El secreto de sus ojos è un grande film. Una pellicola argentina da vedere (e rivedere), anzi da suggerire a tutte le persone di cui apprezzate intelligenza e sensibilità. In Italia è distribuita come Il segreto dei suoi occhi. Il titolo è la traduzione letterale di quello originale, nella nostra lingua. Fortunatamente. In Italia infatti quando si ritiene opportuno tradurre il titolo di un film straniero spesso di sconfina nel raccapriccio (o nel ridicolo): Vertigo di Hitchcock diventò La donna che visse due volte mentre Domicile conjugal di Truffaut fu trasformato in Non drammatizziamo… è solo una questione di corna.

Questo capolavoro, diretto dal regista Juan José Campanella, ha vinto l’Oscar nel 2010 come “Miglior film straniero”, propone interpreti magnifici: fra loro l’elegante Soledad Vilamil, attrice e cantante argentina deliziosa, che dà vita al personaggio di Irene Menéndez Hastings. Peraltro, in quel periodo mi trovavo proprio a Buenos Aires e così oltre a vedere la pellicola in lingua e nel contesto originale, acquistavo Morir de Amor, il disco più bello della Vilamil. Il film è un contenitore di emozioni: inquietudini nascoste tra le mura di stanze buie e palazzi austeri che intrecciano una storia irrisolta che viene raccontata per mezzo di sequenze profonde capaci di svelare l’anima dei protagonisti, interrogandoci sulla nostra coscienza. Ma qui mi interessa un passaggio, in particolare. Ad un certo punto della narrazione Guillermo Francella, che dà vita al personaggio di Pablo Sandoval,“siempre borracho” (ubriaco) ma “siempre lúcido”, glielo dice chiaro a Benjamín Espósito – il coprotagonista – interpretato da Ricardo Darín, mentre si trovano in uno di quei bar dove gli amici si incontrano, nella realtà il café Only VI, al 700 del Paseo Colón, declamando parole che andrebbero scolpite: “Te das cuenta, Benjamín? El tipo puede cambiar de todo: de cara, de casa, de familia, de novia, de religión, de Dios. Pero hay una cosa que no puede cambiar, Benjamín: no puede cambiar de pasión”.

La pasión – nel caso di questo film – è quella dell’assassino per la sua squadra del cuore: il Racing Club, el Primer Grande del calcio argentino. Puoi cambiare tutto, afferma Sandoval: la faccia, la famiglia, la fidanzata, la religione, puoi scegliere un altro dio, però una cosa non la puoi cambiare. Non puoi cambiare passione. Eduardo Sacheri lo aveva scritto con cognizione di causa nel romanzo La pregunta de sus ojos – da cui è tratta la sceneggiatura del film, lui appartiene a quella schiatta di scrittori, molti sono argentini, capaci di coniugare la letteratura e lo sport, come Roberto Fontanarrosa, l’uruguagio Eduardo Galeano, Dante Panzeri, Juan Sasturain e Osvaldo Soriano, e di raggiungere vette altissime, utilizzando il fútbol come una scusa per parlare della vita: sia dei grandi temi, come di quelli, non meno essenziali, della quotidianità. Nadie puede cambiar de pasión. Questa affermazione di Sacheri si associa nei miei ricordi al pensiero di Javier Marías, probabilmente il più importante scrittore spagnolo contemporaneo, grande accademico di Spagna, ammirato dalla critica e dal pubblico per romanzi come Domani nella battaglia pensa a me, Nera schiena del tempo, Tutte le anime, Così inizia il male, Un cuore così bianco, e molti altri capolavori.

Questo gigante della letteratura mondiale – autentico merengue, per i profani è il soprannome dei giocatori o dei tifosi del Real Madrid – nel suo magistrale Selvaggi e sentimentali, opera imperdibile per leggere di calcio ad un livello più alto, osserva:“la sola cosa che non sembra negoziabile, mentre tutto è soggetto a cambiamento, anche più di uno, dalle abitudini ai gusti letterari, dalla moglie o dal marito al partito politico, è la squadra per cui si tifa”, definendo la Liga – il massimo livello del campionato spagnolo, omologo della nostra Serie A – in un articolo apparso su El País nel 1992: “il recupero settimanale dell’infanzia”. Il calcio, dunque. Considerato invece da molti intellettuali alla stregua di un oppiaceo o nella migliore delle ipotesi una distrazione un po’ volgare, è molto ma molto di più. Anzi, personalmente ho sempre trovato poco convincenti le critiche formulate per ragioni ideologiche di chi vuole negare il valore del gioco e il suo fascino nei confronti delle masse, insomma (anche) a me il calcio sembra una magnifica pasión, oltre ad essere, non lo trascurerei perché si tratta di un dato di fatto, l’argomento di discussione più diffuso al mondo.

