euskera proibito per legge e ogni simbolo basco vietato, l’Athletic e la Real Sociedad di Donostia-San Sebastián, unite dalla medesima filosofia, rappresentavano per migliaia di persone l’unico mezzo attraverso il quale difendere la propria identità e manifestare la propria natura. Dopo che la Real Sociedad nel 1989 decise di acquistare l’irlandese John Aldridge, l’Athletic rimase l’unico club a utilizzare esclusivamente giocatori del posto, tradizione che si è perpetuata fino a oggi; una perseveranza coraggiosa, forse perfino folle se esaminata con gli occhi del risultato a ogni costo, capace però di conferire alla squadra un’aura di leggenda che si è fatta sempre più forte, resistendo agli effetti che la cosiddetta “sentenza Bosman” ha provocato nel resto del mondo, preservando il fragile equilibrio sul quale si regge il club zurigorri, dove i bilbaini si sono ancor più intestarditi a voler mostrare al mondo la perfetta sostenibilità del proprio modello.

Oggi il (nuovo) San Mamés è uno degli stadi più grandi di Spagna ed è parte della simbologia stessa dell’Athletic Club, il romanticismo degli appassionati per il vecchio impianto infatti è bilanciato dal fatto che questo nuovo, realizzato sul sito del precedente, ha regalato alla vecchia Katedrala il posto d’onore che le compete nella storia.

L’Athletic Club milita nella massima serie del campionato spagnolo, ed è uno dei soli tre club ad aver partecipato a tutte le edizioni della Primera División (l’equivalente della nostra Serie A) gli altri sono il Real Madrid e il FC Barcelona, e dopo di loro è la terza squadra più titolata di Spagna, potendo annoverare nel suo palmarès 8 campionati di massima divisione, 23 Coppe del Re, 3 Supercoppe di Spagna e una Coppa Eva Duarte, per un totale di 35 trofei ufficiali, tutti a livello nazionale. È inoltre quarta per numero di campionati nazionali vinti, dietro a Real Madrid, FC Barcelona e Atlético de Madrid, e non è stata trasformata per legge in una società sportiva, ma insieme a Real Madrid, FC Barcelona e Osasuna soltanto rimane un associazione totalmente in mano ai soci-tifosi, che la governano eleggendo una junta directiva e un presidente, che esercitano il loro mandato nel rispetto dello statuto del club e di tutte quelle regole non scritte che rendono l’Athletic un sodalizio davvero singolare. Ad esempio, per diversi anni e anche dopo l’affermazione degli sponsor tecnici a Bilbao per diverse stagioni hanno auto prodotto le divise sociali e il materiale d’allenamento, e fino al 2008 la maglietta della squadra non era caratterizzata da alcuna sponsorizzazione commerciale, salvo poi consentire solo quelle basche: la “Petronor”, un’azienda petrolifera, con sede a Muskiz in Biscaglia dove possiede importanti raffinerie, registrando peraltro il fastidio dei soci più “ecologisti”, e la “Kutxabank”, una banca, con sede a Bilbao, erede della florida tradizione delle casse di risparmio basche, che pure ha creato qualche malumore.

L’Athletic vincitore della Coppa del Re nel 1903, contro il CF Madrid (non ancora Real), l’edizione inaugurale del torneo metteva in palio il titolo di campione di Spagna. La formula fu a inviti, organizzando un triangolare fra le rappresentanti delle tre regioni calcisticamente attive del paese, la Castiglia (il Madrid), la Catalogna (l’Espanyol di Barcellona) e i Paesi Baschi (con l’Athletic, appunto).