Così, dando prova di equilibrio e intelligenza, Enrico Berlinguer, indimenticabile segretario del Partito Comunista Italiano, in un intervista del 1975 apparsa su Tuttosport, rispondeva a Gianpaolo Ormezzano che gli chiedeva se è vero che lo sport è responsabile di “ottundere le coscienze, di favorire l’alienazione delle masse”, affermando: “Non penso che l’operaio, se alla domenica va allo stadio, al lunedì sia meno preparato ad affrontare i problemi del lavoro, le battaglie sindacali. Non voglio dire con questo che la domenica allo stadio giovi alla politicizzazione dell’operaio, ma non spartisco la paura per le conseguenze di questa sua vacanza festiva”. Invece Pier Paolo Pasolini non era così distaccato, anzi si era innamorato perdutamente del calcio a Bologna, quando durante il liceo giocava per ore e ore a pallone con gli amici, festeggiando poi dalle tribune dello stadio felsineo la vittoria di ben quattro scudetti da parte del Bologna FC, “lo squadrone che tremare il mondo fa”, in quegli anni all’apice della propria gloriosa storia.

Grazie alla ricerca appassionata e documentata di Valerio Curcio, che ha scritto un libro magnifico per Compagnia Editoriale Aliberti: Il calcio secondo Pasolini, è possibile apprezzare le riflessioni di uno dei massimi pensatori contemporanei che con il suo stile e nel suo tempo riesce a vivere la contraddizione di intellettuale impegnato che ama uno sport da molti considerato “oppio dei popoli”. Pasolini osservava il calcio dai campetti di periferia fino alla Serie A, sempre con attenzione, considerando la partita allo stadio come l’ultimo rito sacro dell’età contemporanea:“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso”. Albert Camus, un vero e proprio outsider, disprezzato nell’élite intellettuale parigina del primo Novecento, quando vincerà il premio Nobel per la letteratura nel 1957, affermerà che: “le peu de morale que je sais, je l’ai appris sur les terrains de football”; provocazione (insomma, dice che ha imparato quel poco che sa a proposito di morale su un campo da pallone) per spiazzare critici e interlocutori del gran mondo accademico, con cui non andava proprio d’accordo.

Non poteva essere altrimenti del resto. Il ragazzo, cresciuto in Algeria in seno a una famiglia poverissima di Pieds-Noirs, era un eccellente portiere che – fino a quando la tubercolosi non distruggerà in lui ogni ambizione sportiva – aveva trovato la sua “vera università” all’interno dell’area piccola, quella di pertinenza dell’estremo difensore, ed era sincero – il giovane Camus – quando diceva a tutti che: “non c’è luogo al mondo in cui l’uomo sia più felice che in uno stadio di calcio”. E se ci fosse bisogno di una conferma, ce la offre l’uomo politico tra i più influenti e popolari dirigenti comunisti mondiali, che guidò il Partito Comunista d’Italia dagli anni ‘20 agli anni ‘60 del secolo scorso, quello che i suoi compagni chiamavano “il Migliore”, a cui i sovietici, che gli concessero la cittadinanza, dedicarono addirittura una città in Unione Sovietica: Togliattigrad. Allora, narrano i bene informati che Palmiro Togliatti ogni lunedì mattina chiedesse a Pietro Secchia, che cosa avesse fatto la Juve il giorno prima; se il malcapitato non aveva la risposta pronta, l’iconico segretario del Partito, usava rimbrottare, rimproverando il più ambizioso e massimalista fra i dirigenti comunisti italiani:“E tu pretendi di fare la rivoluzione senza sapere i risultati della Juventus?”

Dopo aver evocato tanti intellettuali irraggiungibili, la pretesa di chi scrive di trasmettere qualcosa di interessante per il prossimo assume i connotati della vanità. Lo ammetto. Tuttavia, il cantautore (e avvocato) astigiano Paolo Conte, uno che preferisce l’eleganza della scuola magiara (di calcio), che ha nominato migliore giocatore di sempre non Maradona o Pelé, non Messi o Ronaldo, ma l’ungherese Ferenc Puskás, recita nella splendida canzone “Bartali”, dedicata al grande ciclista toscano:“È tutto un insieme di cose”, riferendosi a una certa situazione emotiva. Ecco la risposta più sincera. Un insieme di cose: esibizionismo, sentimentalismo, e il piacere sottile di divagare saltando di palo in frasca, come si fa con gli amici di sempre, magari in uno dei tanti Bar Sport delle nostre città o dei nostri paesi, come un tempo si chiamavano infallibilmente quei luoghi dove si poteva stare insieme per divertirsi e difendere la squadra del cuore. A questo punto si scende sul personale, la squadra del cuore. Io scelsi la mia per una questione di colori: invece del brillio (entusiasta) rossonero o del signorile (e assai vincente) abbinamento bianconero da bambino mi innamorai dell’ombroso accostamento nerazzurro interista, protagonista (allora come in seguito) di clamorose disfatte e qualche volta di esaltanti impennate.