Athletic Club. Solo questa è la denominazione corretta. Spesso viene aggiunto “de Bilbao” per completezza, ma il nome ufficiale della squadra è composto solo da quelle due parole. In Italia si sente chiamare la squadra Athletic Bilbao, il Bilbao o, ancor peggio, Atletico Bilbao. Può sembrare una questione frivola, tuttavia c’è molto di più. El Bilbao, tanto per iniziare, è il nomignolo con cui gli avversari chiamano dispregiativamente il club, sapendo di far infuriare i bilbaini che invece si definiscono El Athletic. Invece Atlético è la denominazione che fu imposta alla squadra durante il franchismo, fatto che spiega da solo perché non sia accettata. I giocatori dell’Athletic Club sono conosciuti dai loro tifosi come Zurigorriak (in spagnolo, Rojiblancos), dal colore della divisa. Non è sempre stato così, e occorre una premessa. Infatti, se insieme con le materie prime e le merci varie giungevano a Bilbao anche numerosi tecnici e lavoratori inglesi, i giovani figli della borghesia imprenditoriale basca si recavano in Gran Bretagna per studiare nei prestigiosi college inglesi. Il frequente scambio culturale farà sì che si importerà in Biscaglia anche il football, che presto si imporrà per popolarità sulle meno accattivanti discipline atletiche tipicamente basche. E all’Inghilterra si lega anche l’iconica maglia della squadra basca. I colori biancorossi attuali non dipendono infatti, come in molti pensano, dal fatto che sono gli stessi della bandiera della municipalità di Bilbao. Derivano semmai da una questione di ordine più pratico.

Nel 1910 l’Athletic Club, per la prima volta in maglia a strisce biancorossa, vince la sua terza Coppa del Re proprio in casa dei rivali più accesi, allo stadio Ondarreta di San Sebastián contro il Vasconia, dopo aver sconfitto in semifinale il detentore CF Madrid, riportando così a Bilbao il titolo di campione di Spagna.

Come avveniva in tutta Europa, che di football si stava ammalando, le scarpe bullonate, i palloni di cuoio e le uniformi di gara di alta qualità erano acquistate o spedite direttamente dalla Gran Bretagna. La prima divisa dell’Athletic Club era identica a quella del Blackburn Rovers FC, praticamente una camicia a quarti bianco e blu scuro, donata dal socio basco di origine irlandese Juan Moser e associata per sempre al ricordo della prima vittoria della squadra basca nella Coppa del Re del 1903, che all’epoca attribuiva il titolo di squadra campione di Spagna. Gli attuali colori furono invece utilizzati per la prima volta a partire dal 9 gennaio 1910. Il motivo del cambio cromatico? Rocambolesco. Juan Elorduy, uno dei dirigenti del club, era stato incaricato dal presidente, nel suo viaggio in Inghilterra per le vacanze natalizie, di acquistare nuove divise da gioco, in sostituzione di quelle pur già blasonate ma logore. Tuttavia, forse distratto dal clima di festivo della capitale britannica, non riuscì a trovare a Londra un numero sufficiente di divise coi colori dei Rovers e così una volta raggiunta Southampton, città dalla quale avrebbe preso il traghetto per rientrare a Bilbao, per non tornare a mani vuote decise di acquistare le uniche uniformi disponibili: quelle della squadra locale, con le strisce verticali bianche e rosse dei Saints (in inglese, i Santi), le maglie del Southampton FC, precisamente. Tutto sommato i colori erano quelli della bandiera di Bilbao, e la qualità delle maglie era superiore a quella delle precedenti divise, questo deve aver pensato. E poi portarono bene: infatti coi colori zurigorri l’Athletic vinse subito un’altra Coppa del Re, imponendosi nel 1910 a San Sebastián, in casa degli acerrimi rivali della Real Sociedad, allora ancora denominati Vasconia Sporting. Così si scelse definitivamente la nuova divisa bianca e rossa, abbinandola dal 1913 ai calzoncini e calzettoni neri.

Era il 1915 quando l’Athletic Club si rivolse a José Arrúe per fargli ritrarre la squadra che quell’anno vinse la Coppe del Re per la seconda volta consecutiva, contro l’Espanyol de Barcelona sconfitto 5-0. Il dipinto, intitolato Equipo del Athletic Club, raffigura i giocatori in piedi davanti a una delle due porte del vecchio San Mamés come in una foto ufficiale, ci sono anche l’allenatore e il preparatore atletico con un pallone da calcio.