Sono troppe le storie di sport da raccontare, meglio se con l’attenzione dello storico e la sensibilità del narratore, perché ci sono tante storie di uomini al loro interno, e quindi di altre donne e altri uomini che si appassionano e, nell’incrocio con la Storia più grande, passano del tempo a discutere, emozionarsi e incitare la loro squadra del cuore o il loro atleta preferito, in una spirale di metanarrazione che i francesi chiamano à colimaçon, come il vortice di una scala a chiocciola, appunto. Così, scoprendone i connotati epici e collettivi, e quindi davvero sportivi, ogni storia diventa una pasión, e si trasforma nell’occasione per guardare a se stessi e al mondo, alla natura umana e al suo sistema, perché, in sintonia con le parole di Javier Marías, e per tornare al calcio: “se perdere o vincere una partita non viene vissuto come un evento cruciale, e con una trama e una storia, con una svolta o una catastrofe, che riguarda il passato, il presente e il futuro, la dignità e il decoro e, naturalmente, la faccia con cui uno si alza l’indomani, allora lasciamo perdere…”

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18 risposte su “Il blog? Ecco perché: nessuno può cambiare passione (quando si tratta di calcio, poi).”
Aver deciso di condividere questa tua passione, la tua capacità di raccontare con dovizia di particolari storie uniche, è un’idea fantastica e non posso che ringraziarti.
Bravo Roberto Ti seguito’ con passione interesse e spero mi aiuterai a scoprire il mondo del calcio e della cultura argentina a me poco conosciuta
Ti seguirò con molto piacere ed interesse.
Grazie
Molto bello!
Ho sempre pensato che sia una ipocrisia quella dell’artista snob che vive col disprezzo delle passioni comuni.
Personalmente amo tantissimo il calcio e amo il tifo in quanto passione, trovo che l’arte sia allo stesso modo passione profonda…. Il resto è solo finzione!
Bravo Roberto!!! Non ho mai capito perché un buon libro e una bella partita non possano convivere in noi. Siamo qui per nutrire tutte le nostre anime. Sono certo che il tuo blog ci aiuterà.
Ottimo esordio, Roberto.
Ti seguiremo sull’ottovolante delle tue multiformi passioni.
Bella partenza. Insieme piacevole e intelligente, e non è facile
Ti seguivo fa tempo su Facebook leggendo i tuoi post misti di saggezza e passione vera.
Scopro adesso il tuo blog e mi sorprende davvero il tuo spirito di iniziativa non invece il tuo spessore culturale che avevo avuto già modo di apprezzare. Pensare ai tavoli che abbiamo condiviso e in cui ci siamo conosciuti….. anni luce
Carissimo Roberto, è un piacere leggere della tua passione e visione smart del mondo. Un occhio critico e preziosi spunti per riflettere!
In bocca al lupo
Dal momento che per me, pur chiamandomi Ester, è di fondamentale importanza essere Franco (e non Ernesto), confesso di non amare lo sport. Lo rispetto tuttavia – ancor più leggendo il tuo breve ma intenso racconto capace di variegate e armoniche suggestioni. Continua a condividere le tue passioni …e il tuo sentimentalismo!
Bravo bravissimo ti seguirò
Largo al factotum della città…
Scherzi a parte un applauso per essere riuscito a coniugare calcio e vita
Molto bello e molto promettente questo inizio!
Vai Roberto, ti leggeremo in molti.
Gigi Riva
Principio sí giolivo ben conduce….echi di Sciascia e Borges ( mi ha deliziato la citazione di Soriano), che dire…..bravo, ti seguirò con affetto ed attenzione!
Bravo Roberto, grazie per avermi reso partecipe di questa tua bella iniziativa. Ti seguirò con interesse! Complimenti per lo stile narrativo scorrevole, piacevole e al tempo stesso elegante ed eclettico, davvero bravo! Un abbraccio
Grazie Roberto per la condivisione di questo tuo spazio, un arricchimento e un modo di leggere le storie e le passioni con occhi fuori dal comune. Ti seguirò più che volentieri.
Grande Bob, una scoperta: poliedrico, eclettico ma profondo con un mix ideale tra sport e cultura !
Bella penna ed un taglio giornalistico alla Brera/Mura da far invidia a tanti: ti seguirò certamente ed è stato un grand honneur la tua convocazione 👍💪😘
Ti ringrazio Roberto, hai portato un po’ di fresca, Il Blog penso sia il posto giusto per dare spazio al fantasista che ti porti dentro e. svariare fra i tuoi molteplici interessi Un abbraccio
Bellissimo Articolo 👏👏👏