I giocatori dell’Athletic sono conosciuti come i Lehoiak (in spagnolo, Leones) e il grande felino è la mascotte del sodalizio. C’è un motivo sottile, quanto romantico. Infatti lo stadio di San Mamés fu costruito sul terreno accanto alla Santa y Real Casa de Misericordia de Bilbao, un’istituzione di assistenza per i cittadini bisognosi, all’interno della quale è ospitata una cappella dedicata a Mamés, conosciuto in Italia come Mamete di Cesarea, un giovane cristiano che subì il martirio per la fede, divenuto uno dei santi più popolari dell’oriente bizantino. I romani, dopo averlo sottoposto a tremendi supplizi, decisero di gettarlo in pasto ai leoni, i quali, però, ogni volta si facevano mansueti ai suoi piedi, allora venne ucciso dai soldati imperiali. L’Athletic disputa le sue partite interne in questo stadio, familiarmente chiamato la Katedrala (in spagnolo, la Catedral), inaugurato il 21 agosto del 1913 e finanziato esclusivamente dai soci del club, tramite una raccolta popolare di fondi, inizialmente era composto da tre semplici gradinate in terra e una tribuna principale in splendido stile tardo-ottocentesco. Non distante ancora oggi sorge isolata una gigantesca gru, che è l’elemento più emblematico del Museo Marítimo Ría de Bilbao, dove un tempo c’erano i cantieri navali della città.

Il Museo Maritimo Ria di Bilbao occupa una vasta area della riva sinistra dell’estuario del fiume, proponendosi di preservare e diffondere la storia, la cultura e l’identità degli uomini e delle donne che hanno vissuto uno stretto legame con l’antica tradizione marittima della città, dalle sue finestre si osserva la mole della gru Carola e quella del San Mamés, più a sinistra.

Con un’altezza di 60 metri e un peso di 30 tonnellate, Carola è l’ultima gru rimasta a Bilbao, dove un tempo si costruivano e riparavano le navi. Ironicamente l’imponente mole rossa dell’infrastuttura deve il suo nome a una donna, bellissima e delicata, che ogni giorno attraversava l’estuario in barca per andare al lavoro. Sembra che fosse così affascinante da fermare la produzione, poiché gli operai dei cantieri interrompevano qualsiasi lavoro per ammirarla al punto che il direttore dei cantieri, si dice, le offrì addirittura un’auto con l’autista per accompagnarla ogni mattina cambiando tragitto, ma Carola rifiutò e continuò ad attraversare l’estuario come faceva tutti i giorni. Il San Mamés fu il primo stadio spagnolo costruito appositamente per il calcio, con 3.500 persone presenti alla partita inaugurale contro il Racing de Irún, il 21 agosto 1913 giocata soltanto sette mesi dopo la posa della prima pietra. La capienza venne subito aumentata a 9mila posti con l’inizio degli anni ’20, grazie al primo ampliamento e alla costruzione delle gradinate de la General, prima, e de Capuchinos, poi. In quello stadio proprio Rafael Moreno, alias el Pichichi, fu il primo giocatore a segnare un gol e sempre su quel campo, l’8 febbraio 1931, l’Athletic -guidato da mister Pentland – riuscì ad imporsi sul FC Barcelona per 12-1, ancora oggi la vittoria più ampia della Liga spagnola.

L’Athletic Club vincitore della Coppa del Re per il terzo anno consentivo nel 1916, quando in finale a Barcellona sconfisse i blancos del Real Madrid con il risultato perentorio di 4-0.

Rafael Moreno Aranzadi, conosciuto da tutti fin da ragazzo come Pichichi, per la bassa statura, nasce il 23 maggio 1892 a Bilbao da una famiglia di notabili della città biscaglina, suo padre infatti è Joaquin Moreno Goñi, un avvocato dal radioso avvenire politico che sarà anche sindaco di Bilbao, mentre la famiglia della madre, Dalmacia Aranzadi y Unamuno è imparentata con quella di una delle figure più importanti della cultura spagnola del Novecento, il grande Miguel de Unamuno. Durante l’infanzia agiata, il ragazzo passava i pomeriggi con i suoi compagni di fronte all’Università gesuita di Deusto (dal nome dell’omonimo quartiere cittadino), dall’altra parte del Nervión, il fiume che attraversa Bilbao, osservando i marinai inglesi che giocano a calcio nell’immenso spiazzo lì accanto, qualche volta organizzando partite tra studenti, giocate in strada. In questi pomeriggi e in queste sfide pomeridiane nasce il Rafael giocatore, ha classe, i suoi compagni di liceo fanno a gara per averlo in squadra e così fanno pure i colleghi della Facoltà di Diritto a cui il ragazzo si iscrive più per far piacere a papà Joaquin che a lui stesso. Una sorta di compromesso, per continuare a giocare al football nel tempo libero, anche se il Pichichi aveva già in mente cosa fare della sua vita perché in cuor suo aveva già deciso, pur accettando un impiego presso gli uffici comunali prima e poi alle dipendenze di un importante officina siderurgica: la sua vita sarebbe stato il calcio, e l’Athletic.

Rafael nasce a Bilbao nel 1892 da una famiglia di notabili, suo padre Joaquin Moreno Goñi è un avvocato che sarà sindaco della città, mentre la famiglia della madre, Dalmacia Aranzadi y Unamuno è imparentata con quella di una delle figure più importanti della cultura spagnola del Novecento: Miguel de Unamuno. Lui invece sarà per sempre el jugador maravilla de cualquier tiempo.

Dieci anni di Athletic gli regalarono tante soddisfazioni, infatti. Non solo cinque campionati regionali (all’epoca non esisteva la Liga, e non c’era un torneo nazionale a girone unico) vinti nel 1914, 1915, 1916, 1920 e 1921, e quattro coppe del Re (che attribuiva il titolo di campione di Spagna) nel 1914, 1915, 1916 e 1921, segnando in carriera 83 gol in 89 partite, oltre alla breve ma proficua avventura con la nazionale spagnola. Alle Olimpiadi di Anversa il Pichichi aveva giocato tutte e cinque le partite con le “Furie rosse”, segnando un gol, vincendo contro Danimarca, Italia, Olanda e Svezia e perdendo solo contro il Belgio, conseguendo la medaglia d’argento. In quegli anni è indiscutibilmente l’uomo più famoso di Bilbao, i giornali lo osannano, i tifosi lo adorano, qualcuno arriva a definirlo (il giornalista della Gaceta del Norte e futuro selezionatore della nazionale Rafael Mateos) “el jugador maravilla de cualquier tiempo”, e i compagni gli vogliono bene, non solo perché li trascina in campo ma anche perché il ragazzo è allegro, un compagnone, l’anima di mille scherzi e di cene lunghissime dopo le partite. Della seconda vita di Rafael Moreno però non sapremo mai nulla, perché il 1° marzo 1922, a pochi mesi dalla sua ultima partita, arrivò la notizia della sua morte, sembra a causa di un forte attacco di febbre tifoidea per aver ingerito delle ostriche andate a male, secondo la versione più accreditata.

La forte squadra magiara dell’MTK Budapest FC a Bilbao per il periodo natalizio prima di giocare un’amichevole di lusso, si direbbe oggi, contro l’Athletic Club rende omaggio deponendo una composizione floreale al monumento appena sistemato in gradinata e dedicato a Rafael Moreno alias Pichichi, prima di scendere in campo al San Mamés, già conosciuto come la Katedrala.

Ai bilbaini, che lo avevano amato a lungo, non restò che erigergli un busto – dove la grafia del suo apodo è quella basca: Pitxitxi – collocato l’8 dicembre del 1926 all’interno del vecchio stadio, nella tribuna d’onore, e poi nel 2013 spostato nel nuovo San Mamés, dove è ben visibile alla fine del tunnel degli spogliatoi di questo impianto straordinario, celebrato dal premio vinto ai World Design Awards 2020 nella categoria delle strutture sportive e per il tempo libero, un riconoscimento che si aggiunge a quelli di “miglior nuovo stadio” al World Architecture Festival 2015 e al World Football Summit 2017. La tradizione tuttavia non s’è interrotta e, dal primo episodio avvenuto nel 1927 su iniziativa dell’MTK Budapest FC, tutte le squadre che non hanno mai giocato in casa dell’Athletic, si recano ad omaggiare il Pichichi prima di calcare l’erba della “Cattedrale”. Ancor più significativo tributo alla figura del piccolo attaccante basco, che giocava con un fazzoletto bianco annodato sul capo, fu deciso nel 1953 dalla istituzioni sportive nazionali, che autorizzarono il quotidiano sportivo “Marca” a attribuire un premio per il più prolifico cannoniere della Liga e a chiamarlo “Trofeo Pichichi”, attribuito a grandi campioni come Alfredo Di Stefano, Mario Kempes, Enrique Quini, Cristiano Ronaldo, Luis Nazario Ronaldo, Hugo Sanchez e Telmo Zarra, e il cui record appartiene a Lionel Messi, che lo ha vinto per ben otto volte.

La tradizione dell’omaggio al Pichichi si rinnova nel gesto del capitano della squadra belga del RKC Gent che affronta l’Athletic Club nella gara di UEFA Europa League vinta per 5-3 con cinque gol realizzati da Aritz Aduriz, centravanti che ha legato la maggior parte della sua carriera alla squadra basca.

Trujillo è una magnifica città, abitata da circa diecimila anime, situata nella comunità autonoma dell’Estremadura, abbastanza vicina alla frontiera che separa il Portogallo dalla Spagna e distante da Bilbao quasi seicento chilometri. Curiosamente nacquero proprio qui ben tre esploratori delle Americhe: Francisco Pizarro, scopritore e conquistatore (anche se sarebbe più corretto dedinirlo “distruttore”) dell’Impero Incas, Francisco de Orellana, il conquistador che diede il nome al Rio delle Amazzoni e quindi Hernando de Alarcón, che fu il primo europeo a risalire il Colorado, trovandovi la morte. L’importanza culturale, sociale e storica di Trujillo emerge dal suo straordinario centro storico, ricco di monumenti meravigliosi, tra i quali non sfigura il complesso di Santa María la Mayor, una chiesa romanica del XIII secolo. La torre campanaria venne gravemente danneggiata a seguito dei contraccolpi dei terremoti di Lisbona del 1521 e del 1755 e per questo l’amministrazione cittadina decise nel XIX secolo di demolire una parte cospicua della struttura, allo scopo di evitarne il rovinoso crollo. Successivamente la Dirección General de Bellas Artes decise la ricostruzione della torre, ma in assenza dei necessari fondi toccò al comune di Trujillo farsene carico. Una volta completata l’opera di ricostruzione in cima alla torre si scoprì lo stemma dell’Atlético Bilbao, come si chiamava durante il franchismo il club basco.

Era successo che un artigiano del luogo, Antonio Serván, per gli amici el Rana, incaricato dalla municipalità di disegnare e realizzare gli oltre cinquanta capitelli della torre, essendo rimasto a corto di idee per l’ultimo da scolpire decise di utilizzare lo stemma della squadra del cuore, su cui aveva lavorato mesi prima e che dopo averlo scolpito custodiva gelosamente in bottega. Le Bellas Artes quando se ne accorsero non poterono censurare il risultato, in fin dei conti non era stata violata alcuna legge o precetto, mentre la singolare circostanza faceva il giro della Spagna e finiva su tutti i giornali, anche baschi naturalmente. L’intrepido Serván fu così invitato a Bilbao dalla sua squadra del cuore e poté assistere a una partita alla Catedral e conoscere José Ángel Iribar, leggendario capitano e portiere dell’Athletic e della nazionale spagnola, campione d’Europa nel 1964. El Rana lo racconta così quel momento: “Yo estaba allí, en el San Mamés, rodeado de miles de personas. Y luego vi a Iribar. ¡Le abracé! He conocido a Iribar. Ya me puedo morir en paz”. La traduzione in italiano mi sembra superflua, sono i sentimenti del tifoso, in tutte le lingue del mondo.

Iribar è stato il prototipo dell’estremo difensore: sicuro, sobrio, tecnicamente quasi perfetto. Non fece mai mistero di sostenere l’indipendenza basca. 

Si può sottoscrivere, insomma: l’Athletic è l’unica squadra alla quale i tifosi non chiedono di vincere, ma di resistere.

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